Questione di tempo

Ci sono botteghe che vivono in una dimensione diversa. Quella di bambole ne è un esempio: basta entrarci per trovarsi in un mondo diverso, fatto, di corpi simili a quelli reali, ma inerti e senza vita, simulacri senza anima e senza voce. E poi ci sono gli orologiai che nei loro negozi danno una forma alla più inafferrabili delle dimensioni, il tempo.

Nella bottega dell’orologiaio si univano arti diverse: quella del meccanico che gioca con ingranaggi e viti, quello dell’artista che crea un oggetto elegante e anche quello dello scienziato che cerca di riprodurre con legno e metallo il cammino del tempo. La Bottega delle Lancette era un perfetto esempio di questo connubio, grazie alle mani esperte dell’artigiano Philippe. Le mani di Cronos era il soprannome che gli veniva affidato dal suo collaboratore, Ernst, ma solo quando Philippe non era presente.

Lavorare con il tempo non è semplice: i suoi effetti sono evidenti, ma solo se si ha la pazienza e la fermezza di vederli e accettarli. Lavorarci tutto il giorno richiede attenzione e cura. Ogni orologio era per Philippe una creatura unica, ma tutti i suoi manufatti avevano un cuore che batteva all’unisono.

Era tutto questione di tempo. Il battere dei meccanismi scandivano il tempo, tanto che all’interno del negozio sembrava di essere in un cuore pulsante, una camera viva e vibrante, una sensazione dovuta al rumore ora forte, ora più delicato di tutti i meccanismi che vi trovavano rifugio.

Le mani di Cronos producevano perfetti strumenti che venivano comprati da ricchi e da poveri, da persone famose e da quelle anonime. Per quanto diversi tutti, però, si scoprivano soddisfatti dopo aver comprato una scatola che illudeva di aver intrappolato in tempo.

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Il fabbricante di bambole – Pt. 13

Materia ineffabile il sogno, in pochi attimi si può trasformare in un incubo. L’avventura di Faber si stava rivelando più pericolosa del previsto, soprattutto per la sua volontà di vedere ciò che non avrebbe dovuto. Ci sono leggi ed equilibri che devono essere mantenuti, glielo aveva fatto capire Nestor, ma la curiosità, o la disperazione, possono mettere in comunicazione dimensioni indipendenti.

Eleonor non c’era più, faceva parte della polvere del passato, un semplice ricordo relegato in un angolo del cuore. Faber si era ribellato a questa evidenza, aveva visto nella prima bambola, quella appartenuta alla ragazza, un frammento della risata cristallina, lo scintillio dello sguardo sognante, il respiro di una vita strappata troppo presto. L’uomo tranquillo, fatto di terra e di sassi, aveva rifiutato la realtà, e si era creato un mondo di bambole e fate, di ragazze sorridenti e perfette che non lo avrebbero mai abbandonato.

Faber aveva voluto rendere immortale Eleonor, facendole vivere quelle mille vite tra le quali avrebbe dovuto scegliere se solo ne avesse il caso le avesse concesso questa possibilità. Il fabbricante aveva costruito con le sue mani e la sua disperazione un inganno che aveva la parvenza di sogno.

Ma se Eleonor non era più viva, perché se la trovava là davanti, fianco a fianco a Nestor?

Il fabbricante di bambole – Pt. 4

“Eleonor?” Faber si sentiva confuso e tramortito, come se qualcuno lo avesse colpito alla testa. E dal dolore che provava, sembrava proprio che avesse ricevuto un bel colpo. Tentò di aprire gli occhi, ma ci mise un po’ a mettere a fuoco il volto dello straniero, che lo guardava con un sorriso compiaciuto.

“Ogni promessa è debito. Benvenuto nella nave regale, che la porterà nel regno da cui provengo”.

Faber non riusciva a capire. O meglio, non voleva capire.

“Mi ha rapito?” chiese.

“No, no” osservò l’altro con una nota offesa nella voce “L’ho ingaggiata, è ben diverso. Lei sarà il fabbricante di bambole di corte, almeno per un certo periodo. La pagheremo profumatamente per l’esclusiva, va da sé. Lo consideri un soggiorno all’estero, una pausa dallo squallore quotidiano”.

“Squallore? Io non ho mai accettato. E che ne sarà di mia madre? Mi servono anche i miei strumenti, non posso lavorare senza”.

“Di sua madre non si deve preoccupare. Gli strumenti sono stati imbarcati assieme a lei. Abbiamo portato tutto ciò che era presente nel laboratorio. Compresa questa vecchia pezza che dovrebbe essere una bambola. Che non le venga in mente di fare un obbrobrio del genere per le nostre clienti”.

“Me la dia, quella non è in vendita e non è nemmeno un argomento che le interessi”.

Faber si rialzò anche se le gambe erano ancora malferme e uscì dalla cabina. Aria di mare e una distesa senza fine di acqua gli vennero incontro. Eleonor sarebbe stata così contenta di vedere il mare. E invece non era andata oltre la raduna in mezzo al bosco.

“Chi è Eleonor? La chiamava durante il sonno” chiese il forestiero.

“Nessuno che le possa interessare. E lei, ha un nome o si limita a rapire la gente in anonimato?”

“Ho un nome”.

Faber sbuffò: quel tipo si stava divertendo a sue spese. “E quale sarebbe?”

“Nestor, Consigliere della Corona, per servirla” e fece un ampio inchino.

Il fabbricante di bambole – Pt. 3

La perdita di Eleonor sembrò condurre al baratro della follia Faber, che si salvò solo grazie alla bambola con cui la sorella era solita giocare. Era un semplice giocattolo di pezza, con due occhi azzurri che guardavano fissi nel vuoto e lunghi capelli castani che Eleonor aveva raccolto in una treccia.

La bambola se ne stava appollaiata su una mensola tutta sua, nella stanza sul retro della bottega di Faber. Nessuna la poteva vedere, era il portafortuna segreto dell’artigiano. Neppure la madre ormai anziana sapeva che una traccia dell’adorata figlia era sopravvissuta alla sua furia distruttrice con cui aveva cercato di cancellare la presenza della fanciulla, nel tentativo di eliminare il dolore per la perdita. Ma qualcosa doveva aver intuito, perché non si era mai avventurata a visitare la bottega del figlio e trovava il suo lavoro inquietante.

Faber stava lavorando a una bambola dalla pelle d’ebano e dagli occhi grandi di cerbiatto, quando entrò nel negozio un individuo alto, riccamente vestito. Faber non diede segno di stupore: era abituato ai ricchi signori, alle stravaganti richieste e al loro eloquio altisonante. Lo straniero non accennava a voler parlare, mentre fuori un manipolo di mocciosi stava cercando di rubare un frammento di una ricchezza solo sognata.

“Posso aiutarla?” borbottò Faber.

“Certo, o non avrei varcato questa soglia” osservò lo straniero, dall’accento un uomo del nord. “Mia figlia ha sognato una fata e ne vorrebbe la riproduzione. Ecco il disegno”. E gli allungò il foglio con la riproduzione infantile di un folletto biondo.

“Non brilla di fantasia sua figlia. Torni tra un due settimane, e avrà la sua bambola”.

“Sulla fantasia di mia figlia non discuto. Discuto sul tornare. Io non tornerò, sarà lei a venire nel mio regno. Voglio che realizzi altre bambole, non solo quella della fata”.

Faber lo guardò con un mezzo sorriso “Io non mi muovo da qui. Mandi un messo, di solito fanno così gli altri clienti”.

“Niente messo. Lei viene con me”.

L’ultima cosa che Faber vide fu il sorriso dello straniero e gli occhi azzurri di Eleonor.

Il fabbricante di bambole – Pt. 1

Le bambole gli avevano sempre fatto paura, un timore che era condiviso da molte altre persone. Involucri vuoti con le sembianze di bambine perfette che non invecchiano mai, dai grandi occhi che non si chiudono e che sembrano guardare in un vuoto senza fine.

Le bambole terrorizzavano Faber fin dall’infanzia, fin da quando la sua sorellina Eleonor aveva cominciato a giocare e a dare vita alle sue bambole. Nonostante ciò, Faber era diventato un fabbricante di bambole.

E non era nemmeno un fabbricante qualsiasi. Era il più famoso, il più richiesto, il più acclamato fabbricante di bambole del paese e non solo. Venivano re lontani ed esotici per comparare bambole che fossero all’altezza di una principessa, signori e ricchi mercanti lo pregavano e lo coprivano d’oro per avere una sua creazione da portare in omaggio alle proprie figlie.

Dopotutto Faber non era un artigiano come gli altri, e le altre bambole non potevano nemmeno competere con le sue. Perché Faber aveva un segreto e il suo segreto avvolgeva di meraviglia dei semplici, umili balocchi.

Il mondo in una sfera

Quella era di certo una stregoneria, o Tommaso non avrebbe saputo come altro definirla. Quell’uomo si faceva chiamare artista, talvolta persino scienziato, ma non realizzava affreschi o quadri, e neppure statue od oggetti. Quell’uomo costruiva dei globi che chiamava terra.

Come apprendista aveva scelto proprio lui, Tommaso, che passava dalla verità dei libri letti dal suo maestro alla verità di legno e pittura che l’artigiano tentava di spiegarli.

“La terra che abitiamo è sferica, caro Tommaso. Tonda come il pallone con cui giochi”.

“Don Michele non ci lascia giocare, dice che il gioco apre le porte al diavolo”. Tommaso sperava di redimere qullo strano individuo con le mani sempre sporche di colore.

“Avere paura del diavolo è limitativo. Studialo, conoscilo e poi combattilo. Come si può evitare una cosa che neppure si conosce?”.

Tommaso non sapeva bene come rispondere, quindi se ne rimase zitto a osservare un globo non ancora terminato.

“Hai mai visto questi mostri che rappresenti nel blu?”

L’artigiano gli sorrise: “È l’oceano. Ma no, non ho mai visto i mostri. Li chiamano delfini”.

“Come puoi disegnare qualcosa che non conosci?”.

L’uomo rise. Il ragazzo era promettente, e aveva la stoffa e la curiosità per combattere menti miopi.