Menestrello

È facile crederlo un perditempo, da inserire senza alcun dubbio nella categoria degli sfaccendati buoni a nulla. È facile cadere nell’errore che essere un menestrello significhi oziare e raccontare fandonia nelle corti e nelle piazze. Tipi come lui non vengono certo accolti con uno sguardo di favore, ma alla fine tutti si accalcano per sentire le sue storie.

Che cosa sono le vite se non magnifiche costruzioni? Sfiderei chiunque a parlare della propria vita senza aggiungere piccoli abbellimenti o omettere particolari non piacevoli. Per quanto non piaccia ammetterlo, tutti hanno bisogno di storie, e i menestrelli sono pronti a soddisfare questa esigenza.

Allora avvicinatevi, venite e ascoltate cosa abbiamo da raccontare. Storie vere che vengono da terre lontane, storie inventate che sgorgano dalle profondità del cuore. Draghi ed eserciti fanno parte di una sola costruzione, di un castello che alla terra della verità uniscono le limpide acque dell’immaginazione.

Il mondo sembrerebbe un po’ più cupo senza i menestrelli, la morte non avrebbe senso, la parola sarebbe solo un mezzo di scambio, una vile moneta da usare con parsimonia. Davanti a un re e davanti al popolo, invece, prende vita un’altra realtà, forse più cruenta, forse più magnanima, di certo diversa dalla monotonia del quotidiano.

Astolfo non vuole tornare – Pt 1

Laggiù, sulla terra, la guerra infuria, le fanciulle scappano, soldati e cavalieri cercano di recare morte per non soccombere loro alla dama che nessuno risparmia. I problemi sono molti, ma se ne aggiungono di altri: Orlando è impazzito, furioso si aggira per la foresta distruggendo alberi e scagliando massi in laghi che non ritroveranno mai più la loro limpidezza; Astolfo è scomparso. Il re Carlo guarda perplesso le proprie fila: il guerriero più valoroso è stato sconfitto dalle frecce avvelenate di amore, Astolfo non solo è stato incapace di rinsavire quel folle, ma non si è nemmeno degnato di tornare al campo.

Il re si avvicina a Bradamente: “Che cosa è questa storia di carri volanti?”

Bradamante è distratta da un po’ di tempo, e parlando con il suo sire assume un’aria vagamente colpevole: Carlo non sa che i pensieri della guerriera sono tutti per Ruggiero, un bel pagano che militava nell’esercito nemico.

“L’hanno visto, mio re. Astolfo se ne è andato, è salito su un carro infuocato, un carro trainato da una creatura strana, non un cavallo, non un’aquila, ma un insieme dei due animali. Ha urlato qualcosa a proposito della luna. Bisogna essere un po’ folli per avere il coraggio di andare sulla luna”.

Re Carlo sospirò sconsolato: sapeva che l’epoca in cui viveva non si limitava a seguire le regole prefissate dalla natura, ma i suoi cavalieri sembravano fin troppo inclini a credere alle favole raccontate dai vecchi attorno al fuoco. In cuor suo sperò che anche i pagani avessero storie simili, e che in egual misura perdessero i soldati in qualche anfratto di sogno.

Lasciò Bradamante nell’angoscia di dover scegliere prima o poi se tradire il suo esercito o se scappare con l’amato. E si chiese per l’ennesima volta dove si fosse nascosto quello stolto di Astolfo.

Stileia

Strano era lo spettacolo che un immaginario viaggiatore avrebbe potuto vedere a Stileia. Questo avventuriero avrebbe dovuto percorrere tutto l’entroterra del regno, passare per il deserto infuocato e per le zone d’ombra, per poi affrettarsi in vaste praterie disabitate che l’Ordine non aveva ancora adibito a una funzione. Meglio non soffermarsi in questi territori, poiché erano diventati la dimora di animali selvatici e di uomini inselvatichiti dalla paura e dalla solitudine. L’ultimo ostacolo era un vasto fiume che lambiva il confine invalicabile, in mezzo al quale si trovava un’isola. E quest’isola si chiamava Stileia.

A vederla da lontano sembrava coperta da un fitto bosco di alberi senza rami e senza foglie, ritti e distanziati con geometrica cura. Non era un prodotto del caso quello, ma di una mano e di una mente. Stileia era, infatti, l’isola delle mille colonne. Si diceva che la prima colonna fosse stata eretta da un saggio eremita, stanco di viaggiare per un mondo in continua mutazione sempre più sordo alle sue parole. Il vecchio si era quindi isolato fisicamente dalla terra e si era inerpicato sulla sua solitaria colonna, nutrito dalla carità dei vicini popoli. Ma era una leggenda di un tempo lontano, quando ancora le praterie erano costellate da villaggi, quando un uomo era libero di spostarsi e di decidere di trascorrere il resto della sua vita su una colonna.

Nessuno sapeva se fosse vera quella storia. Di certo, tra le mappe volute dall’ordine quell’isola aveva un nome e pure degli abitanti. Alla colonna iniziale, infatti, se ne aggiunsero altre. Al primo saggio, ne seguitavano nuovi. Se il precursore era un volontario, lo stesso, però, non si poteva dire dei suoi successori. I saggi arrivavano su mezzi dell’Ordine, scortati da una guardia che portava il volto nascosto da un passamontagna. I prescelti venivano poi assisi su una delle colonne che si erano liberate, o su una colonna nuova realizzata per l’occasione. Nella stessa occasione venivano portati i pochi viveri che quei vecchi richiedevano.

Il via vai di macchine era molto più sostenuto di quanto si penserebbe. A quanto pareva vivere a Stileia non era garanzia di una lunga vita. E a guardare gli anziani abitanti che se ne stavano seduti al posto dei capitelli se ne capiva il motivo: erano pallidi, sottili, come se venissero consumati da un qualche immane sforzo. Con gli occhi chiusi corrugavano la fronte, mentre gli angoli della bocca si piegavano tremando. Alla fine, uno a uno, come frutti troppo maturi crollavano a terra.

Erano i saggi pensatori, scelti tra tutti gli anziani per la loro innata forza psichica. Là, sulle colonne, convogliavano il loro sforzo per fini che solo l’Ordine conosceva. E forse neppure l’Ordine stesso era completamente cosciente di ciò che stava facendo. Sfruttando l’energia di quegli uomini, prosciugandoli dalla loro forza vitale, l’Ordine tentava di creare una protezione per il proprio regno che mai era stata realizzata. L’impossibile stava diventando possibile con quell’esperimento e con il sacrificio di vittime senza nome.

Stileia era un’arma in potenza. Una terribile arma che avrebbe annientato qualsiasi ribellione.

Sotto sopra

Cosa succederebbe se ci alzassimo un giorno e trovassimo un mondo capovolto?

Appoggia i piedi su un morbido tappeto di nuvole, sospese nel turchese di un pavimento celeste. Sopra una volta frondosa di alberi e cespugli, in cui giocano a nascondiglio uccelli e insetti.

Mangia in piedi, galleggia nell’aria, entra dalle finestre e apri le porte.

Un mondo folle, di folle regole.

Gioca con la luce senza lasciare ombre paurose dietro di te. Ascolta i fiumi che salgono sui mondi, afferra pesci che creano arabeschi in cielo.

Niente gerarchie, nessuna avidità. In questo mondo i soldi non hanno valore, il potere non crea mostri, l’invidia non rovina amicizie.

Dormi di giorno e danza la notte. Urla al mondo il tuo amore e le tue paure, senza timore di essere giudicata.

Benvenuto nel mondo sotto sopra.

Ali di cristallo

In questi giorni sono stanca. Stanca delle ingiustizie, stanca di aspettare, stanca di pensare, di preoccuparmi. Stanca di sorridere e di far finta che vada tutto bene. Stanca di questa stanza, di questa città, di questi estranei.

Perciò ho voglia di scappare sul dorso di un uccello dalle ali di cristallo stringendo forte tra le dita piume colarate, dalle sfumature accese, vive e vibranti. Rosso, azzurro, verde, arancio. Un turbinio fantastico che si piega docile al vento.

Allora andiamo, abbandoniamo le terre nebbiose, i massicci che tolgono il respiro, i vincoli che trattengono le gambe, le strade tortuose che sembrano non avere fine.

Fuggiamo via, accompagnami in cima a montagne vertiginose mai violate da uomo, per poi andare in picchiata, con il vento feroce tra i capelli, giù, sempre più in basso tra le rughe profonde della terra, là dove il sole è solamente un ricordo lontano.

Le tue piume cristalline possono schiudere mondi sconosciuti. Immense praterie colme di fiori, popoli curiosi che vivono in armonia, luoghi dimenticati sotto il deserto dei tempi. Mostri,eroi, furfanti, magie e stregonerie di ogni sorta. Un impossinbile mondo parallelo in cui tutto è possibile, in cui il debole educa i forti, e la fatica riceve sempre giusta ricompensa.

Fammi sentire le musiche sconosciute, odori di fiori di altre ere. Fammi vedere le stelle e le galassie, passeggiare sulla luna o nuotare nelle profondità ovattate degli abissi marini.

Vola, finché puoi, finché le tue ali non si infrangono, lasciandomi precipitare ancora una volta in questa dolorosa incertezza.

Ponti

Ci sono racconti, voci, di un ponte non costruito da mani umani. Un ponte senza pietre e senza archi. La sua posizione non può essere segnata su nessuna carta.

Alcuni sostengono che sia opera di una qualche divinità, altri di un qualche demone, altri ancora che sia stato costruito dalla parole, dalla fantasia o dalla speranza.

Su un solo punto tutti sono concordi: il ponte deve portare da qualche parte, collegare due punti, rendere accessibile ciò che altrimenti non lo sarebbe.

Forse è l’accesso a qualche mondo sconosciuto, alla dimora degli dei. Un arco unico fatto di luce scomposta nei suoi mille colori. Impossibile da attraversare per qualsiasi uomo, ma non per un dio.

O forse è il varco da cui si insinuano i sogni, gli spettri, gli spiriti. Un esile dorso nero e invisibile che mette in comunicazione il mondo intangibile e quello corporeo. Un braccia tra la realtà e l’inconsistenza che permette all’impensabile di accadere.

È quella passerella fragile che pochi riescono a percorrere. Porta a un mondo parallelo e immenso, in cui sorgono città sconosciute, in cui abitano persone che qui non potresti mai incontrare. E in questa immensità si perde chi riesce ad accedervi, la esplora, osserva luoghi antichi e futuristici, creature mitologiche e animali mai visti. Apprende storie, conosce uomini, gnomi, giganti. E da questo mondo tornano, carichi di meraviglia e di voglia di raccontare.

O forse quel ponte non è unico. Si moltiplica, diventa per ognuno un ponte diverso per fuggire da questo vasto mondo a volte troppo angusto.