Vulcano

Ormai nessuno conosceva più il suo vero nome. Lo chiamavano Vulcano, il fabbro della fucina divina. E a dire la verità, aveva poco di umano. Il suo volto era rozzo, come se fosse stato appena abbozzato da un artista frettoloso. Ma gli occhi rilucevano come braci e sembravano custodire il rosso vivo della fiamma. Il corpo era una massa poderosa di muscoli che guizzavano sotto la pelle come folletti capricciosi.

Non era amichevole. Le sue battute pungevano come le punte delle frecce che fabbricava, anche se per la maggior parte del tempo si limitava a comunicare per grugniti. Sorprendentemente sua moglie era una donna incantevole. Alcune malelingue dicevano fosse anche molto disponibile.

Le armi che fabbricava erano le migliori. Ma la sua maestria non si vedeva solo da quegli strumenti di morte. Era in grado di fabbricare resistenti reti di ferro, invisibili ma capaci di trattenere la forza di un cinghiale. Erano le piume ambite dai cacciatori locali.

E poi c’erano le immagini. La forza bruta era in grado di creare il volto gentile di un fanciullo, o il gioco durante un matrimonio. Martello e muscoli producevano opere leggere e raffinate.

E quello scudo, a cui stava lavorando, ne era un esempio. Gli era stato richiesto da un’amica per suo figlio. Ma lui sapeva bene che era un’inutile protezione contro un fato già deciso.

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