Occhi di mare

L’acqua l’ha restituito alla vita. Dopo aver reclamato tanto sangue e sudore, dopo aver spezzato la sua imbarcazione e divorato le vele, dopo aver richiesto il sacrificio umano, aveva deciso di lasciarlo andare. Forse si era stancato di quella bambola di pezza, che aspettava inerme il prossimo colpo del destino.

Il mare lo aveva gettato con rabbia violenta su una terra dall’odore sconosciuto. Quella sabbia era diversa, quel sale aveva un sapore strano in bocca. Anche gli uccelli cantavano una melodia mai sentita. Lui era un estraneo, e quella terra era a sua volta una straniera per lui.

E si sentiva stanco, sottile, trasparente. Era un relitto abbandonato dal mare. E così voleva rimanere. Un osso scarnificato e levigato nascosto dalla sabbia.

Quando si riprese vide due occhi dal caldo colore della terra.

Quando lo straniero aprì gli occhi, lei vide due frammenti di mare feroce.

Parco giochi

Cosa succede dopo la chiusura del parco giochi? Cosa succede quando si chiudono le tende, quando le risate si spengono in un lontano vociare?

La ruota panoramica si riposa, con le sue gabbie vuote che pendono mentre ricordano i baci degli innamorati, i litigi non previsti, le grida, alcune stupite altre spaventate.

Intanto, a terra, le carte colorate di dolciumi perdono la lucentezza in una danza lenta e sensuale con la polvere.

Nel circo i colori sgargianti del tendone chiudono gli occhi e mostrano i rattoppi alla luce clemente della luna. I cavalli scuotono le criniere sperando di poter correre liberi, almeno ora che è notte. L’elefante cerca trovare spazio mentre i ricordi si confondono in una trottola impazzita di volti confusi, di risate di bocche avide spalancate per lo stupore.

Il pagliaccio cancella il sorriso e cerca l’acrobata per regalarle un fiore vero, che non nasconde scherzi. L’equilibrista fissa con lo sguardo triste la parrucca di ricci abbandonata in un angolo e si chiede se nella vita avrebbe potuto fare qualche cosa d’altro.

Umane bestie: il Pesce Tropicale

Sembra che abbia una veste di coralli. Con movimenti pigri e graziosi, colora di frammenti d’arcobaleno le acque calde e i fondali candidi.

Sì, certo. E sembra occupare pure ogni angolo di questo acquario, vorrei far notare. Che, per inciso, era il mio regno.

La sua coda sembra il velo di un’odalisca e racconta di luoghi lontani, di mari inesplorati. Nelle scaglie si può cogliere il riflesso di sirene, un frammento di tridente, il sorriso delle figlie di Oceano.

E nelle mie di scaglie? Che cosa puoi vedere? Le luci artificiali della giostra a cui mi hai vinto? Molto poco poetico, vero? Benvenuto nella vita reale.

È talmente curioso da essere desiderato. Viene catturato e rinchiuso in una qualche prigione di cristallo, mentre occhi curiosi lo osservano e lo seguono. E lui non può fare a meno di sognare lo sconfinato oceano.

Ehi, se è per questo anch’io sogno. Mi senti? Ehi? E guarda che il tuo adorato Pesce Tropicale mi sembra deboluccio. Mi hai sentito?

Che cosa stavamo dicendo?

Ingranaggi da oliare

Era da un po’ che non prendeva in mano quella bottiglia sporca e scivolosa. Non ne aveva avuto voglia, tutto qui. Non avrebbe dovuto, e ora si ritrovava con più ruggine del dovuto. Ed era stato costretto a chiedere aiuto a quel pazzo inventore.

Lo aveva accolto con un sorriso. Lo invidiava per quella smorfia. Lui non riusciva a riprodurla, per quanto si fosse sforzato. Aveva tentato con un intricato sistema di lacci ed elastici, ma non era stato capace di incurvare la dura lamiera.

Il suo creatore lo aveva adagiato sul tavolo. Con delicatezza aveva aperto il ventre vuoto. Dalle giunture arrivò un suono sgradevole e cadde una sottile polvere rossiccia.

E iniziò a lavorare. Tolse ogni ingranaggio, ogni bullone, smontò i denti meccanici che giravano ormai a fatica. Al loro posto ne mise di nuovi, scintillanti, piccoli specchi che riflettevano il sole.

Attento, però. Questo è un ingranaggio di ricambio. È delicato, precario, potrebbe infrangersi quando meno te li aspetti.

Lo richiuse. Gli sorrise, di nuovo. E passò un morbido panno sulle gemme incastonate nell’elmo del volto. A vederle bene, infatti, sembravano un po’ opache.

Una strana influenza

Era in libreria a sfogliare un po’ di volumi che avrebbe voluto acquistare. Magari un altro giorno, però. Mentre era lì, intento a leggere minuscoli frammenti, come se fosse dotato di un piccolo becco di lettore, la sua annoiata tranquillità venne interrotta da un rumore fastidioso, strascicato, ritmato. Sembravano passi. Erano passi. Ma di quale creatura? Non erano ritmati, distinti, ben scanditi. No, erano informi, confusi, come se il soggetto in questione non avesse la forza di piegare il ginocchio, di alzare il piede.

Guardò con fastidio quell’intruso nel suo silenzio. Lui odiava i rumori, forse perché aveva un udito particolarmente delicato e sensibile. A volte pensava di essere un pipistrello.

Continuò a ridurre a brandelli la letteratura di un intero mondo. Stava assaggiando un po’ di fotografie, che avevano un piacevole odore, quando lo sentì di nuovo. Quel rumore. Quello sbavatura. Era tornato il disturbatore?

No, era una ragazza. Masticava una gomma con la stessa enfasi con cui camminava. Girò l’angolo e si perse in una selva di scaffali. Almeno si era allontanata abbastanza velocemente, per quanto le permettesse quell’andatura non umana.

Si era appollaiato sulle guide, per sognare un po’ in lingue che non aveva mai sentito. Dalla porta entrò un signore. La suola delle scarpe cercava di piallare il pavimento. Avrebbe voluto fargli notare che non ce ne era bisogno.

A un certo punto comprese di essere accerchiato. Tutti erano stati contagiati da questa influenza si erano messi a strisciare i piedi. Quella signora con la valigia, il bambino, il ragazzo con lo zaino. Persino il dipendente della libreria.

Decise che era ora di abbandonare quel nido.

Gradini

Ho percorso quei gradini molte volte. Uno dopo l’altro, contandoli.

Uno, due, tre

Ero solo un bambino. Ed ero felice. Non ho avuto traumi. Avevo una famiglia, degli amici, un mondo immaginario in cui far vivere creature fantastiche, in cui le leggi delle natura perdevano la rigidità delle regole terrestri per piegarsi alla magia. Ero un bambino, e per me tutto era possibile.

Quattro, cinque, sei

Da ragazzo, alle medie, scoprì cosa volesse dire “diverso”. Diverso é chi non fa parte del gruppo. E per la prima volta, proprio in quegli anni, la vita gli fece vedere il suo pugnale affilato. Trafisse a fondo, ma non uccise. A ogni modo, scoprì che oltre al sole, nel cielo, ci possono essere anche le nuvole.

Sette, otto, nove

Al liceo scoprì il mondo, passato e presente. E si sentì, di nuovo, padrone del mondo. Lui era il mondo. Poteva fare tutto. Scoprì l’amore. Se ne innamorò, Ma l’amore corre veloce, e iniziò un inseguimento che non sembrava avere fine.

Dieci, undici

E così il pugnale ha trafitto. Ancora. Ma ora ha lasciato a terra una vittima. Come può essere possibile? Quindi questo vuol dire essere adulti? Cercare di proteggere un vaso incrinato, senza accorgersi di essere a propria volta scheggiati? Cercò raccogliere i cocci per andare avanti. Avrebbe fatto meglio a rimetterli insieme.

Dodici, tredici

All’università si annoiò. Evidentemente non era il posto per lui. Ma il suo senso del dovere è un blocco di marmo, e arrivò alla fine. Una recita molto convincente, ma estenuante. Era ora di cambiare palcoscenico.

Quattordici

Eccoci arrivati. Aveva sempre pensato che quelle scale fossero un po’ troppo scivolose e ripide. Bisognava prestarci attenzione.

Insetti

Capita che gli unici esseri viventi che mi salutino quando torno a casa siano degli insetti. Come tutto qui, anche queste creature sono insulse e squallide. Piccoli animaletti dal corpo debole, affusolato, bianchiccio, dal quale su diramano molte zampe sottili e due lunghe antenne tremolanti, che vibrano al minimo spostamento d’aria.

Nei primi tempi li catturavo, li eliminavo. Ma ogni sera ne spuntavano altri, arrampicati sui muri, nascosti nelle fessure. Correvano spaventati dalla luce alla ricerca del conforto dell’ombra.

Decisi di lasciar perdere. L’umidità era la loro madre, avevano occupato quella stanza ben prima del mio arrivo. La lotta era impari. Tanto valeva lasciarli alla loro brulicante vita.

Alla fin fine, erano le uniche creature che non mi chiedevano qualcosa. E nel mondo ci sono esseri ben più pericolosi di quei corpi silenziosi e indifesi.