Specchio di verità. Parte 3: il disertore

Fuggì sempre più lontana, cercando il conforto negli alberi ma con il timore di perdersi in quel bosco incantato. Infine si ritrovò in una raduna dove vide un cavallo fulvo che pascolava tranquillo. Vicino, appoggiato ad un albero nodoso, si riposava un uomo.

Erano passati molti giorni, ormai,da quando era partito di soppiatto da casa portando con sé quel cavallo. Era un semplice ronzino, ma lo spronò a cavalcare veloce come il vento, per allontanarsi da quel paese. Il suo destino era quello di ingrossare le file dell’esercito, di obbedire al suo re, di spezzare le vite dei nemici, o dare la sua, nel caso la mano avesse esitato.

Tuttavia, non voleva uccidere, non voleva sentire il suono delle armi, l’odore del sangue, i rantoli, il rombo dei corni. Era fuggito con il solo cavallo, era scappato dalla morte, dal padre, dalla guerra. Ad un’altra signora si addiceva il compito di interrompere un’esistenza.

Disertore, lo chiamavano. Quella parola lo feriva come mille lance.

Gli avevano detto che anche su un campo di battaglia il grano avrebbe potuto rinascere. Ma lui provava orrore per quella natura pronta a nutrirsi dei resti delle sue stesse creature per dare nuovi frutti. Trovava insopportabile quel circolo violento che sentiva stringersi attorno.

Disertore. Una parola che lasciava un bocca un gusto di ferro, di polvere. Gli aveva aperto una ferita profonda, lo aveva lacerato facendogli perdere lentamente ogni goccia di amore vitale. Un lento stillicidio lo aveva ridotto allo stremo, proprio lui, che per rispetto della vita non aveva voluto uccidere.

Disertore. Vile, canaglia, traditore.

Disertore.

L’aria innondava i polmoni, il cuore batteva, il sangue scorreva, ma il nulla lo avvolgeva.

Aprì gli occhi, e si vide minuscolo riflesso in due frammenti di cielo azzurro. Fu un solo istante. Poi la ragazza si ritrasse,tirò un lembo del fagotto che teneva in mano e gli mostrò il contenuto.

“Cosa vedi?”

Era la voce rica di chi non era abituato a parlare.

Vide una terra lontana, che non portava il peso di costruzioni.vide una vasta pianura recintata solo da monti. Sapeva che piede umano non aveva contaminato quei luoghi. La violenza non aveva lasciato la sua striscia di fuoco e distruzione.

“Dov’è? Dimmi dov’è. Te ne prego”.

Il silenzio fu la sola risposta.

“Chi sei? Aspetta, rispondi, cosa significa?”.

Solo l’erba gli rispose con un pigro fruscio.

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Specchio di verità. Parte 2: il viandante

Finalmente fu in grado di correre fra i boschi, perdersi tra gli alberi benevoli che la proteggevano dal sole e dalle intemperie. L’erba si piegava elastica sotto i suoi piedi scalzi, mentre i capelli giocavano con i rami che tendevano verso la terra.

Era il fiume, però, ad essere il suo compagno preferito. Il rumore cristallino di mille spiriti che cantavano parole piene di vita la allietava anche nei momenti più difficili. Lo scintillio che imitava il sole, i teneri fiori che si protendevano verso la corrente, l’odore fresco e il guizzo metallico di qualche pesce le infondevano subito tranquillità. Spesso immergeva la mano nelle acque, immaginando e desiderando le terre che quella aveva toccato e conosciuto. Avrebbe tanto voluto farsi trasportare anche lei dalla corrente, con i fiori che le ornavano i capelli,finalmente libera,finalmente nel suo elemento.

Seguì la strada che costeggiava quel fiume. Per ora, almeno, non aveva incontrato ancora nessuno dei briganti che i compaesani le avevano prospettato.

In quel tratto, anzi, non sembrava che ci fosse anima viva. Solo un salice occupava la strada con i suoi rami che, stanchi, si rifiutavano di innalzarsi al cielo, quasi disdegnassero l’azzurro divino per godersi il verde della terra. Troppo tardi si rese conto che sotto quel salice c’era una persona avvolta in un nero pastrano. Non fuggì come le avevano suggerito. Spinta da una certa curiosità si avvicinò.

Si accostò al pellegrino, tolse il panno liberando il fagotto che portava sempre con sé. Il viandante vide uno scintillio di uno specchio dall’aspetto antico e guardò stanco ed incuriosito la ragazza.

“Cosa vedi?” Chiese tremando

“Vedo una ragazza che corre, e un uomo che la segue. Vedo i piedi di lei feriti dai sassi. Vedo il sangue sull’erba. Vedo…” l’uomo, confuso, tacque. “Chi sei? Cosa significa? Fammi vedere…”

Si protese per afferrare la ragazza, ma ormai era già lontana, tra le braccia il suo enigmatico fardello. Avrebbe voluto liberarsene, ma non poteva. Aveva promesso, aveva giurato.

Specchio di verità. Parte 1: il viaggio inizia

Le scivolò dalle mani, in un attimo raggiunse il suolo dove, con un limpido tintinnio di mille campanelle d’argento, andò in frantumi. Schegge di cielo danzarono nell’aria, frammenti scintillanti si sparsero ovunque, pezzi di smeraldo rotolarono tra l’erba. Finalmente era libera.

La strada era ancora lunga e polverosa, ma non c’era possibilità di tornare indietro. Aveva deciso di abbandonare la sua piccola casa, il focolare caldo e sicuro, per cercare una meta sconosciuta, certo, ma piena di promesse. Era stata avvertita: il cammino sarebbe stato difficile, i suoi compagni di viaggio non certo gentili. Ci sarebbero stati briganti, furfanti, truffatori. Perché lasciare la sua vita tranquilla, all’insegna della normalità, per rischiare di perdersi nell’intrico del mondo di fuori?

Quel paesino, però, non le bastava. Voleva di più, voleva spingersi oltre, andare lontano, scoprire e toccare mondi nuovi, vedere colori mai pensati, sentire lingue arcane, sconosciute. Liberarsi finalmente dai benpensanti che volevano renderla simile a loro.

E quindi eccola, avvolta in un pesante mantello, ricurva mentre portava con sé un fagotto che sembra essere troppo pesante. Era riuscita a chiudere la porta del suo passato, non senza fatica o rimpianti. Ma per non morire, per non soffocare, doveva partire e, un passo dopo l’altro, allontanarsi dalle sue certezze.

Unica compagna fu la paura. La paura di non farcela, di cadere e di non alzarsi più, di perdersi, di smarrire la via. Ma la meta lontana la spronava, le dava la forza ogni giorno, la guidava per sentieri impervi.

Carnevale

Maschere. Sorrisi dipinti, occhi vuoti, neri buchi che si aprono senza lasciar trapelare niente. Sorrisi dipinti, ghigni mostruosi. Caricature, trampolieri, gnomi, eroi, dei. Grida, risa, musica e strepiti. Danze, giri, rincorse.

Una giostra frenetica e sorprendente mi chiama, mi costringe a tuffarmi in un tafferuglio senza logica.

Ecco la tua maschera, tiene il tuo costume, copriti con una parrucca, truccati, cambia la voce. Vieni, danza con me, ridi bevi. Reggi il boccale, bevi l’inebriante nettare, lascia andare. Cambia la maschera, cambia compagno, sorseggia da questa ciotola.

E rimango ferma lì, incuriosita e spaventata. Oro e rosso luccicano ovunque, piume smeraldo, zaffiri, rubini, perle. Bagliori accecanti che commettono con il sole in persona. Troppi perché siano veri, troppo simili per distinguere i falsi.

Avanti, tuffati, seguici. Ridi con noi, mangia con noi. Baciaci. Non saprai più cosa sia solitudine.

Ascolta il violino impazzito, la cantante stonata, i tamburelli che non trovano tregua. Senti la nostra felicità, la pazzia del nostro inno.

Intorno a me solo maschere. Stupende, colorate, affascinanti come le piume di un pavone. Indosso la mia, la assicuro per bene e avanzo di un passo.

Stranezze

“È un uomo strano” ardii dire a Guglielmo.

“È, o è stato, per molti aspetti, un grande uomo. Ma proprio per questo è strano. Sono solo gli uomini piccoli che sembrano normali”.

Umberto Eco, Il nome della rosa.

Non muoverti. Non puoi muoverti, fermo.

Continuava a ripetersi questa litania, imbarazzato, sentendosi del tutto fuori luogo.

Intorno a lui centinaia di esserini si agitavano come una marea disordinata e scura. Correvano, senza guardare i compagni, dritti per la loro strada. Cercavano solo di non urtare gli altri, di non cadere per portare a termine il proprio compito. Parole poche. Discorsi vacui. Sono un lavorio ininterrotto.

E lui lì, fermo. Non poteva alzare un dito, allungare le gambe, sospirare, perché avrebbe causato uno scompiglio non indifferente. Allibito, guardava i suoi piccoli compagni che si affannavano per fini inutili, senza alzare gli occhi, nascondendosi dal sole, evitando qualsiasi confronto, dando per scontato quella falce argentea che sorrideva sornione.

A volte succedeva che ci fosse un po’ di guazzabuglio: avidità, invidia, rozzezza si aggiravano fra quelle anime. Dopo che si erano scatenate, lasciavano a terra gli sconfitti. Poi la normalità prendeva il sopravvento e tutti tornavano al solito affanno.

Finché non si stancò.

Fermo, gli dicevano. Mostro, lo chiamavano.

Ora basta, però. Si alzò. Gli omini vicino alzarono lo sguardo stupiti. Alcuni un po’ crebbero pure loro, altri, i più, lo sbeffeggiarono.

Mosse le mani, parlò, rise, corse, suonò e cantò.

Ogni volta un piccolo grande sconvolgimento investiva i suoi vicini. Chi si scontrava, chi era costretto a cambiare strada, chi si arrampicava per cercare di raggiungerlo. Chi lo sfuggiva, perché troppo strano, chi lo ammirava e apprazzava, chi,ancora, faceva finta di non vederlo, e, in segreto, lo imitava.

Orient Express

Dai finestrini ammiccano graziose lampade protette da paralumi viola che sembrano salutare i passanti, allegri e un po’ misteriosi con le loro luci tremolanti.

Un’ombra dalla camicia bianca è mollemente appoggiata ai vetri della porta, dando le spalle al passaggio che scorre lentamente. Forse sta parlando con un elegante passeggero o con una signora fasciata in un vestito di seta. Magari la fortunata tornerà alla sua piccola ma sontuosa cabina con un abbozzo di sorriso imbarazzato e un tenue rossore.

Tendine ocra scendono per schermare il sole, facendo indovinare agli spettatori affascinati e curiosi solo idee dei passeggeri.

Portando via i suoi segreti, il treno si allontana grigio e solenne, con l’ultimo saluto delle luci violacee e con il sorriso smaliziato di un bimbo che guarda curioso il mondo lì fuori. E nell’ultima carrozza un uomo accenna a un divertito salute, mentre se ne sta appoggiato al parapetto.

E infine scompare, lasciando solo l’eco del suo passaggio e un sentore dei tempi passati.

Pausa

Perché ci piacciono le favole? Perché ci ritroviamo a guardare è leggere soddisfatti storie con un lieto fine, storie in cui a vincere è sempre l’amore, in cui il protagonista riesce sempre a riscattarsi e a trovare la sua strada, la sua persona, il suo mondo? Perché ci crogioliamo in queste illusioni?

In quei momenti ci prendiamo una pausa. Dal disincanto, dalle insicurezze e dalle delusioni. Accantoniamo le amarezze che ci hanno lasciato un sapore spiacevole in bocca. E apriamo le porte al sogno e al fanciullo stupito.

Eccoci, allora, che diventiamo l’orfanello poco amato che scopre un mondo in cui è l’errore, o un insignificante abitante di una contrada sconosciuta che salva il mondo, o l’affascinate eroina che mette a terra stolti energumeni. Siamo di volta in volta il brutto anatroccolo che conquista il cuore di qualche cigno, il povero che diventa re, il cavaliere che si batte per la giustizia.

Finita la favola, non si può provare che nostalgia. Per una realtà che non estate, per uomini che incarnano il meglio di noi. E non ci resta che chiudere quel sogno nella parte più nascosta, indossare una corazza ben poco eroica, e uscire nel mondo reale. Mantenendo sempre viva la debole fiamma di speranza che magari, un giorno,la favola si avveri.