Piccoli dispetti

Non guardatemi in quel modo. Non sono crudele, non faccio del male, il più delle volte. Sono solo dispettoso. Ora che ci penso, potrei essere un nemico temibile, ma non vi dovete preoccupare, almeno finché non mi offendete.

Esatto, state ben attenti a non offendermi. Sono piccolo, abito nei boschi, ma sappiate che ho ridotto alla miseria prosperi contadini e ricchi mercanti. Soldo per soldo, spiga dopo spiga, hanno perso tutto, tranne il mio riso canzonatorio. Quello non manca mai.

Per il resto del tempo, non vi disturbo nemmeno, sono uno spirito notturno annoiato. Per questo vi nascondo oggetti, o pesto la coda a qualche gatto o un cane addormentato. Potrei perfino azzardarmi a scompigliate i vostri capelli o a farvi il solletico per suscitare un qualche incubo.

Sentite questo suono? State tranquilli, è la nostra risata. Domani non perdere tempo a cercare qualcosa, o tentare di debellarci: non ci riuscirete, perché la notte diventiamo noi i padroni di casa.

Problemi di segnaletica

Se ne stava lì, seduto per terra, in mezzo alla strada, il capo rivolto verso l’alto, gli occhi attenti. Il suo interesse era rivolto al cartello delle indicazioni, che segnalava le varie stradine da imboccare per poter raggiungere una qualche destinazione.

I passanti guardavano l’uomo con curiosità, che sfociava nel fastidio e nel disprezzo. Ci fu pure chi gli allungò una monetina. A lui non servivano soldi. Anche perché non aveva idea di dove andare. Tutti quei nomi che risplendevano sul cartellone sembravano vivi e ognuno di essi voleva essere l’eletto, la scelta principale.

Come faceva tutta quella folla a non tentennare, a imboccare la strada senza paura, senza esitazione. Guarda quel signore con il gilet: veloce e deciso prende la strada a destra e si inerpica per il monte. E quella ragazza con una falcata si trova già alla prima curva del secondo sentiero alla sua sinistra. E lì, più o meno in centro, corre un bambino ridendo e incespicando.

Ma il passante si era fermato. Troppe scelte, poche informazioni. Finché una sera, lentamente, con le gambe rigide e fredde, si alzò, voltò le spalle alla segnaletica e scomparve nel vicino campo di grano.

Realtà virtuale – pt. 4

Il mondo creato da Ludiveritas era la versione migliorata del mondo reale: semplici visori permettevano di cancellare il grigiore del quotidiano e ridare alla propria vita la forma desiderata. Davide odiava tutto della sua esistenza banale, di quella cella persa in un palazzo enorme, una prigione di persone libere e anonime. Solo quando varcava i confini del suo mondo e indossa i panni dell’aitante Tit@nus537 si sentiva realizzato. E ora aveva dei nuovi amici.

Androm&d482 e Lep1do25 chiedono la tua amicizia. Accettare?

Ovviamente accettò. Subito comparvero i nuovi amici nella veranda della sua villetta, dove li raggiunsero Serapis*3 e Tit@nus537.

“Serapis*3, cosa ci serve questo bifolco?”

Immaginò che fosse Lep1do25: un tipo muscoloso, che abbaiava frasi e guardava con occhio critico l’orto e le seggiole di vimini. Legato alla vita faceva capolino una pistola che assomigliava a un piccolo cannone. Tit@nus537 si pentì di aver accettato l’amicizia: il suo era un regno luminoso, senza raffinerie e odore di petrolio. Lo aveva creato da un semplice appezzamento base e negli anni aveva costruito una casa, la falegnameria, un piccolo mulino, tre campi di orto e frumento, nonché un piccolo allevamento di…

“Conigli. Alleva conigli. Ma che ti prende Serapis*3? “

Androm&d482 masticava un gomma mentre passava un dito sulla sciabola che aveva estratto dalle fodera sulla schiena. Tit@nus537 non potè esimersi dall’apprezzare le formose curve della nuova amica, a stento trattenute da un attilato corpetto.

“Siete forti, ma stupidi. Se un campo non produce o importa cibo, verrà chiuso. Ho trasformato il mio in fortezza, e ora ho trovato il mio granaio. Bentrovato Tit@nus537”.

Bastava fornire del necessario i vicini. In cambio loro lo avrebbero protetto e gli avrebbero dato una zattera con cui navigare e commerciare con le ricche persone del fiume. E l’accetta?

“Tienila a portatola di mano, non si sa mai con Att$la936.”

E per un po’ questo patto procedette alla grande.

Realtà virtuale- pt.3

Accettare l’invito di Serapis*3 ad accedere alla cella Yf174?

Bella domanda. E se fosse stata una trappola per conquistare la sua comoda villetta? E poi poteva essere ben poco utile: in una guerra Tit@nus537 avrebbe solo potuto soccombere. Bip-bip.

Serapis*3 continuava a guardarlo sulla soglia della falegnameria. Maledetto lavoro. “Ciao Serapis*3. Come sei riuscita a entrare nel mio regno? Come potrei aiutare te e i tuoi compagni? Con un’accetta?”.

Davide si rassegnò e uscì di casa. Quel lavoro gli serviva. Mentre stava scendendo le scale del condomio, al quarto piano, nel suo appartamento, lo schermo del computer si illuminò, l’affascinante avatar scrisse: “Semplice sei il mio vicino, sono sconfinata attraversando il fiume. Non hai guardie o sistemi di allarme. Un gioco per poppanti. Avrai la tua utilità. Il tuo bosco ci serve e anche i tuoi prodotti. Sei dei nostri? O devo eliminarti?”

Tit@nus537 lesse il messaggio diverse ore dopo. Non aveva la minima voglia di finire nel limbo dei Senza Terra, giocatori che non avevano ancora i loro posto fisso in Ludiveritas.

Accettare invito di Serapis*3?

SÌ.

Aveva appena stretto quella che nel gioco era detta un’Alleanza di territorio.

Fame

Aveva fame. Una terribile fame. Avrebbe ingoiato mille portate e mille dolci. In effetti, sarebbe stato capace persino di ingurgitare il mondo intero. No, che dico? L’universo, il cosmo sarebbero stati facili prede delle sue immense fauci fameliche.

Come sopire quel fremito, come ridurre quell’ingorda voglia di cibo, di sazietà? Le leggi gli vietavano di banchettare con le sue stesse creature. Lui, il fuoco eterno, il tutto e il nulla, il drago creature, il soffio vivifico voleva trasformarsi in forza distruttrice. Sarebbe bastato così poco. Un colpo di coda. Un battito d’ali. Un respiro incontrollato. Tutte quelle creature sarebbero state spazzate via, in pochi, drammatici attimi.

Doveva trattenersi. Le spire nere come la pece dovevano continuare a svolgersi attorno a quel delicato equilibrio. Non era ancora giunta l’ora per gli astri e i pianeti. Il grande drago celeste doveva recitare ancora il ruolo del guardiano. Ma non mancava molto. Il grande tradimento era alle porte.

Umane bestie: lo Squalo

Lo chiamano anche il terrore dei mari. Lo Squalo si aggira in lungo e in largo nel suo regno attorniato da umili e servili tirapiedi pronti a tutto, pur di non uscire dalla cerchia protetta. Guardalo mentre solca le onde alla ricerca di qualche vittima da sbranare, smembrare, distruggere.

Spesso lascia dietro di sé una lunga striscia di sangue. Dopotutto, lo Squalo non ha remore nell’avventarsi su qualsiasi altro essere vivente. Con il suo sorriso fatto di sciabole e di aguzzi pali porebbe annientare qualsisi nemico, ogni intralcio. È dotato di un’arma letale, che non perde mai il filo, che non necessita di manutenzione.

Violento e prepotente gode nel vedere il terrore negli occhi dei suoi vicini, o la riverenza in quelli dei suoi sottoposti. Adora il sapore metallico della vittoria, gode della forza bruta con che afferra ciò che appartiene agli altri.

Nessuno ferma lo Squalo. Tuttavia, dalle mie parti si dice che questa creatura non brilli particolarmente per intelligenza. Chissà perché la stupidità va spesso a braccetto con la feroce avidità.

Realtà virtuale – pt. 2

Tit@nus537 aprì la porta della falegnameria e si trovò davanti a uno spettacolo be strano: a quanto pareva Serapis*3 era una bella giovane, dall’aria selvaggia e accattivante, che indossava una comoda tuta di pelle, cinta in vita da una fascia da cui pendeva un coltello dall’aria affilata.

“Tit@nus537…il nome prometteva bene”, commentò la giovane arricciando il labbro. “Non importa. Stammi a sentire: vengo dalla cella accanto, sono stata attacata da Att$la936. Mi servono rinforzi. Ho già dalla mia Androm&d482 e Lep1do25. Tu che arma usi?”

Tit@nus537 si guardò le mani. Armi? A parte gli strumenti da falegname, non possedeva nulla di pericoloso: le armi appartenevano a un livello a pagamento. Lo spiegò a Serapis*3, la quale sospirò impaziente dopo avergli sbattuto l’acetta sul petto: “Non avere paura di usarla, o puoi dire addio questa catapecchia”.

Tit@nus537 la seguì docile. Bip-bip bip-bip. Era il segnale per chiudere. Ma Davide lo ignorò: per una volta faceva parte di una squadra.

Realtà virtuale – pt. 1

Benvenuti nel gioco Ludiveritas, l’unico gioco interattivo in cui potrete vivere l’esistenza che avete sempre desiderato. Il gioco è vietato ai minori, per tutti gli altri, il divertimento è assicurato.

Ludiveritas era il videogioco più in voga di quegli anni: bastava indossare gli appositi visori, e subito il giocatore si ritrovava in un mondo parallelo, che nulla aveva a che fare con la sua piccola dimora. Tutti cercavano di accapparrarsi un paio di occhiali a marca Transmundi, gli unici in grado di supportare il gioco.

Il giocatore poteva scegliere il proprio habitat, la famiglia, il lavoro, la casa. Poteva persino interagire con gli altri partecipanti, come nella realtà. E come nel mondo reale, chi comprava la versione più avanzata del gioco poteva accedere a scenari personalizzati o ad avventure speciali.

Davide adorava quel gioco. Il suo umile lavoro di operaio in una raffineria non era abbastanza remunerativo da permettergli l’acquisto dei componenti più avanzati di Ludiveritas, ma passava comunque la maggior parte del tempo indossando i visori e prendendosi cura della sua villetta immersa nel verde.

Benvenuto Tit@nus537. Riprendi la partita da dove l’hai interrotta? Serapis*3 vorrebbe visitare la tua cella: permetti all’utente di entrare?

Davide selezionò due volte e attese impaziente l’arrivo del giocatore misterioso. Non era la prima volta che succedeva: ormai i partecipanti erano troppo numerosi, e le celle cominciavano a scarseggiare. Alcuni avevano deciso, quindi, di conquistare le celle vicine con delle incursioni virtuali.

Ma Serapis*3 non si fece vedere. Tit@nus537 sistemò l’orto, riparò il tetto e vagò nel vicino bosco, che ancora doveva esplorare. Era alla ricerca di un corso d’acqua che gli permettesse di sconfinare in celle vicine per incrementare le vendite dei suoi prodotti. Bip-bip bip-bip.

Era la sveglia del mondo reale: doveva prepararsi per il turno in fabbrica. Si tolse il visore, si mise la tuta e uscì dal palazzo di periferia per tuffarsi in una selva di cemento.

Ritornato a casa, si rifugiò nel suo mondo. Serapis*3 è in linea. Ti sta aspettando in zona falegnameria. Tit@nus537 corse sul luogo indicato.

Rofeia

L’Ordine concedeva solo a pochi eletti la possibilità di viaggiare. Tra questi comparivano i Guaritori, saggi che avevano il compito di curare malattie e fratture, monomanie e follie. Le conoscenze di questi medici erano immense e antiche, capaci di recare sollievo anche al caso più critico.

I pazienti più gravi venivano trasportati direttamente nella città dei Guaritori, Rofeia, che si trovava ai confini con la città del sole: erano convinti che la luce aiutasse a rigenerare il corpo e la mente. Forse per questa ragione tutto a Rofeia sembrava risplendere: gli edifici erano costruiti in pietra bianca e cristallo, tanto che risplendevano come enormi diamanti.

Al centro sorgeva una costruzione imponente, fatta di pinnacoli e guglie, un merletto candido su un cielo terso. Era la biblioteca del Grande Sapere, dove erano conservate e tramandate le conoscenze mediche frutto di secoli di studi. Era in qui che le menti più promettenti imparavano precetti, cure e sintomi, nonché i principi base del loro lavoro. Si diceva che le mura della biblioteca proteggessero ben altri segreti, storie fatte dimenticare, verità scomode. Ma era vietato leggere libri che non fossero di utilità medica.

Attorno alla biblioteca sorgeva una miriade di piccole casupole, disordinate come un gregge privo di cane pastore. Erano gli alloggi dei Guaritori, ai quali si affiancavano le stanze dedicate ai malati e le numerose erboristerie che producevano medicamenti e unguenti.

Negli ultimi tempi, però, correva una voce poco rassicurante. Si diceva che a Rofeia si conducessero degli esperimenti per conto dell’Ordine. Esperimenti che avrebbero portato alla pazzia, e forse anche alla morte, alcune delle cavie.

Pensieri

La testa mi scoppia. Anche Zeus deve aver pensato la stessa cosa quando chiese a Efesto di spaccaglierla con un colpo ben assestato. Ma nel suo caso ne uscì fuori Atena, saggia e fredda come solo un parto della mente sa essere. Nel mio caso dubito che esca qualcosa che non sia sangue e materia grigia.

Maledetta testa, sempre a protestare e a reclamare attenzione. Forse lo fa per ricordarmi che è ancora lì, che vuole essere utilizzata. Lo so benissimo, grazie tante. Solo che ci sono momenti in cui non la voglio proprio ascoltare. Chissà se a Zeus, parlando con Atena, non sembri di parlare a se stesso?

Giulia un giorno mi disse che sono uno stupido, che non capivo niente, che ero solo un piccolo, viziato, incapace ad amare. Ma io amavo Giulia. Non amavo stare solo con Giulia. Mi accusava di tradimento. Disse che le facevo venire un mal di testa tremendo, come se la mia superficialità le sottraesse ossigeno dal sangue. Non vidi più Giulia. Da quel giorno venni afflitto da terribili emicranie.

Zeus aveva risolto con una acetta. Forse avrebbe funzionato anche con me.