Agave

Paralisi interiore. Così si sentiva mentre se ne stava chiusa nelle sue stanze, le più remote all’interno del palazzo. Era in gabbia. Non solo. Il suo cuore era rinchiuso in una prigione che gli impediva di battere più forte. Una barriera pesante, scura, che occultava le sue passioni e i suoi sentimenti.

Era un ramo spezzato, secco, piegato a terra prima ancora di aver avuto la possibilità di sbocciare.

Era un giorno grigio d’inverno, in cui il cielo era nascosto da una trapunta di nubi.

Era un feto atrofizzato, bloccato dalla paura di mostrare veramente chi fosse, di ballare nuda e libera, dimentica delle ferite e delle preoccupazioni.

Finché un giorno non decise di abbattere quel muro. E corse. Corse fuori dalle sue stanze. Corse fuori dal palazzo, dalla città. Superò i campi, il fiume, rifuggì le case, e si rifugiò nel bosco alla ricerca di quel raggio abbagliante che avrebbe squarciato le nuvole.

E iniziò una danza sfrenata, infernale, senza mai fermarsi se non quando le ginocchia cedettero e i mille colori che le vorticavano attorno non assunsero i toni della morte.

Nelle narici l’odore dell’erba fresca le dava forza vitale. Sognò di volare vicino al sole con la pelle che ardeva, e di precipitare tra l’indifferenza della gente in acque sconosciute. Si immaginava mentre nuotava tra creature meravigliose e terrificanti per poi emergere più viva che mai. Si vide nei panni di una cacciatrice che con una forza inaudita abbatteva un leone. Le sembra quasi di sentirne il calore del sangue che le colava dalle mani.

Che la prigione sia abbattuta. Per sempre. A qualsiasi prezzo.

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Acquario

Oggi mi sento proprio come un pesce. Non quei pesci che vivono liberi nel mare e con guizzi argentei si muovono veloci, cercando di fuggire ai predatori.

No, mi sento come un pesce di allevamento che da poco è stato gettato nell’acquario. Poche ore prima nuotava con un cerca difficoltà in un liquido molle, cedevole, che cambiava forma. Intorno a sé mille luci di mille colori. Il verde lampeggiava, il rosso ammiccava. Una girandola psichedelica che gli lo faceva aggirare agitato nel suo piccolo regno.

Strane musiche, un vocio continuo gli arrivavano seppur ovattati. Suoni più acuti, una melodia che tornava sempre uguale, una voce che urlava sempre con la stessa cadenza.

Poi un terremoto. Viene sballottato, allungato, ristretto. Non riesce a mantere l’equilibrio. Un volto deformato in pieghe lo guarda, sorride, ride eccitato e lo indica. Una calda mano tiene il suo mare in miniatura. Così calda che si sente bruciare.

Le luci scompaiono, le voci si fanno gentili. E poi…pop.

Scivola giù. Panico. Poi si ritrova in un’acqua fresca, pulita. Non ci sono quei morbidi confini, ma lo spazio gli pare immenso. Vede delle piante e ci fugge dentro. Da fuori il volte sorridente lo scruta.

La luce lì è fredda, monotona. Non ci sono voci. Le piante non hanno radici. Inizia ad esplorare e…sdong. Scopre che non c’è più la membrana e frenarlo, ma una parete trasparente. Dall’altra parte un fantasma. È pallido, sembra quasi trasparente. È di un colore roseo, e si trova musa contro muso con lui. Se va a destra anche quello strano essere va a destra. Se va a sinistra, lo segue.

Quella faccia sorridente non lo guarda più. Non ride più mentre batte sul vetro né lo fissa affascinato.

Finché un giirno…plop. Scivola dentro il suo regno uno strano compare. Ha il corpo ricoperto di mille colori. Sembrano quelle macchie di lucenche aveva visto un po’ di tempo fa. Ha una coda morbida, sembra un velo che disegna curve rosse nell’acqua.

Cerca di avvicinarsi, ma quello si allontana. Con altezzosa superiorità sfila vicino al vetro.

Ora la faccia è di nuovo sorridente.

Ricerche

Vi ricordate quando da bambini andavate in spiaggia? Giocavate con la sabbia, quella strana materia dolcemente calda, che scorreva inesorabile tra le dita.

E il tempo ha corso veloce, e fuggito, esattamente come quei granelli che sgusciavano fuori dalle fessure tra le dita, lasciando in mano solo un po’ di polvere.

E così ci troviamo catapultati prima in un corpo che non ci appartiene e poi in nella vita adulta. Le scuole finiscono, gli amici prendono strade diverse, i doveri piombano pesanti come macigni. Vi dimenticate di quel bambino che giocava con la sabbia, e iniziate la vostra avventura.

Una ricerca infinita e affannosa, che cerca di dare un senso a quella sabbia che scivola.

Ricerca di amore. Di quella metà che completi le mancanze, che rida, che pianga, che sincronizzi il suo cuore con il vostro. Che vi faccia arrabbiare, urlare. Che vi faccia sorridere e dimenticare che cosa siano le lacrime.

Ricerca di realizzazione. Quei piccoli o grandi riconoscimenti che vi rendono importanti e che vi fanni amare ciò che fate. Una ricompensa per i vostri sforzi e i vostri e i vostri sacrifici.

Ricerca di stabilità. Di quelle quattro mura calde che sono pronte ad accogliervi in qualsiasi momento.

Ricerca di perfezione. Che dia un senso al tempo che passa. Che renda questa esistenza degna di essere vissuta.

Fate silenzio. Sentite? È il suono impercettibile della sabbia che scorre via.

Campi Elisi

Narrano di terre vaste e rigogliose, in cui crescono alberi di ogni tipo, sempre in fiore, sempre con i rami carichi di frutta, in qualsiasi mese dell’anno. In quel paese non esistono stagioni, al giorno non segue la notte, il tempo è cristalizzato.

Lì potrai trovare strani personaggi che riposano.

Un bel giovane stende le gambe mollemente mentre suona la cetra cantando leggende di altri tempi. Poco lontano un ragazzo lo ascolta, in silenzio, rapito, senza mai distogliere gli occhi. Il primo non può fare a meno di sorridere compiaciuto, mentre ricorda le gesta di eroi pronti a combattere in terre lontane solo per la gloria, per diventare a parole immortali. Al suo fianco, gettato a terra, uno scudo di metallo riflette la luce facendo invidia al sole stesso, mentre il giovinetto gioca ozioso con elmo.

Una donna possente li spia da lontano. Ha le braccia muscolose, lo sguardo limpido e duro. In seno porta ancora il rancore di una morte non voluta, di un oltraggio che non può essere vendicato.

Accanto al fiume limpido sospira un uomo dai capelli neri e ricci. È tranquillo, ma un velo di tristezza cala sugli occhi mentre rimira l’acqua. Gli mancano le onde, l’odore salmastro, il sale che tira la pelle, il suono dei flutti che si infrangono come sogni, che raccontano di gente sconosciuta, di terre lontane, di una casa che lo attende, di un’isola tanto amata quanto lontana.

Su una pietra sta seduta una donna velata, che culla un bimbo. Il destino, o un malvagio ordine, lo ha condannato a rimanere un infante per sempre. Nelle orecchie rieccheggia ancora il grido disperato della madre mentre lo allontanano a forza dal suo seno. Sulla sua pelle il sentore dell’aria che lo sferza, ma che non è capace di frenare la sua caduta. “Padre, dove sei?”.

Un poco in disparte il padre guarda la triste coppia, e in cuor suo si rammarica di non essere riuscito a dar loro un futuro. “Tu sei per me marito, padre e fratello”. Eppure si sentiva un semplice assassino incapace di difendere la sua famiglia, la sua città.

Un vecchio cerca di consolarlo, mentre gli cura le piaghe attorno alle caviglie e le ferite sulla schiena. Parla piano, mentre enumera il destino dei suoi numerosi figli.

Un energumeno muscoloso accarezza uno strano manto. Pensa ad un altro mantello, regalatogli dalla sua amata, ardente come la gelosia di lei, pensante come centinaia di fatiche, letale come un’idra che non può essere sconfitta.

Gli amati dagli dei, li chiamano. Uomini perduti, sofferenti, dal fato segnato. Amati dagli dei, dicono.

Tentavi di volo

Hai voluto spiccare il volo, cercare di allontanarti da questa monotona terra.

Hai tentato di avere di più, di migliorare ogni giorno, di essere la pecora nera in un candido gregge.

Hai continuato a lottare finché le armi non si sono smussate.

Hai scalato le montagne, facendoti sanguinare le mani.

Sei salito su scale impervie, di corsa, tutte d’un fiato, con forza e tenacia.

Non hai cercato scorciatoie, non hai appeso zavorre a chi ti stava davanti.

Hai provato a volare, ma ti ritrovo ancora qui, mentre zampetti su queste rocce.

Hai il triste aspetto di un angelo con le ali spezzate.

Buio

A volte i miei pensieri mi fanno paura, volano nella direzione sbagliata. Trovano una comoda dimora in un groviglio di rovi e la luce, per qualche lungo attimo, si spegne. Non riesco a trovare motivi per riaccenderla, la voce si smorza, le labbra si muovono mute, come in un vecchio film, come pesce che saltella alla ricerca di acqua. I bronchi si chiudono, il fiato diventa affanno, la mente si offusca e avanzano gli spettri.

Davanti lo scheletro di un uomo, semplice ombra di ciò che è stata, ormai privo di qualsiasi forza vitale. Scheletro di una persona che tanto ho amato, che tanto mi manca, e di cui, forse, non ho mai superato la scomparsa.

Segue lo spettro ghignante di chi non mi ha mai sostenuta, incoraggiata, relegandomi in una zona grigia di indifferenza e mediocrità. E io chino la testa e lo ascolto: è vero, sono solo una delle tante ombre che non porterà nulla a termine.

E lì, vicino, la maschera grottesca dei fallimenti. La voce che rimbomba elenca uno ad uno tutti gli errori e le stupidità che ho commesso. E l’eco si premura e ripeterli all’infinito.

E su tutte troneggiano le figure di Rancore e del suo compagno Paura. Rancore nei confronti di chi si è dimostrato più furbo, di chi è stato capace di conquistare cuori e non solo grazie al suo fascino. Paura per questo livore che non voglio che mi appartenga. Paura di trasformarmi in un meschino essere roso dall’invidia. Paura di trovare il mio posto e rimanere nel limbo.

Alla fine, però, quello scheletro mi sorride benevolo, come una volta. Lo spettro arretra stupito. La maschera cade muta a terra. Rancore e Paura diventano minuscoli esseri. La luce torna. A volte a gran fatica.

Venti

Non cercate di imprigionarmi. Sono uno, ma sono molti. Vago per la terra, per il mare, batto le montagne. Posso essere l’innocua brezza che scompiglia i capelli ad una ragazza, o trasformarmi in una potenza capace di sradicare alberi e alzare case.

Innalzo il mare con onde capricciose, a poco a poco sgretolo le montagne. Faccio cantare le rocce ed ululo nella notte. Gioco fra le foglie facendole secche danzare, mi nascondo tra i rami degli alberi facendoli oscillare

Mi insinuo nei vostri cuori, facendovi sentire odori di posti lontani. A volte porto un briciolo di follia, altre una certa afasia. Raduno le pecorelle di un’immenso pascolo azzurro.

Hanno cercato di chiudermi in un vaso, ma inutilmente. Mi hanno sfruttato, schiavizzato. A volte, però, mi ribello,e strappo le vele, abbatto le eliche. Sono il re dell’aria, una volta tanto amato quanto temuto.