Una sottile paura

Di solito nel mio blog non parlo di politica. Non perché non me ne interessi, ma perché non ne ho voluto parlarne.

Però, in queste ore, sono state pronunciate parole che non sarebbero dovute essere pronunciate. Si prospetta e si elogia un ritorno al passato. Si fonda religione e politica, si invoca la croce, Dio nel tempio della politica, si invoca un solo tipo di famiglia, si ignora l’umanità. Ci si chiude in confini angusti, in un’epoca in cui i confini non non hanno senso.

Discorsi che hanno ricordato un passato non troppo lontane, ragionamenti ottusi e miopi. La storia li conosce già e la storia ha dimostrato che possono fare del male. Sono pesanti zavorre che rischiano di affondarci.

Questo spettro fa paura. E non vedo il mio futuro in un luogo così.

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Nel seminterrato

C’erano state delle piogge violente. Per giorni scrosci incessanti di acqua avevano messo a tacere i suoni della città e spazzato via tutto ciò che non era ben ancorato. I canali straripavano, il fiume gonfio e pesante scorreva indolente. Tra un acquazzone e l’altro gli uccellini facevano capolino con timidezza, ma sapevano che la tregua era breve.

Nel condomino qualcosa non aveva funzionato. Esattamente era le pompe a non essere entrate in funzione e lo scantinato era ora occupato da una grande vasca d’acqua. Nessuno intervenne. E l’acqua rimase lì, per giorni, settimane. Forse si era rotta qualche tubatura, perché non accenna a calare.

Il signor Nemo scese le scale. Ignorando le proteste secche delle sue vecchie ossa e l’umidità che risvegliava i dolori, si avventurò al piano interrato per recuperare la bici. Sperava che dopo un mese l’acqua si fosse ritirata.

E invece no. Era ancora lì. Sentiva il rumore delle piccole increspature sbattere sui muri. Sbuffò. Possibile che l’amministratore non avesse ancora risolto nulla?

Sbirciò dentro la porta che dava al garage. L’acqua era nera, tranquilla, ma aveva un aspetto pericoloso, poco rassicurante. All’improvviso la superficie venne tagliata da una pinna. Fu un attimo. Il signor Nemo pensò di star sognando. Dopotutto la cataratta giocava brutti scherzi.

Salì nel suo appartamento e chiamò l’amministratore. Ovviamente la sua protesta non portò alla scomparsa di quel lago. Ma la sua bici era là sotto. E c’era anche uno strano abitante. Bisognava correre ai ripari.

Nei mesi successivi i vicini del signor Nemo si lamentarono degli strani rumori che provenivano dal suo appartamento: colpi su colpi, lamine che rimbalzavano, trapani in funzione.

Finché un giorno il signor Nemo non trascinò fuori una strana costruzione, simile in tutto e per tutto a un piccolo sommergibile. Lo spinse fino al seminterrato e lo gettò in acqua. Poi vi salì con attenzione: non era più giovane. Un tubo assicurava l’entrata dell’ossigeno. Poi scomparve nel lago artificiale.

Era così bello tornare giovani!

Partenza

Cercò un piccolo angolo e si preparò a un viaggio affollato.

Dai finestrini sfrecciava veloce il paesaggio. Tutto veniva trasformato in una macchia confusa, gli alberi perdevano la loro altezza e venivano diluiti nello spazio, come se fosse stato aggiunto troppo liquido a un acquarello.

Si lasciò alla spalle una città che aveva odiato. E non era solo un modo di dire. Quella città non le aveva dato niente, né una casa, né amici, e nemmeno un lavoro dignitoso. Le aveva lasciato una vittoria un po’ magra e un foglio che, ben presto, sarebbe risultato del tutto inutile. Una città difficile che l’aveva oppresso con i suoi problemi e i suoi odori.

Si lasciò alle spalle una città cui si era affezionata. Nonostante tutto sì, provava un affetto per quella vecchia signora che la lasciava partire senza un saluto degno di nota. Aveva visto i suoi primi passi da adulta, le sue prime battaglie sul campo, le sue minuscole vittorie. E anche lacrim e timidi sorrisi.

E ora doveva rinunciare a tutto. Peccato, non sarebbe dovuta andare così.

Ingranaggi impazziti

Sarà stato il caldo. O forse no, sarà stato per la mancanza di pazienza. O per il semplice logoramento di rotelle e cinghie che si sono stancate di muoversi sempre allo stesso modo, allo stesso ritmo. Qualsiasi fosse il motivo, l’effetto non mutava: qualche cosa non stava andando come avrebbe dovuto.

Il piccolo robot avrebbe dovuto procedere per la sua strada, fare esattamente quello per cui gli umani lo avevano programmato: pulire, rassettare, ordinare, nascondere alla vista tutto ciò che avrebbe potuto essere sgradevole. E fino a quel momento aveva portato a termine quel compito in modo egregio. Aveva pulito, rassettato, ordinato, eliminato. Nessuno si era mai lamentato.

Negli ultimi tempi, però, qualche rotella doveva essere andata fuori posto. O forse era proprio andata perduta. Al posto di mantenere un impeccabile ordine, aveva iniziato a spostare oggetti. Ecco, quindi, che un antico vaso finiva nel cestino della carta straccia, mentre una semplice palla di alluminio da cucina guadagnava un posto di tutto onore nella libreria nel salone.

Invece di nascondere abilmente le carte gettate dai suoi padroni, aveva rincorso il colpevole e con voce metallica, ma ferma, gli aveva chiesto di raccogliere. “Non si fa. Il tuo programma è difettoso. Raccogli.”

Inutile dire che venne rispedito subito dal meccanico. Le sue interiore venenro sparse per tutto il tavolo e aspettavano di essere oliate. Con attenzione vide il suo creatore che ricomponeva il tutto e intanto borbottava: “Non capisco, sembra tutto a posto. Eppure il tuo comportamento è ben strano. Ti avevo avvertito di non contraddire quelle persone. Attento, mio pazzo robot, ci mettono un attimo ad abbondonarti in una discarica”.

Già, qualche rotella doveva essere difettosa. Perché il robot iniziò a immaginare. Beh, era una immaginazione fatta di ingranaggi, stantuffi, pompe, cavi, e, quindi, produceva a sua volta un mondo parallelo di ingranaggi, stantuffi, pompe e cavi.

In questo mondo robotico tutto era in ordine, a posto, pulito. E anche gli esseri umani pulivano, rassettavano, ordinavano. E ringraziavano i robot.

Povero me, pensò il robot. Sarò il primo robot folle della storia dei robot.

Formica

Che cosa si prova a dominare? Perché è una tentazione così forte per alcuni?

Si divertono a schiacciare gli altri, a ergersi su di loro. Godono nell’individuare le debolezze e le attaccano, con crudele ironia, compiacimento e superiorità. Si sentono investiti dal potere di giudicare, ma chiudono gli occhi per non vedere i loro difetti.

I loro occhi vedono sono potenziali formiche da schiacciare.

E se la formica si fosse stancata di questi giganti dal cuore piccolo?

Potrebbe scappare, o scontrarsi. Quelli sono falsi giganti. Per atterarli basta ricordare loro che sono delle semplici, piccole, insignificante formiche.

L’isola di Alcina – Italo Calvino

La strada che il predestinato deve percorrere può essere non una linea retta ma un interminabile labirinto. Sappiamo bene che tutti gli ostacoli saranno vani, che tutte le volontà estranee saranno sconfitte, ma ci resta il dubbio se ciò che veramente conta sia il lontano punto d’arrivo, il traguardo finale fissato dalle stelle, oppure siano il labirinto interminabile, gli ostacoli, gli errori, le peripezie che danno forma all’esistenza.

 

Italo Calvino, Orlando Furioso di Ludovico Ariosto

Batteria in esaurimento

Cercate il caricabatterie, vi prego. La batteria sta arrivando al limite. Ecco che compare la linea rossa. Pochi minuti di autonomia.

E il caricabatterie è scomparso. Perché non è mai a portata di mano quando serve?

Sono stati giorni caldi, in tutti i sensi. La mia pazienza, che già non è molta, è stata prosciugata. Le ore di sonno sono state ridotte al di sotto del minimo. Ho dovuto condividere spazi che non volevo condividere. E sopportare paziente persone che non sopporto.

Mi serve il caricabatterie.

Meglio che vada a dormire. Prima di perdere il senno. Anche perche non conosco nessun Astolfo che possa aiutarmi.