Strane forme

Era appollaiato sulla cima alla chioma di un albero indisciplanato, in continuo mutamento. Quello strano volatile se ne stava sopra ad un ciuffo, tra i rami più sottili, come un equilibrista, ma senza alcuna corda su cui camminare.

Sembrava non avere pace, ma si esibiva in una danza buffa, ora su un rametto, ora su un altro, saltellando da una zampa all’altra. Per mantenere l’equilibrio tendeva il collo, apriva impacciato le ali, caracollava a destra e a sinistra, scomposto e ondeggiante.

Che curiosa immagine. Poi il vento si agitò un po’ di più, scosse le foglie, cancellando quella figura di giocoliere aereo.

Castello di farfalle

Un bosco può riservare molte sorprese. Lo sapeva bene il giovane Bradamente che un giorno, durante una guerra di cui non ricordava più il senso, si era allontanato dai compagni per esplorare quel verdeggiante mistero. Sapeva di non essere il solo ad aggirarsi per quegli alberi, ma per ora il suo cammino non aveva incrociato nessun altro.

Era primavera. Stagione terribile per pensare alla guerra. Aveva deciso, quindi, di prendere una piccola pausa e di seguire una farfalla dalle ali rosse e nere. Quella creatura, svolazzando, lo accompagnò in una raduna dove sorgeva, mirabile a dirsi, un castello. Era un’architettura ardita, di mattoni rossi e cornicioni neri. Le torri si dividevano in pinnacoli, che a loro volta si ramificavano in guglie. Secondo qualsiasi logica, sarebbe dovuto crollare miseramente a terra.

Si avvicinò per esplorare quel palazzo così strano. Sembrava avesse una sua vita, un cuore che faceva fremere l’intera struttura. Era reale eppure emanava un sentore di evanescenza. Infine capì.

Quel castello era fatto di farfalle. Tutto, statue, archi, porte, scale erano costituiti da una miriade di fate alate. E più si avvicinava, più cercava di raggiungerli e più il castello arretrava, lasciandolo in una nuvola di polvere impalpabile come un sogno.

A passeggio nel mondo dei morti

Ho passato anni a viaggiare nel regno dei morti. No, niente di tragico o pascoliano. È un’espressione rubata a Carlo Ginzburg, che paragona il lavoro dello storico a un viaggio nell’oltretomba, definizione che potrebbe essere estesa a tutte le scienze umane e filologiche. Molto suggestiva, molto azzeccata.

Nel mio caso, molto affascinante e anche molto deludente. Mi aspettavo fuochi di artificio, e ho trovato pallidi fantasmi, miopi e sordi, ma con un ego sproposito. Ho anche trovato la malvagia strega dell’Ovest, ma quella è un’altra storia.

Oggi quel mondo dei morti continua a far sentire la sua voce suadente. Non è la ballata che mi attirò a 18 anni; è più simile a un fioco canto trascinato a intermittenza da una bava di vento. Più forte è il dubbio che quel mondo anemico non fosse la migliore scelta da fare. Forse mi sarei dovuta ricordare che esiste anche un mondo dei vivi e un futuro incerto come solo un punto di domanda può essere.

Il problema sta nel resuscitare quel mondo morto per farsi strada in questo mondo che spesso si è rivelato mortifero (e terribilmente soporifero).

Aggiornamento fallito

Era un programma di ultima generazione che prometteva di risolvere qualsiasi problema. Eppure, di problemi ne creava e anche in continuazione. Non era nemmeno a buon mercato: ben cento gigweb, la moneta universale che da pochi anni aveva sconvolto i mercati di tutto il mondo. Questo programma avrebbe dovuto sopperire alle mancanze di chi ne faceva uso: nel mio caso, riordinare il vestiti quando si dimenticava di impostare l’armadio, pulire la casa quando il robottino rimaneva inattivo, rispondere ai messaggi di lavoro che giacevano non letti nella casella virtuale.

Avevo scaricato il programma, lo avevo collegato ad ogni elemento della casa e per un po’ sembrava funzionare bene. Però, un giorno, un paio di mese fa, trovai della polvere sui mobili, il giorno dopo le stoviglie si erano accumulate nel lavabo, quel curioso buco che le moderne cucine non avevano più. Il programma aveva smesso di funzionare.

“Ci scusiamo per il malfunzionamento. Stiamo cercando una soluzione. Il Servizio Clienti”.

E ci misero un’eternità: un’ora. Un’ora in cui dovetti controllare i messaggi di lavoro, avviare il robottino, caricare la lavastoviglie, chiudere e aprire le finestre.

E adesso, sulla parete-schermo lampeggia la scritta “Aggiornamento fallito”. Che cosa voleva dire? Controllo tra le istruzioni che avevo trovato online. Ah ecco, il triangolo rosso con all’interno la freccia che punta verso il basso. Non è riuscito a scaricare l’ultima versione. Premo l’icona per segnalare il malfunzionamento.

Aggiornamento fallito. E ora? È sera. Meglio che cerchi di capire come si prepara il letto. Oggi niente cena.

Umane bestie: il Gufo

Come ogni animale notturno, viene associato alla morte. Anzi, alla disgrazia. Il suo verso sarebbe promonitore, infatti, di nefasti accadimenti. Forse queste dicerie non sono del tutto false. Forse quel gufo appollaiato sul ramo del pino, che scruta attentamente all’interno della stanza non è altro che una fattucchiera che ha assunto le sembianze di un volatile. Fate attenzione, perché queste maghe hanno una forza soprannaturale, riescono ad uccidere un uomo senza che se ne accorga, nel sonno, strappando loro il cuore.

Sono solo storie, direte voi, raccontate in un vecchio romanzo che ha attraversato i secoli, con protagonista un asino parlante e ragliante. È vero. Però, assieme alle pagine di una storia un po’ strana, sono sopravvissute anche schegge di miti e di paure che fanno rabbrividire. Meglio chiudere la finestra, quindi.

Così questo guardiano della notte può tranquillamente tornare a scrutare le tenebre con i suoi fanali, senza che il vociare e la curiosità umana lo infastidiscano.

Skia

L’invida serpeggia tra le strade di questa città che non conosce altra luce se non quella prodotta da fiochi lampioni che seguono le oscure strade. Qui il sole è sconosciuto e gli abitanti si chiedono come sia il suo calore, la sua luce. E per questo vivono in una costante invidia di chi conosce questo astro, di Helios, di quella città sfavillante in cui tutti vogliono abitare. Loro hanno tutto, conoscono i colori, vedono chiaramente il mondo che li circonda. Lì a Skia, invece, tutto è indefinito, un’enorme ombra che allunga le dita su qualsiasi cosa si trovasse tra le mura di quell’incubo.

Non era sempre stato così. Un tempo il Sole seguiva il suo cammino, normalmente. Faceva capolino tra le nubi, si mostrava impudico in un cielo turchino, scompariva dietro nubi scure. L’Ordine decise, però, di costruire un enorme pannello, per difendere la città, dissero. Più che un pannello era uno specchio, immenso, che intercettava i raggi per dirigerli da qualche altra parte. I maligni sostenevano che andassero dritti dritti a Helios.

In quella città tutto era mutevole, come un’ombra, inconsistente, piatto. Non si sapeva mai definire con esattezza che forma avesse una casa, o quanto alto fosse un muro, né quanti anni avesse il vicino. Era un popolo di ciechi che viveva in un mondo cieco. A peggiorare questa indeterminatezza erano quei maledetti lampioni. La loro luce era timida, ovattata, serviva solo a impedire spiacevoli incidenti, ma non avevano la forza di sconfiggere quella semi oscurità. Era un’imitazione venuta male del tanto agognato sole.

Anche gli abitanti erano fatti della stessa sostanza. Non sapevano decidersi mai in nulla, cambiavano idea in continuazione, stiracchiavano le loro idee, le accorciavano, le dilatavano, le allargavano. Scivolavano tra i mesi, strisciavano nelle piazze, senza mai scambiarsi parole. Le loro relazioni erano fugaci, capricciose, inconsistenti.

L’unico sentimento degno di nota era l’invidia.

Soffioni

Per prendere il volo perdono le ali, lasciano una scia bianca, un desiderio di libertà. È un sogno che si fa in mille pezzi, fantasmi che volano in un giorno qualunque, di un’estate come tante altre, in un anno anonimo.

Volteggiano con una leggerezza che molti esseri terreni invidiano. Perdendo il fascino di un fiore e acquistano la capacità di volare.

Una bella metamorfosi, da imparare. Lasciare alle spalle la zavorra terrena, le radici ancorate nell’oscurità per scoprire un luogo senza confini e senza limiti.

Vele nere

Aveva solcato il mare con una promessa impressa nella mente: tornare in patria issando vele bianche che avrebbero annunciato la vita, il ritorno vittorioso.

Ma il vento strappò quei veli di speranza, squarci profondi che rendevano inutile anche il vento più vivace. Per tornare nella sua città dovette usare le altre vele, quelle di pece, che parlavano di morte e che odoravano di lutto.

Quando vide la rupe patria, non sorrise, poiché il vento gli portò un pianto e quei sudari scuri che pendevano dall’albero maestro oscurarono per un attimo il disco solare. Il cielo turchese divenne notte, i gabbiani tacquero e i pescatori si fermarono. Un velo da vedova ammantò la città.

E dalla rocca cadde un uccello senza ali.

Tre devote

Ogni mattina tre vecchie signore si incontravano alle otto in punto davanti alla chiesa per iniziare la loro giornata con una messa. Ogni mattina, di ogni giorno. Tranne Natale, ovviamente, quando si trovavano alla veglia.

Era un appuntamento fisso, imprescindibile. Si salutavano, si sedevano nei primi banchi, spesso le uniche ospiti, e poi, finita la cerimonia, si fermavano davanti alla chiesa per parlare. O meglio, per criticare tutti coloro che non rientravano nella loro ristretta cerchia: i giovani che non cedevano il posto, le ragazze con le gonne sempre un po’ troppo corte, i vicini di Sara, che avevano un figlio senza portare la fede al dito, il ragazzo del nipote di Anna, la cui pelle era un po’ troppo scura, le macchine troppe e troppo rumorose, il prete che tagliava corto la messe, il sole troppo caldo, la barba del figlio di Maria.

“I poliziotti sono tornati a farmi domande” disse Anna, dopo l’atto di dolore, bisbigliando alle spalle di Sara. Maria irrigidì le spalle “Novità su Mario? Dopo così tanti anni?” sussurrò. “Capelli” spiegò Anna. “E hanno nominato anche Carlo”. Sara si fece velocemente il segno della croce. “Dovrebbero lasciare in pace i morti. E cosa hanno trovato?”. “Eh, almeno non chiaccherate. Faccio una messa solo per voi, alle 8 di mattina e nemmeno mi ascoltate. Scusate, ma questo no”. Sbottò infastidito il prete. Dovettero aspettare la fine della funzione.

“Hanno parlato di veleno, nuove tecnologie, nuove strade”.

“E Carlo cosa c’entra. È stato classificato come un incidente”.

“Sara, neppure il caso di tuo marito era tutto chiaro. Arresto cardiaco, certo, ma ti ricordi quelle macchie”.

“Su internet non avevo trovato questa storia delle…”

“Maria!” Esclamarono le amiche. “Che facciamo?”

“Che volete fare? Le vedove sconsolate, le vecchiette devote e un po’ tonte…capelli…”.

“Tuo figlio si è tagliato la barba, Maria?”

“Macché, ora ha una chioma fluente…tutti pelati dovrebbero essere”. Disse tagliente. “Ci vediamo domani, ragazze. Profilo basso”.

Ingranaggi scarichi

Il suo creatore non lo aveva avvisato. Per far muovere tutta quella macchina, per far battere quell’uccellino delicato come il cristallo, c’era bisogno di una batteria. Una piccola batteria pronta a logorarsi e a esaurirsi.

Più passava il tempo e meno durava la batteria. La stanchezza rendeva le giunture pesanti, le telecamere perdevano potenza, si offuscavano, non mettevano più a fuoco. Calava una cataratta meccanica. Non gli restava che fermarsi, e sperare che qualcuno lo aiutasse a raggiungere una presa dell’elettricità per ricaricarsi. Ormai senza forza, aspettava di ritrovare la sua energia. Che complicazione.

E questi incidenti succedevano sempre più spesso. E sempre più lentamente recuperava. Era stanco, davvero stanco.