L’assassino viaggia in seconda classe (pt. 10)

Il Capitano gli aveva suggerito di darsela a gambe alla prima occasione. In realtà non era una cattiva idea. Anzi, era esattamente il motivo per cui si era imbarco su quella disgraziata Calypso: scappare dal suo passato. Non aveva certo ucciso nessuno, sia chiaro, ma a Parigi per lui non c’era più posto. La sua bella aveva scelto un altro, più facoltoso e affascinate pretendente. Un avvocato, non certo un macellaio con il grembiule perennemente sporco di sangue. La coscienza però, era linda, e scappare non avrebbe cambiato nulla, ma gli avrebbe risparmiato un viaggio di ritorno e un processo per omicidio.

“Pierre, dimmi un po’, conosci qualcuno in America?”.

“Capitano, è tornato? Sì, c’è mio cugino, ha aperto una panetteria e sta avendo un discreto successo. Dice che lì tutto è possibile”.

“E come si chiama tuo cugino?”

“George Belmont, Capitano”.

“Pierre, se ti prometto di liberarti non appena mettiamo piede a terra, riusciresti ad aiutarmi con un mio piccolo affare? L’appoggio di Louise, la ragazzina curiosa, potrebbe servirci, in un primo momento, ovviamente.”

Perché il Capitano aveva cambiato idea? E che affare doveva portare a compimento? Poco importava. Dopotutto i marinai scompaiono velocemente e tutta quella storia sarebbe annegata fra le profonde acque dell’oceano.

“Va bene Capitano, affare fatto. Posso almeno conoscere il suo nome?”

Per Dioniso, le persone innocenti in difficoltà sono così facili da convincere. Non hanno mai la lungimiranza di valutare la situazione. E così Pierre entrava nella sua personale scacchiera, assieme a Louise e a maman. Tanto stupido, però, il ragazzo non era: era l’unico che gli aveva chiesto il nome.

Non rispose alla domanda di Pierre, come se non l’avesse nemmeno sentita. Quando uscì, Pierre vide un sorriso compiaciuto sul volto del Capitano.

Umane Bestie: la Talpa

Miope abitante dell’umido suolo, passa le sue giornate a creare cunicoli con le sue possenti zampe. La Talpa, silenziosa, trascorre le sue ore in un instancabile lavoro di scavi. Olfatto e udito finissimi le consentono di orientarsi nel suo labirinto, nella sua nera notte dall’odore di terra, mentre va a caccia di lombrichi e di altri piccoli abitanti del suolo.

Le Talpe possono essere fastidiose, una disgrazia per gli amanti dei giardini, o per gli attenti coltivatori di orti, che osservano con astio la comparsa di piccoli vulcani senza lava, imperfezioni inaccettabili nella loro artificiale natura. Con le loro zampe e con la loro cecità non si curano degli sforzi altrui e procedono il loro viaggio, appena al di sotto della superficie, non viste, difficili da catturare.

Qualora, invece, cadano in qualche trappola, emanano un’aura di innocenza. Sono cieche, hanno un muso che, per quanto somigliante a un topo, suggeriscono una certa simpatia da vittima. E forse è davvero a vittima: si dice che questo suo incessante scavare gallerie per fuggire al sole sia una punizione che l’occhio del cielo inflisse al piccolo animale; ingannata da un dio malevolo, la Talpa non distribuì tra gli uomini la cura alla morte, ma veleni mortiferi.

A volte essere il prescelto delle divinità può essere una condanna che travalica i secoli. La Talpa lo sa molto bene.

Il pavone fa la ruota

Impossibile ignorarlo. Quando fa la ruota, il pavone si mette sotto gli occhi di tutti, pronto a ricevere lo scroscio di applausi, un mare di ammirazione. Eccolo in azione mentre mostra la sua coda, i suoi occhi pennuti, i colori sdi un sogno infranto.

Quanti pavoni si vedono gironzolare impettiti e dimentichi di essere soltanto un uccello tra migliaia di altri uccelli. E stordiscono i presenti con ruote mirabolanti di parole vane e inutili, con una cascata di “io”. Sempre dimenticano il gentile “tu”, divenuto un mero pretesto per iniziare la propria declamazione.

E di tutti questi io, solo una manciata hanno un peso. Di tutte queste parole, solo una frazione minima ha un significato. Tutti gli altri io, tutte le altre parole, sono macigni che si abbattono sull’ascoltatore paziente, la vittima messa in angolo.

Se non ottengono il riconoscimento che pretendono, subito si alzano lamenti striduli che squarciano le nubi. Stai certo che la loro disgrazia è maggiore degli altri, la loro intelligenza troppo fine per essere compresa, la loro opinione più preziosa dell’oro. Lo ripetono con isterica petulanza. Lo rimarcano, puntando il dito contro la folla ignorante, i politici incompleti, l’amico stupido, il collega incapace, il subordinato limitato.

Eppure, tutto ciò che lasciano è un immenso senso di stanchezza.

Il giardino in negativo

Un po’ di anni fa vivevo in una casa con un giardino più grande delle mie limitate capacità da giardiniere, e che richiedeva più tempo di quanto potessi e volessi concedergli. Mi limitavo a tenerlo in ordine, pulito, dignitoso. Eppure, capitava che una malattia o la vecchiaia o chissà che cosa uccidesse qualche pianta. In tal caso mi limitavo a togliere il malcapitato, senza soppiantarlo con altro. Per questo lo chiamavo il giardino in negativo: sempre meno abitanti e sempre più erba.

A pensarci bene, sotto sotto, volevo bene a quel giardino in negativo, al vecchio e nodoso albicocco che non sapeva distinguere le stagioni, ai ciliegi che si trasformavano in enormi nubi bianche, all’acero che da semplice ramoscello è diventato un albero maestoso. Sfortunato acero che è stato eliminato dalla stupidità umana, quando ormai quel giardino in negativo non poteva più dirsi mio.

Mi sembra, però, di trovarmi ancora in quel giardino in negativo. Una continua erosione di elementi a cui pensavo di potevo fare a meno ha reso la mia vita più simile a un prato inglese. Mi mancano gli alberi, mi mancano i loro doni estivi, e le loro voci al vento. Mi manca sedermi sul terreno umido. Mi manca la presenza, la compagnia di creature comprensive e quell’orizzonte così colmo di promesse. Perché anche le promesse sono state ridotte a sussurri di speranza, quando anche i piani di sicurezza hanno rivelato la loro fragilità e sono implosi silenziosamente come maestosi castelli di carte.

Sembra proprio che per questo giardino in negativo sia giunta l’ora di andare da un ben fornito vivaio.

L’assassino viaggia in seconda classe (pt. 9)

Il Capitano chiuse la porta. Gli era venuto un gran mal di testa, per Zeus. Troppi intoppi, troppi segreti. Bisognava fare ordine. La ragazza stava vivendo la sua avventura con il suo affasciante assassino. Frase che sarebbe diventata tragicamente vera, nel progetto ancora nebuloso del capitano. Ma bisognava prestare attenzione, perché non era così sprovveduta come aveva pensato. Forse era più intelligente di quanto la sua dolce maman fosse disposta ad ammettere. Il Commissario aveva indovinato tutto, ma per fortuna non se ne era reso conto: l’assassino viaggiava in seconda classe, ma non tra i passeggeri, ed era il Capitano, che non aveva ucciso quel Uli Seamon da lui nominato. E poi c’era Pierre, il sempliciotto incastrato da una combinazione letale di stupidità, indifferenza e crudeltà.

“Capitano, è urgente”.

Zeus tuonante, sarebbe mai finito quel giorno infernale? Ne sarebbe uscito vivo da quella Calypso che sembrava intenzionata a racchiuderlo per sempre nel suo ventre? Si sistemò velocemente i ciuffi di barba.

“Dimmi, John, cosa è successo?”

“Il macellaio sta minacciando di togliersi la vita, Capitano. Non so come, ma ha recuperato un coltello. Chiede di parlarle”.

Ci mancava il macellaio. Che si rassegnasse o che cercasse di svignarsela. Lui c’era riuscito, un po’ di anni prima, a scappare da quel posto infame. E si era vendicato. Crudelmente, spietatamente aveva calato la scure della sua giustizia. E gli era piaciuto.

“La prego Capitano, mi ascolti, non sono stato io. Sono innocente. Sono Pierre!”

Occhi da pazzo. Sembrava che sul suo volto fossero calati vent’anni di fatiche e dolori.

“Pierre, verrai giudicato in un processo. Se riuscirai a dimostrare la tua innocenza, allora tutto questo sarà solo un brutto ricordo”.

Troppo giovane per essere convinto di togliersi la vita. Troppo affamato di vita, esattamente come Louise, ma più ingenuo della ragazza. Non fu difficile sfilargli il coltello dalle mani tremanti.

“In America sono decisamente più moderni della Francia, Pierre. Niente ghigliottina. Ti consiglio di aspettare di arrivare sulla terra ferma. È più semplice non farsi trovare da un Commissario”.

“Ma non voglio essere un fuggitivo”.

“E io non voglio passare la notte a parlare con un macellaio accusato di omicidio, o a sopportare un poliziotto ubriaco e una ragazzina viziata. Quindi, se non ti dispiace, ti chiederei di non mettermi più in mezzo a questa storia”.

Se solo avesse potuto, se solo non fosse stato bloccato su quell’isola galleggiante, avrebbe risolto tutto alla vecchia maniera. Per tutti i maledetti Tritoni e per le loro infide Sirene!

L’assassino viaggia in seconda classe (pt. 8)

Allora era vero: due assassini in una sola sera. Anche se Pierre non le sembrava un assassino, ma un macellaio disperato. E se Pierre fosse il Conte, accusato ingiustamente? Certo, molto meno affasciante del conte, però quel Capitano le sembrava abbastanza scaltro da deviare le indagini. E se davvero era un assassino, come aveva detto, non si sarebbe certo preoccupato di rovinare la vita a un perfetto sconosciuto. Un’avventura. Finalmente un’avventura. Maman era in torto quando diceva che i suoi romanzi erano una fesseria.

“Bene. Facciamo un patto. Io non dirò niente al Commissario, se lei mi promette che una volta arrivati in America adopererà il suo multiforme ingegno per liberarmi da maman. Dopotutto, era quello a cui puntava portandomi in cabina”.

La quota di intelligenti della nave saliva a tre, pensò stupefatto il Capitano, e includeva anche la scaltra, annoiata, affamata di vita, Louise. Probabilmente non aveva la minima idea di chi fosse lui, quel giovane sbarbato con le mani sporche di sangue, il sicario che si era stancato di essere sicario. L’assassino braccato sul Continente e intrappolato in mare. Nessuna riconoscenza, nessun ingenuo patto lo avrebbero trattenuto dallo sbarazzarsi della giovane alla prima occasione. A meno che la giovane non avesse una cospicua quantità di denaro.

“Per me non è un problema. Ma così tu condanni il macellaio. Io non ne soffrirò, ma tu? Questa è la vita reale, quel ragazzo andrà in una cella vera. Probabilmente salirà su una forca vera”.

“Maman dice che ogni azione ha sempre il suo effetto collaterale”.

Rapimento

Passeggiare in riva al mare in una giornata così burrascosa era pericoloso, lo sapeva bene. C’era sempre il rischio di perdersi tra le onde. O poteva essere lo stesso mare a richiedere la sua presenza tra i flutti violenti. Ma il fragore delle onde che imperterrite prendevano a testate la scogliera riempiva le orecchie estenuate, e il blu profondo come un mistero colmava di bellezza occhi che rischiavano di spegnersi per la noia. Il respiro del mare diventava il suo, l’urlo della natura scaturiva dalla sua bocca, il sale seccava la pelle intessuta di delusioni, e i capelli diventavano le vipere di una Medea indomita.

Non aveva paura di quel mare, anche se sapeva bene che i suoi sogni, i suoi pensieri sarebbero stati attratti da un’immensità sconosciuta. E così avvenne. E divenne la nave pirata che solcava truce le acque alla ricerca di vittime e di ricchezze capaci di riscattare una vita perduta alla deriva. Si tramutò nel nostromo che manteneva l’ordine con la frusta e le urla, o nel capitano innamorato più della nave che della vita. Si tuffò come un delfino per accompagnare quelle strane costruzioni di legno in acque pericolose e zampettò sugli scogli per vedere il folle bruciato dal sole e dalla salsedine invocare l’amore di una creatura che esisteva solo nella sua mente impazzita e forse nel suo cuore malato.

Il mare ha  questo effetto. Rapisce gli incauti e i pensieri volatili. Li ricopre con il liquido manto, lasciando dietro di sé solo un vago ricordo di ciò che era stato. E se anche il naufrago riuscisse a tornare a riva, il suo aspetto non sarebbe più lo stesso, ma consumato porterebbe dentro di sé una scheggia di mare.

Umane bestie: la Pulce

Le Pulci sono ovunque, e non di tutte il morso è percepibile. Nella maggior parte dei casi se ne rimangono nascoste e succhiano il sangue dell’ospite senza dare troppo fastidio, o facendo sembrare la situazione come necessaria, naturale. E se ne stanno là, a mordere e rubare la forza altrui, per poi sostenere davanti agli altri che si tratta della loro forza, del loro sangue.

Un piccolo ladro rosa, che non vive mai da solo, che ha necessità di compagnia. Per questo dalla singola Pulce si arriva a una vera e propria infestazione, che  copre superfici e cerca avida e assettata la vita. E quando hanno reso l’ospite completamente anemico,  dopo aver banchettato con la linfa altrui, saltellano alla ricerca di materiale fresco, per continuare la propria vita di saccheggi.

Piccole, ma fastidiose, riescono a insinuarsi in ogni anfratto. E i guai cominciano quando una di loro riesce a intrufolarsi nell’orecchio, magari su istigazione di qualcuno. In tal caso c’è poco da fare, il crudele morso penetrerà nel cervello, si farà strada, strisciando e scavando, uncinando e svuotando, una lenta tortura alla quale urge dare una risposta.

Si dice che alcuni siano persino riusciti ad ammaestrare le Pulci. Dopotutto, l’intera vita è un grande, assurdo, grottesco circo.

Ingranaggi smarriti

Di certo questa non ci voleva. Aver perso quella rotella era stato un grosso errore. Il suo creatore lo aveva messo spesso in guardia: si trattava di un pezzo unico, difficilmente sarebbe stato in grado di fare un ingranaggio identico. Avrebbe dovuto cambiare l’intero blocco, ma questo avrebbe comportato un reset dei dati. Insomma, non sarebbe più stato lo stesso robot di prima. Allo stesso tempo, però, senza quella rotella, i suoi processi non erano del tutto corretti, rischiava di compiere qualche sciocchezza.

E, in effetti, fece proprio una sciocchezza. Scappò. Se ne andò di notte, per paura che gli cambiasse tutto il processore, che lo riprogrammasse. Certo, non era perfetto, e le nuove creazioni del suo inventore erano di gran lunga migliori, con meno problemi di manutenzione grazie a una lega che difficilmente arrugginiva, e dotate di una pompa decisamente più resistente della sua di cristallo.

Dopo aver preso una tanica di olio, fondamentale per le sue giunture capricciose, uscì nell’aria fredda come le stelle che lo osservavano silenziose lassù.

Non sapeva come era successo, ma si ritrovò in un bosco. Doveva aver percorso molti chilometri in uno stato di incoscienza, visto che il suo creatore viveva in una vasta e grigia periferia di una ancora più vasta e grigia città, in cui gli alberi erano tristi creature pallide e perennemente malate. Lì, invece, i tronchi erano rigorosi, forti, pieni di linfa ricca e succosa. E le foglie sembravano gemme leggere e aree, che profumavano di rugiada.

Peccato che non avesse la minima idea di dove fosse finito. E gli serviva un aiuto, perché le sempre più frequenti amnesie lo avrebbero trasformato in un mucchio di rottami.

Tornare a casa

Per quante volte, perso, in quel mare così piccolo, ma allo stesso tempo così immenso, aveva invocato la sua casa. Quante volte aveva sognato i profumi conosciuti, l’abbraccio dalla stretta tanto cara, il sorriso più dolce del nettare divino. Quante volte aveva sentito le onde riecheggiare nomi lontani, voci dall’accento simile al suo.

Non trovava pace, per anni aveva vagato, rimbalzando di sponda in sponda, senza mai trovare riposo, senza mai cedere a lusinghe o a comodi compromessi, semplice gioco nelle mani di divinità distratte. Ma ora che sapeva di poter finalmente tornare a casa, una frana sembrava sottrargli la terra da sotto i piedi.

Dove era casa? Che cosa era casa?

Quei profumi erano cambiati. Le persone, i sorrisi e le voci erano diversi. Era quella casa? Poteva ancora chiamarla tale?

L’odio e il mare lo avevano privato della cosa più preziosa che avesse, la sua salvezza. Lo avevano inaridito, prosciugato. E allo stesso tempo avevano plasmato un uomo diverso che non trovava più pace, dal cuore di sale e dagli occhi colmi del colore del sangue. Casa non era più tra quelle rocce. Casa era annegata, era scivolata alla deriva e pian piano era stata inghiottita dal liquido orizzonte. Lo sapeva il dio delle profondità marine. Lo sapeva la benevola dea che lo mascherava a suo piacimento.

E ora, quindi, come fare a tornare in una casa che nemmeno lui sapeva dove fosse?