A due velocità

Il mondo ha un suo ritmo, una sua musica, un’anima che muta repentina e capricciosa. Conoscere il ritmo e sentirlo nel sangue è il modo per non sentirsi come un relitto lento, sfasciato, che viene travolto da onde troppo forti.

Il mondo ha il suo ritmo, ma le anime che lo abitano hanno il proprio. Spesso passa inascoltato e silente, eppure ogni creatura ha una sua melodia con determinate regole e velocità. È molto raro sentire un’anima cantare, perché il ritmo del mondo è aggressivo, sovrasta le voci più deboli divorandole.

Nell’anima il ritmo è scandito dal cuore e dal fruscio del sangue, dalle cellule che corrono e dall’ossigeno che si dirama nei bronchi e che allarga il petto. A questo sottofondo si aggiunge la nenia, quel sussurro che ricalca una cadenza antica, una parlata conosciuta. È quest’ultima a rievocare i ricordi e a fare le fusa quando rintraccia se stessa in qualche motivetto o, con un po’ di fortuna, in un’altra anima.

Velocità del mondo e velocità dell’anima talvolta si sovrappongono, talvolta una prende l’avvento sull’altra. Spesso scorrono a due velocità, con un sottile disagio, una nostalgia per tempi sconosciuti.

Pregano le foglie

Ho sentito le foglie invocare la pioggia, la chiamavano, la volevano. Era un sussurro appena percepibile, appena ascoltabile. Pregano le foglie.

Chiamano a gran voce la piaggia, ne riproducono il rumore e il gorgoglio, vogliono sentire sulla loro superficie il liquido tocco di una goccia, ne vogliono sentire il fruscio quando scivola per perdersi nel nulla. Pregano le foglie verso il cielo, verso le nubi che veloci si allontanano per portare refrigerio a qualche altro angolo di mondo.

Pregano le foglie che la polvere venga spazzata via, chentorni alla sua terra per non lasciare alcun filtro fra sè e il sole. Pregano una tregua da quella sfera che ruota silenziosa nel cielo e che brucia le vene colme di linfa. Le foglie pregano, e pregando cantano.

Soave è il canto che ho sentito. Non portava guerra, non portava lacrime, solo una richiesta, tenue e innocente. Era il canto legittimo di un’anima che prega.

Ghela

A prima vista, se un qualche straniero avesse potuto mettere piede nel regno, avrebbe di certo considerato questo mondo ammantato da un’aurea di tristezza e di obblighi. Eppure c’era una città che l’Ordine aveva riservato al divertimento, Ghela.

Di aspetto Gehela non era una città diversa dalle altre: era anonima nelle sue casupole grigie, nelle vie che tagliavano geometricamente il paese, nei lampioni che stanchi e opachi si accendevano la sera, gettando una luce spettrale a tutto il paesaggio. A fare la differenza erano gli abitanti. Questi rifiutavano qualsiasi vestito che fosse nero, grigio o marrone, preferendo di gran lunga vesti sgargianti, multicolori, scintillanti, che ben si intonavano con le acconciature più disparate e fantasiose. Anche con il trucco non scherzavano: uomini e donne amavano imbellettarsi e rendere ancora più simpatici i loro volti giovali.

A Ghela si rideva. Passeggiando per le strade non si poteva ignorare questo rumore cristallino che sembrava provenire dal cuore della città. A Ghela la tristezza era vietata e veniva anche punita con l’esilio a vita. Nessun abitante poteva cedere allo sconforto, o avere un rimpianto, ma tutti dovevano cooperare a mantenere alto l’umore dell’Ordine e dei suoi sudditi. Gli abitanti di Ghela erano, infatti, tra i pochi che potevano muoversi fra le varie zone del regno: si spostavano su mezzi buffi, trainati da lenti buoi addobbati con nastri colorati e carri che potevano gareggiare con il periodo della fioritura a Blaste.

Il compito di queste chiassose carovane era portare una scheggia di felicità in zone che a stento conoscevano che suono avesse una risata. Ghela era una città fantasma, con abitanti itineranti, che temevano la tristezza e che facevano finta di non conoscerla.

Astolfo non vuole tornare – Pt 4

Passeggiare per la luna non è poi molto diverso dal passeggiare sulla terra, se si ignora il rumore metallico che sprigiona ogni passo. Astolfo trovò che il paesaggio riservasse, però, molte più sorprese rispetto al mondo che conosceva, e in molto meno spazio.

Vide, per esempio, delle torri immense, alte più di una quercia secolare, più di qualsiasi torre difensiva su cui Astolfo avesse mai messo gli occhi. Ma non erano torri fatte di mattoni, con una logica ben precisa, erano dinoccolate, pericolanti, con rientranze e pendenze. A fare da pietre vi era una miriade di oggetti e di gingilli, che qualcuno avrà dimenticato fuggendo da una stanza, o in una camera d’albergo, o tra l’erba di una radura. Una in particolare attirò l’attenzione di Astolfo: era fatta di vasetti e contenitori, lenti e specchi tutti di vetro, che giocavano con la luce del sole, rinfrangendola e moltiplicandola, fino a diventare essa stessa un raggio accecante.

“Impressionante, vero? Impossibile credere che tra centinaia di anni gli uomini ne costruiranno di simili, e anche abitabili” Disse una voce.

Astolfo sussultò: era convinto che la luna fosse totalmente disabitata, ma quella voce era inequivocabilmente umana, di una donna, non una semplice memoria come i sussurri che lo avevano accolto.

“Chi sei? Fatti vedere!”

Ma nessuno gli rispose. Sentì solo una risata che si allontanava dalle torri di detriti.

Astolfo la seguì.

Astolfo non vuole tornare – Pt 3

Per quanto Astolfo non volesse tornare, la terra lo chiamava a gran voce. Lo chiamava il suo re e i paladini, lo chiamavano perfino i nemici, che erano stanchi a vagare per labirintici boschi alla ricerca di maghe e castelli di voci imploranti. Lo chiamava persino Orlando, che seduto su un tronco di un albero divelto si commiserava la propria rovina.

Gli animi folli ricercavano il saggio, il saggio aveva compreso che la follia dimorava anche in lui. Così Astolfo non tornò, non salì di nuovo sul carro del profeta, non si avvicinò nemmeno alla bestia multiforme che lo avrebbe riportato in patria. Questa era la decisione dell’Astolfo dotato dell’intero suo senno. Non avrebbe rischiato la sua vita e la vita altrui per un eroe che si era stancato di questo titolo, di un re che diceva di essere grande, ma che tremava davanti a Rodomonte, di nemici che erano così simili ai suoi compagni.

Molti lo avrebbero chiamato matto, senza rendersi conto che erano loro a non aver compreso la follia dell’intero mondo. Astolfo ne vedeva le stranezze, e le temeva, come se a un certo punto avesse visto un fiume scorrere al contrario, invertire il flusso per tornarsene al ghiacciaio.

Si alzò in piedi lasciandosi alle spalle la distesa di ampolle con i senni dell’umanità intera, ma ebbe l’accortezza di mettere in tasca quella di Orlando: era pur sempre un amico, e se avesse cambiato idea, se avesse ceduto alle richieste della terra, non avrebbe potuto negare questo sollievo al suo compagno.

Si alzò e si perse tra le valli e le montagne della luna.

Sogno di un’illusione

Sarebbe stato un sogno singolare, pauroso, cruento, ma sarebbe stato solo un sogno. E sperava che quello fosse solo un sogno, che avesse chiuso gli occhi, nella sua piccola isola cullato dal suono delle onde, con la voce del figlio che si faceva sempre più lontana, mentre rincorreva i suoi sogni bambini.

Ma non era stato solo un sogno, ne era certo. Le sue mani erano sporche di sangue, sangue vero, i suoi occhi erano sporchi di disgrazie, le sue orecchie di suppliche e grida. Era stata una guerra di polvere e disperazione, sfiancante, senza fine. Con i suoi uomini si era infranto sulle mura di quella città maledetta, come le onde del mare si infrangono inutilmente sugli scogli. Avevano vinto, certo, ma con l’inganno. Avevano vinto nel giorno in cui la festa si era trasformato in mattanza. Il mare era rosso, la spiaggia, perfino la luna erano sanguigne, violate da quella brutalità.

Avevano trasformato quella guerra in un’illusione, le avevano dato un aspetto eroico. A scendere in campo non erano solo uomini, ma anche dei, con una forza sovraumana e con sentimenti che non potevano competere con quelli dei mortali. Era un inganno pure quello: non aveva mai visto alcun dio, solo morte, crudeltà, vendetta e la straordonaria sete di violenza di semplici umani. Ma questi non potevano essere considerati degli dei, o almeno si rifiutava di considerarli come tali.

In riva al mare, sotto gli occhi attenti di una fanciulla che non aveva paura, cercava di lavare via il sangue invisibile e le anime dannate che aveva strappato alla terra, nella speranza infantile che tutto fosse una mera illusione.

Squalo nello stagno

Strano vedere uno squalo in uno stagno. Meno strano è l’aspetto perito e sconsolato dello squalo, che si aggira senza tregua come se da qualche parte, persa in quel piccolo regno, potesse trovare una spiegazione valida per la sua triste condizione.

Neppure allo squalo è chiaro il motivo per cui sia ancora vivo: sapeva che il suo fisico fosse adatto agli oceani, o comunque all’acqua salata, non certo a quella pozza di acqua dolce. E poi c’era il problema del cibo, mai sufficiente per il suo corpo. Le rane e i pesciolini lo potevano anche sostentare per un breve periodo, ma non aveva la minima speranza di poter resistere ancora a lungo. I viveri stavano scarseggiando e anche l’ossigeno dell’acqua si era fatto più rado. Lo stagno sembrava essere diventato più denso, tiepido e pesante, come una trappola.

Lo squalo non poteva sperare in qualche aiuto. Per quanto fosse in difficoltà, per quanto fosse disperato, incuteva timore in chi lo vedeva sguazzare irrequieto nella melma. Avrebbero aspettato come semplici spettatori che lo squalo si disintegrasse da solo, sorridendo soddisfatti a vedere un così temibile nemico soffrire e agonizzare.

Era questo, quindi, il destino che spettava allo squalo: accontentarsi di un mondo troppo piccolo, o soccombere a esso.

Uno spillone in dotazione

Il professor De Grandis Magno, De Grandis cognome e Magno di nome, era docente presso l’Aurea Università Eburnea di Nuvolis, piccolo paese che la maggior parte di voi non conosce, ne sono certo. Non vi preoccupate, non è per una vostra pecca in fatto di geografia, almeno non questa volta. Nuvolis è un micro paese fondato dal professore in persona. Dato che sulla terra lo spazio era ormai molto ridotto per lui, si era creato questa città sospesa nell’aria, un po’ più vicina, quindi, alle divinità che lui stesso pensava di incarnare nella sua considerevole mole. Ci vuole molto sostanza, infatti, per essere un portatore di una così vasta, così impressionante conoscenza.

A Nuvolis, oltre al professore De Grandis, viveva anche un topolino. No, non era un vero e proprio roditore, ma era un uomo, solo che aveva dimensioni pari a quelle di uno spillo, soprattutto se si metteva affianco al professore. Questa piccola creatura aveva un nome suo, qualcosa come Andrea Bianchi, o forse Marco Rossi, non ricordo, ma il professore lo aveva soprannominato Callido Plauto, e, in questo caso, non vi saprei indicarvi con esattezza quale sia il nome e quale il cognome: sono sicuro che mi perdonerete, dal momento che si tratta di un soprannome. Callido Plauto era il servitore di De Grandis, e lo riveriva giorno e notte, notte e giorno, anno dopo anno.

A Nuvolis non c’era spazio per nessun altro. E l’Università? L’Aurea Università era dedicata escusivamente a De Grandis, era stata fondata da Magno De Grandis e gli studenti corrispondevano a Magno stesso. Neppure Callido Plauto era ammesso all’università, ma solo alla dimora privata del professore per le pulizie e il riordino delle stanze. De Grandis era talmente dotto, talmente studioso che riteneva tutto il resto del mondo non fosse all’altezza di un tale luminare.

Callido Plauto non era da meno. Non aveva la stessa sapienza enciclopedica del suo superiore, ma era molto scaltro, come aveva notato lo stesso Magno. Stanco di vivere nell’isolamento più totale, realizzò con le sue mani uno spillone, affilato e puntuto. Non era certo mortale, anche perche De Grandis era protetto da una morbida corazza di grasso e lardo. E per fortuna! Perché Callido Paluto non perdeva occasione di ficcare lo spillone ben dentro le delicate carni di De Grandis, facendolo urlare di dolore.

“Callido Paluto, ma che cosa fai con questo arnese?”

“Cerco di forare il vostro immenso ego, mio signore, così potremmo tornare a rivedere anima viva. Nuvolis è troppo aerea e aulica per un umile e ignorante servo come me”.

E fu così che Callido Plauto perse il lavoro, perse il nome, ma si liberò da un enorme peso.

Apparire

L’importanza di apparire e non di essere è ormai assodata. Il che va a pari passo con la poca volontà di approfondire le conoscenze, di cercare di capire gli altri. Non si tratta di far ricorso a delle utili maschere: scagli la prima pietra chi non ne hai mai fatto uso. Si tratta, piuttosto, di comprare una bottiglia perché è bella, perché ispira simpatia, fa sorridere, senza valutare il contenuto.

Empatia. Fino a oggi non avevo visto il lato negativo di questa innocente parola: empatia. Bisogna utilizzare l’empatia come strumento per ingraziarsi l’interlocutore. L’amicizia viene ridotta a un semplice rapporto di conoscenza che potrebbe essere utile in un futuro. Sembra che non ci sia nemmeno la libertà di provare antipatia e di causare antipatia. Grandi sorrisi, ricerca di contatto visivo, prossemica amichevole, e speriamo di guadagnarci in qualche modo.

I rapporti sono diventati un semplice numero da incrementare quanto più possibile, da sfoderare al momento giusto. Non vedo che uno stolto stormo di pavoni che si vantano di una coda posticcia e che litigano per dimostrare che la loro è la più colorata.

Peccato che i pavoni non siano animali che amino lo stormo.

Astolfo non vuole tornare – Pt 2

Re Carlo doveva essere proprio fuori di sé per considerare Astolfo uno stolto: Astolfo era il cavaliere più saggio e più assennato che l’esercito potesse vantare. E proprio per questo si era assunto il compito di far rinsavire Orlando, che aveva perduto qualsiasi briciolo di senno dopo l’ennesimo rifiuto della bella, diabolica, sfuggente Angelica.

Era partito, dunque, Astolfo. Certo, era un po’ folle pure Astolfo, per accettare di salire su un carro trainato da un ippogrifo per finire sulla luna. Ora, la versione di Bradamante aveva delle inesattezze, ma, si sa, all’uomo piace abbellire i racconti per renderli un po’ più interessanti: il carro su cui era salito l’eroe non era certo di fuoco, e il cavaliere non aveva urlato nulla riguardo alla luna. Nulla da ridire sulla descrizione della creatura legata al carro.

Folle o no, Astolfo aveva attraversato la sfera di fuoco ed era atterrato su una superficie ferrosa, su cui i suoi passi riecheggiavano come se quella sfera fosse vuota. Un po’ titubante si era addentrato in quel mondo sconosciuto, sperando di trovare quel che cercava subito in modo da tornarsene dal suo re. Qualche pezzo del senno era fuggito anche da Astolfo se era così impaziente di tornare in un mondo dilaniato dalle guerre, da ingiustizie, da fame e da amori che non avrebbero mai avuto un futuro.

Il paesaggio che si ritrovò davanti agli occhi non era molto lontano da quello della terra: montagne, valli, laghi, pianure e foreste. Non sembrava ci fossero abitanti, ma Astolfo sentiva distintamente delle voci. L’origine di quel brusio era un cumulo informe di donne stupende, certo, ma incorporee come l’aria e trasparenti come veli.

“Bel cavaliere, guardaci: noi siamo le più belle di tutti i tempi, le più giovani”.

“Ehi, fermati e prova a immaginare creature più affascinanti di noi”.

“Prode eroe, neppure tu riusciresti a resistere ai nostri cori perfetti”.

Astolfo non si fece ingannare: la luna era un enorme collettore di tutto ciò che era stato perso sulla terra, il che comprendeva anche la bellezza, la gioventù e la vanità di quelle ragazze.

Non gli ci volle molto per scovare l’ampolla con il senno di Orlando. Quello che non aveva messo in conto, però, era il fatto che ci fosse anche un’ampolla con il suo nome, Astolfo. La prese, la bevve. E da quel momento cominciarono i guai.

Da quel momento Astolfo non volle tornare sulla terra.