Pandora

E voi cosa avreste fatto? Sareste stati capaci di resistere, di lasciare il vaso chiuso? O avreste ceduto, sollevando il coperchio?

Nel mio caso, sapete già la mia risposta. No, non ho saputo trattenermi. Anzi, a dire la verità, non ho voluto. Come avrei potuto trasportare un contenitore senza sapere nulla del contenuto?

La curiosità è forse un peccato? Biasimate anche Psiche per aver tentato di carpire i segreti di Afrodite? O Orfeo, che si è voltato per vedere l’amata sulla soglia della morte?

Io voglio sapere, io voglio conoscere. I miei doni per l’umanità si sono rivelati i dolori, la disperazione, le piaghe profonde. Certo, non erano questi i doni che pensavo di recare. Il mio nome indicava favorevoli auspici. I fatti lo hanno smentito.

Ma se una divinità vi avesse messo in grembo una giara stupenda, pesante, con il divieto assoluto di aprirla, voi, cosa avreste fatto? Non l’avreste scoperchiata?

Secondo me, se gli dei avessero voluto tenere i mali dentro quel coccio, avrebbero fatto meglio a tenerselo ben stretto sull’Olimpo.

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Trappola

Hai seguito una strada polverosa, sassosa e scoscesa. Hai tenuto duro, sei andato avanti perché eri convinto che fosse la via giusta. Non hai voluto volgere le spalle per scappare. Avresti potuto, ma hai voluto.

Ti sei solo fermato a riposare. Hai chiuso gli occhi per un momento. E quando sei tornato in te ti sei trovato in trappola. Una gabbia infrangibile, sottile, quasi invisibile.

E ti rendi conto che è arrivato il momento di fuggire. Di correre via, lontano. Prima che sia troppo tardi. Perché, vedi, quella strada ti porterà ad altra polvere, ad altri sassi. E tu hai voglia di acqua, di verde, di vita.

Scappa dalla trappola. Scappa dal passato. È arrivato il tempo della tua vita.

Discordia

Se guardate nei miei occhi, nei miei begli occhi verdi, troverete molte risposte. Non abbiate paura. Divinità molto più apprezzate di me hanno condotto diversi mortali alla disperazione, alla morte. Vi sto solo chiedendo di non abbassare gli occhi.

Scusatemi, non mi sono presentata. Mi chiamano Eris, dea della discordia, divenuta celebre con una semplice mela. La vicenda mi fa ancora ridere: una guerra decennale causata da un semplice pomo. E danno la colpa a me. Eppure sono state le dee a litigare per la vittoria.

Ora, avete il coraggio di guardarmi? Suvvia, non sono Medusa, non vi pietrifico. Forse.

Ah, vi siete decisi. Siete coraggiosi: per uno sguardo proibito Tiresia perse la sua vista. No, dai, scherzavo, guardate pure.

Nella fredda luce dei miei occhi tutto è più semplice. Guerre, litigi, omicidi, avidità. Il mio mondo, il mondo dei conflitto, degli scontri, è molto semplice. Così semplice da affascinare.

Allora, cederete anche voi alla follia della discordia? Se vi può consolare, neppure le divinità vi sanno resistere.

Guardate, guardatemi.

Cimitero di elefanti

I ricordi sono pesanti, con una pelle spessa, fitta di labirintiche rughe. Si muovono lenti, pesanti, maestosi. Occhi neri, acquosi, profondi come una fossa oceanica, misteriosi come le inesplorate foreste.

Ci sono leggende che parlano di un luogo in cui gli elefanti vanno per incontrare la loro fine. Con passi pesanti, trascinando le zampe stanche, seguono il loro istinto e abbandonano il branco. La pelle squarciata da ferite vecchie e nuovo. Le zanne scheggiate. Gli occhi offuscati dal soffio degli anni e dalle torri di ricordi.

I ricordi sono lenti, pesanti. E si dirigono lentamente verso il loro destino. Passo dopo passo. Finché non raggiungono quel luogo polveroso, dal terreno disseminato di ossa. Orbite vuote che guardano nel buio. Costole che sprofondano nel corpo terreno.

Prima o poi tutti i ricordi si dirigono là. Con passo malfermo, lasciando profonde tracce alle spalle. E troveranno infine la loro pace.

Pezzi

Il mondo va in frantumi. È solo un istante. Un secondo prima era tutto intero, integro, perfetto. Un secondo dopo, migliaia di frammenti volteggiavano nell’aria.

Strano. Tutto sembra sospeso, le schegge rimangono nel vuoto. Non rispondono alle leggi fisiche.

Il mondo va in frantumi. E non c’è nulla che possa impedirlo. Eppure sembra così semplice, basta avvolgere il nastro di un secondo, forse meno. Tornare al passato, tornare a quel mondo inconsapevole. Al mondo che non conosceva esplosioni.

Poi tutto si sblocca. I pezzi crollano, tintinnano, diventano fumo. Non c’è nulla che si possa fare. Non si può tornare indietro.

Rimangono solo pezzi. Solo frammenti senza utilità.

Gradini

Nella cantina c’era una scala. Una scala strana, che scendeva nel ventre della terra. Gradini che scomparivano inghiottiti nell’oscurità. Se ci si avvicinava si poteva sentire un soffio d’aria fredda.

Era un mistero. E una curiosità. Tutti i piccoli della casa facevano a gara ad avvicinarsi, ma nessuno era mai sceso. Era vietato. Nessuno sapeva dove portasse.

Julie si fermava spesso a guardare quei gradini. Non per gioco, non per scommessa, me perché voleva sapere, voleva conoscere.

Alcuni dicevano che portassero dritte negli inferi. Altri a un semplice muro. La paura dell’ignoto creava storie, e c’era chi avrebbe giurato di aver sentito odore di zolfo provenire da quella scala.

Mentre Julie era là, sentì un voce. Non capiva cosa dicesse, ma era suadente, profonda. E la seguì. Passo dopo passo, gradino dopo gradino. E sprofondò nel cuore della casa. Sempre più giù, sempre più in basso.

Scoprì che le scale non portavano a un muro né alle fiamme eterne.

Portavano a una porta.

Julie la aprì. E vide alberi verdeggianti carichi di fiori, farfalle danzanti e fiori di ogni genere arrampicarsi sui tronchi. Sentì i canti e la brezza di primavera.

Si chiese se fosse un sogno. O se fosse il paradiso. O forse era davvero un affascinante, irresistibile inferno.

Desiderare

Le parole hanno il potere di far accadere le cose?

Se tutti continuano ad assicurarti che tutto andrà bene, alla fine avranno ragione?

Se continuo a ripetere che qualcosa succederà, che qualcosa cambierà, succederà qualcosa? Qualcosa muterà?

Le parole hanno il potere di persuadere anche l’uomo più cauto. Possono ammaliare, incantare, traviare. Ma hanno anche il potere di mutare il presente? Di convincere il fato? Di indicare la via al destino?

I desideri espressi ad alta voce si annullano o si realizzano? Forse, una volta pronunciate, perdono le ali incorporee dei sogni per prendere quelle terrene della possibilità.

O forse no. Forse le parole sono solo parole. Volatili come l’aria, ma pesanti come pietre.