Fame d’amore

È pericoloso essere sempre affamati, si rischia di commettere delle sciocchezze. Ma quell’appetito difficilmente può essere messo a tacere, soprattutto se si parla di amore. Si indossano maschere su maschere solo per rubare una briciola di affetto, per elemosinare un sorriso.

Nei momenti di magra, la fame diventa insopportabile e l’assenza assume le fattezze di un gigante immenso. Uno dopo l’altro sfilano le ombre di chi dovrebbere essere qui a ridere, piangere, ma la stanza rimane vuota.

E in questa desolazione che cosa rimane? Solo un ricordo e la sensazione che questa fame possa durare un po’ troppo.

Il peggior nemico

E con quel mese era passato un altro anno in cui non era riuscito a sconfiggere il suo peggior nemico. Un bel problema, viste le difficoltà che quell’individuo gli procurava.

La loro inimicizia era nata poco per volta, esattamente come le amicizie più durature. Avevano iniziato con qualche trascurabile grugnito, trasformatosi poi in parole scortesi, sfociate in offese. Ma la battaglia non era terminata là: erano iniziati i motteggi, e poi gli schiaffi, e infine ne era sorta una guerra che strappava la pelle e i capelli.

Il conflitto non era mai terminato, i toni si inasprivano, nessuna soluzione faceva capolino all’orizzonte. Ma lui era sempre lì, con la faccia tronfia e gli occhi critici.

E con un sospiro si allontanò dallo specchio.

Distruggere

Esistono forze che devono essere nascoste. Esistono forze che non possono essere nominate, né evocate. Sono le correnti incapaci di costruire, che hanno un potenza tale da creare distruzione.

I Titani sono stati imbavagliati, nascosti nel ventre della terra. Il loro regno sarebbe stato un lunga devastazione senza vita, senza luce e senza canti. Il mondo non avrebbe conosciuto la vita, non si sarebbe potuto popolare di edifici. La forza dei Titani sarebbe stata un’esplosione senza sopravvisuti.

Ma anche da reclusi i Titani fanno paura. La loro volontà di uccidere serpeggia tra le sbarre, la brutalità si insinua nelle fessure, l’alito di morte appesta l’aria. Scuotono la terra, squassano l’aria, feriscono la superficie. E l’uomo trema.

Talvolta i Titani ruggiscono nel cuore, e le mani vorrebero solo distruggere.

Le altre lingue

Quello che gli altri dicono è la verità. L’immagine riflessa negli occhi dell’estraneo è la realtà che esiste. Veniamo plasmati da richieste e aspettative, diventiamo mostri giganti di fragile argilla, pronti a incrinarci al primo urto.

Le altre lingue picchiano forti e taglienti, pronte a pronunciare qualche consiglio, qualche frase illuminata. Il loro sole splende, mentre il proprio si nasconde vergognandosi del proprio pallore.

Le lingue battono e feriscono. Non ridi, che carattere brutto, non capisci, non mi fido. Le lingue picchiano e si allenano per diventare ancora più forti.

Le altre lingue sono capaci di creare mostri più grandi della propria stazza.

La solitudine delle stelle

Viste da quaggiù sembrano un enorme storme di lucciole che viaggiano lentamente e che festeggiano nel cielo. Tremono, si dispongono in gruppi, disegnano, raccontano perfino storie di fughe precipitose e di cavalli alati. Le stelle sono compagne benevole di un’umanità che si sente troppo ancorata al suolo.

Eppure, cambiando prospettiva, quel branco si disgrega, ogni luce diventa un ammasso di fuoco, che neppure indovina la presenza di altre stelle. Continua la sua strada verso l’esplosione, inconsapevole di far parte di un gruppo.

Così splendenti, ma così lontane, sono le voci delle mille possibilità e dei milli sogni che dimorano nell’universo.

Serietà

La legge numero uno che vale in questa città si basa sulla serietà. Non esiste altro modo per affrontare la vita che con serietà. Sono messi al bando ironia, scherzi, battute, senza parlare di riferimenti scabrosi. In allegato le parole da non dire assolutamente, né tantomeno da scrivere. Per cui l’allegato sarà in bianco, perché, se fosse scritto, violerebbe la legge numero uno.

Ovviamente si può disprezzare qualsiasi creatura che non risponda alle normative vigenti in questa aurea cittadina. Solo in questo modo riusciremo a imporre il nostro giusto pensiero. Se non si adeguano, sono sbagliati. Se non abbracciano la serietà superiore, devono essere distrutti, schiacciati, derisi, umiliati, rifiutati.

Qualsiasi viaggio è fortemente sconsigliato, a meno che non serva per raggiungere colonie della nostra città o adepti. Culture diverse possono destabilizzare. Modi di pensiero alternativi possono mettere in discussione. Ciò non deve succedere.

Siamo nella civiltà della serietà. Noi siamo il giusto, tutto il resto è sbagliato. Questa è la regola numero due.

Gocce

A goccia segue goccia, e goccia dopo goccia la ragione scivola silenziosa sempre più lontano. Rimane solo il fruscio dell’acqua nell’oscurità.

È un lento stillicidio che corrode le carni, che trasforma la roccia in sabbia, la montagna in collina. Con pazienza, con dedizione e costanza tutto scivolerà un po’ più lontano.

Guardare quel gocciolare può portare alla pazzia. È come fissare un conto alla rovescia alla fine del quale non c’è nient’altro se non il vuoto. Ogni goccia che cade è un secondo perduto, ogni secondo perduto è un tempo che non verrà restituito.

Goccia dopo goccia tutto scomparirà.

Ridere

“Sai che ti dico: ho bisogno di ridere, e quindi, perfavore, fammi ridere. Ti pago per questo”.

La lamentela proveniva da uno spettatore dell’ultimo spettacolo ed era rivolta al pagliaccio in scena. Non era un semplice pagliaccio, era il meglio che si potesse trovare, almeno in quel continente. A difesa del pagliaccio, c’è da ammettere che l’ora si era fatta tarda, ed è difficile ridere dopo una giornata di lavoro.

“Signore, se non mi lascia lavorare, non la potrò far ridere, quindi, la prego, taccia”.

Il pagliaccio era un po’ scontroso, ma abbiamo detto che era ormai sera. Inoltre da un po’ di tempo si chiedeva come mai la gente trovasse divertenti i pagliacci: nelle mani di scellerati scrittori erano diventati ora pazzi assassini, ora pedofili, e poi cinici senza cuore, malinconici sull’orlo del suicidio, e anche psicopatici. Eppure tutti volevano ridere con il pagliaccio.

“Ridi, che ti passa la paura”.

Non era lo spettatore a parlare, e neppure il pagliaccio. Era sua mamma che elargiva conoscenza a chiunque la ascoltasse, o a suo figlio, che era costretto a prestarle attenzione.

Forse il signore aveva semplicemente paura.

Minuti ore secondi

È una lenta danza che si dilata e si restringe. Le ere si sgretolatano in fiumi di secondi per sfociare in mare densi di minuti. E gli anni diventano epoche, mentre le epoce cercano la loro voce nelle ore.

Il tempo è una creatura curiosa, un onnivoro che potrebbe ingoiare anche se stesso. È silenzioso come un felino, è paziente come ogni cacciatore, talvolta è frettoloso come un bambino.

Basta un attimo di ciglia e i minuti trovano casa nelle ore. Basta un sospiro e le ore si spargano nell’universo in secondi.

Minuti, ore, secondi. In questa confunsione nulla ha più senso. Non il tempo, non la paura del tempo. Rimane solo lo smarrimento e un oceano di giorni perduti nel nulla.

Emergere

L’ultima volta che l’ho visto emergeva dalla nebbia, da una nube che sembrava essere sprigionata dalla terra stessa. Non aveva un corpo, era spirito, spirito senza ossa, senza carne. Era lui, lo riconoscerei tra un’umanità intera, eppure non era reale. Tutta colpa di quella nebbia, vera come il freddo della notte che scivolava nelle ossa, fittizia come un incubo che prende possesso della mente.

L’ultima volta che l’ho visto era ombra nella nebbia. Portava con sé l’odore della disfatta, il sentore che qualcosa fosse cambiato per sempre. Potevo vedere il peso sulle spalle e il volto era rivolta a terra come se vi cercasse impressa una risposta. Nonostante tutto, però, era lì, davanti a me, ormai fuori dalla nebbia.

Lo sconfitto a volte può considerarsi vittorioso per il solo fatto di trovare ancora un motivo per respirare. Nella nebbia si era perso, la nebbia conteneva le sue preghiere di morte e fuori dalla nebbia si era ritrovato.

Infine era emerso, mi aveva raggiunto e superato, lasciandomi solo a fronteggiare quella nebbia che avanzava.