Vuoto

Era una persona che cercava. Cercava risposta, cercava domanda, cercava mondi. La maledizione del nome, diceva lei. Anche quando se ne stava fermava, voleva conoscere, sapere, imparare. E questo le causava una perenne sensazione di fame. Non un languorino, ma un appetito senza fine.

Se non si soddisfa un appetito nasce il desiderio. Se il desiderio non viene raggiunto, emerge il dispetto. Se il dispetto non viene scacciato, entra in scena la delusione.

Per quanto Eurena cercasse, non trovava sempre. A volte la risposta era celata dietro mille veli di bugie, altre era rinchiusa per sempre nello scrigno della dimenticanza. Non era semplice scoprire, ma era fin troppo facile scontrarsi con la delusione.

Eurena non smise mai di cercare. Solo alla fine, colma di anni e piegata da mille pesi, incontrò colei che le avrebbe potuto dare la risposta.

Ma ciò che trovò fu solo un immenso vuoto.

Porte chiuse

Camminava a piedi nudi lungo un corridoio, sentiva il freddo marmo, come se fosse una lastra di ghiaccio, l’aria attorno sembrava sospesa, nessun rumore osava rompere il silenzio. Era stretto a destra da un muro candido, a sinistra, invece, da un linea di porte che rimanevano ostinatamente chiuse. Chi occupava quelle stanze non voleva che nessun altro avesse accesso a quel rifugio, non c’era posto per lui dietro quello porte. Non era desiderato, doveva allontanarsi facendo meno rumore possibile.

Aveva tentato di aprire alcune di quelle porte, ma non aveva ottenuto nulla, se non la delusione di abbassare la maniglia senza che la barriera cedesse alla sua mano e al suo desiderio di far parte di quell’intimità. Nulla era successo, se non il silenzioso richiamo di una punta di delusione e una zaffata di rabbia.

Dall’altra parte dell’uscio, qualcuno vide la maniglia cedere e per un attimo rabbrividì nel dubbio che la porta non fosse chiusa, o, forse, al pensiero che qualcuno avesse il desiderio di scalfire quella sfera di solitudine.

A piedi nudi camminava trattendo il fiato, consapevole del fatto che là non ci fosse posto per lui, non ci fosse nessuno pronto ad aspettarlo con la porta socchiusa e con il cuore spalancato.

Alla ricerca del tesoro – Parte seconda e ultima (con grande sollievo di Louis)

L’inizio del viaggio si presenta come una passeggiata: Louis si limita a camminare, assecondando il terreno, attento a non mettere il piede in fallo. In realtà due o tre volte ruzzola poco elegantemente, ma questi piccoli incidenti possono essere considerati come un’accelerazione per il raggiungimento dell’agognata e temuta meta. Niente pirati: il mare è lontano

E niente briganti. La ricerca del tesoro procede senza che si palesino i nemici tipici dell’eroe. Louis non se ne lamenta. In realtà non si era neppure posto il problema di nemici: viaggia disarmato, perché quel monte è così scosceso da aver tenuto lontani malavitosi e bestie feroci.

Arriva al fiume da guadare: il saggio lo aveva descritto come un enorme serpente, con la forza di mille caproni, dalle acque gelide come l’inverno più rigido. Probabilmente aveva affrontato il viaggio in una stagione poco favorevole: Louis ha avuto l’accortezza, o la fortuna, di partire in estate, quando ormai il fiume e poco più di un rigagnolo. Lo oltrepassa e prosegue il suo cammino fino la molo e alla strada. Il molo si rivela essere una piattaforma di legno marcito sospeso nel letto secco del fiume La strada è invece poco più di un sentiero, che a volte dimentica la sua funzione e si confonde con il prato circostante. Da bravo ragazzo, Louis lo segue, sempre senza essere assalito da predoni o da ladri. Non incontra anima viva.

Dopo un altro giorno di viaggio, finalmente scorge le mura della città. Si nasconde in un boschetto e si cambia i vestiti logori. Non che si fossero consumati durante il viaggio: erano logori anche prima di partire. Indossa delle vesti nuove, che il saggio gli aveva assicurato essere all’ultimo grido in città. Come conoscesse la moda della città nonostante non si fosse mosso da anni dal villaggio, resta un mistero, ma di sicuro rientra fra le capacità che gli hanno fruttato il titolo di saggio.

Sorridente e ben vestito, Louis fa la sua entrata trionfante: ha raggiunto la X della sua mappa. Ora basta convincere una ragazza a seguirlo. Rimane però deluso: la città non è immensa come aveva descritto il saggio, ma era poco più vasta del villaggio stesso. Almeno su una cosa aveva ragione, però, la sua guida: c’erano molto più giovani, e, mirabile a vedersi, pure ragazzi e bambini. Vagando per le vie Louis pensa persino di scorgere un neonato in fasce. Ma non è venuto per visitare il mondo, è venuto a prendere moglie.

Entrato in un locale, scopre che effettivamente i suoi vestiti erano all’ultimo grido, nel senso che suscitano irrefrenabili e violenti scoppi di risate fra gli avventori della locanda. E non solo nella prima in cui ha messo piede, ma anche nella seconda, e nella terza, e pure nella decima, dove si ferma un po’ spaesato. Il povero Louis non si accorge che i giovanotti non portano un panciotto arancione su una camicia ricamata a fiori multicolori. Non nota che le giacche, in città, hanno colori scuri, al contrario della sua che sembra urlare il fatto di essere rossa come una fragola. E gli zoccoli in città non sono apprezzati, anche se intarsiati. Per fortuna si era dimenticato a casa il cappello, come gli farà notare il padre una volta tornato.

“Cosa vuoi giovanotto? Idromele? Vino? Birra?”

La locandiera non fa il caso suo: il saggio gli aveva suggerito di starsene lontano. Cosa strana, visto che se ne era sposato una.

“Latte di capra, grazie”

La locandiera ride con agli avventori dei tavoli vicini. Louis non capisce cosa ci sia di tanto comico nel latte di capra. È certo solo del proprio imbarazzo.

“Da dove vieni? Di certo sei uno straniero”.

A parlare è stata una voce dolce come il miele, che proviene da morbide labbra rosate, poggiate come farfalle su un candido viso. Louis si innamora a prima vista di quella ragazza. In realtà non era una bellezza, ma era la prima giovane che Louis avesse mai visto. Peccato per l’energumeno seduto accanto, il promesso sposo della fata.

“Da monte”.

Subito si intromette la locandiera: “Come sta Irma? È partito con quel tipo strano: d’altronde solo uno come lui poteva sposare Irma”.

Si dà il caso che Irma sia la madre di Louis, ma Louis non conosce il nome della madre: niente nel villaggio ha un nome, neppure il villaggio stesso. Tutti si riconoscono a seconda della funzione che hanno. Solo Louis manteneva il suo nome, poiché la sua funzione era ancora da scoprire.

“Non costà alcuna Irma da Lei favellata, madama, mi rincresce assai. Giunsi in codesto inclito borgo per conoscer madamigella da recare meco colà”

Non che Louis parlasse sempre in questa buffa maniera: rientrava nelle curiose lezioni di corteggiamento della locandiera sua conoscente.

“So io cosa stai cercando, giovanotto, una come Irma. Gasparre, porta questo capraio dalla figlia di Peter: si piaceranno”.

L’energumeno si alza, prende per una spalla il povero, atterrito Louis, e lo trascina per tutta la città, accompagnati da risate e urla di scherno. I vestiti erano proprio all’ultimo grido, pensa Louis. Viene poi gettato dentro a una casupola, dove riceve una poco galante e femminea pedata.

“Chi sei tu?”

Ora, la donna che si parava avanti non può certo competere con la ragazza della locanda, ma Louis non se ne lamenta: nessuna donna al villaggio è neppure lontanamente bella come il suo primo amore.

“Sono Louis, vengo costà a prendere moglie…”

“Padre, madre, accorrete. Sono sposata, qualcuno mi vuole in sposare!”

Non solo il padre e la madre, ma anche tutto il vicinato e gran parte della città accorrono agli schiamazzi della non più giovane e mai avvenente ragazza, la quale ha agguantato Louis stampandogli un bacio in volto. Louis non reagisce.

“Ecco il borsone”. È Peter in persona ad aver parlato. È evidente che non veda l’ora di allontanare l’ingombrante ragazza. Il padre della futura moglie squadra i multicolori abiti di Louis e borbotta: “Ottimo. Buon viaggio e auguri. Non invitateci alle nozze”.

Louis non uscirà mai più dal villaggio e sua moglie troverà impiego nella locanda “Da Irma”. Il tesoro gli darà tre figli, famosi non per la loro avvenenza, e tante chiacchere. Sarà conosciuto come il matto del villaggio.

Veleno

Sentiva le vene colme di liquido mortifero, non di sangue, non di vita. È la rabbia che trabocca, come se si trovasse in un vaso troppo stretto, dal collo che diventa sempre più sottile. Il veleno è stato iniettato, dapprima in piccole quantità, come a emulare Mitridate, e poi in dosi sempre più massicce. Finché non era diventato lui stesso veleno. E Miso si sentiva colmo di energie, certo, ma di energie distruttive. Una belva stava premendo contro il suo petto, tanto da fargli male le costole: anelava a uscire, a passeggiare per il mondo indifeso e inconsapevole. Voleva scorrazzare liberamente, spargendo in ogni angolo il suo venefico odio. Perché quel veleno aveva un nome, odio, e aveva anche una compagna, delusione. Una coppia mortale. Miso sapeva che se non avesse lasciato straripare tutto quel veleno, si sarebbe corroso, diventando un’ombra colma di rancore.

L’ombra faceva paura a Miso, che cercava di fuggirla in ogni modo. Forse perché gli ricordava quel grumo oscuro che dimorava nel proprio petto. Per cui scelse il sole, scelse di lasciare libertà alla serpe affamata che chiedeva a gran voce di affondare le sue zanne su vittime e carnefici. Non voleva uccidere, Miso, voleva solo che anche altri sentissero la sua stessa rabbia, il suo sconforto. Sperava anche di diminuire quel veleno, che era stato causa di una solitudine irreversibile. Miso si mise, quindi, a viaggiare, a conoscere gente e persone, a contaminare, a sbranare.

Iniziò timidamente. Scoprì ben presto che il veleno è molto più dolce e più allettante di una coppa di sidro. Cominciò con una ragazza Ablabia, e fu fin troppo semplice. Questa sembrava fidarsi di tutti, se ne andava in giro con quegli occhi chiari, colmi di semplicità e di curiosità, nella convinzione che tutto il resto del mondo fosse innocente come lo era lei. Ma Miso le fece vedere, le aprì gli occhi, che si fecero più torbidi, più scuri. Ablabia si chinò alla nuova verità, guardò il cuore di Miso, ne intravvide la belva. Ed ebbe paura. Fuggì, ma non andò troppo lontano, limitandosi a seguire da lontano la furia distruttrice di Miso.

Toccò poi a Olbo, un ragazzotto dall’aria perennemente eccitata, con il sorriso sempre stampato sulle labbra. Salutò Miso con un tono di voce troppo alto e inizialmente sembrò avere la meglio sulla tenace ira di Miso. Fu solo un attimo. A poco a poco il sorriso si fece più stirato, e la voce calò in un sussurro roco. L’atmosfera attorno a Olbo divenne meno tersa, meno splendente. Il ragazzo non ne venne spaventato: forse era consapevole fin da subito che il veleno avrebbe infettato prima o poi anche il suo corpo atletico. O forse neppure si era reso conto di ciò che stava succedendo.

Infine Miso cercò di intaccare anche Agape, una donna dalle dolce sembianze. Anche Agape era irrequieta, cercava, cercava, ma non riusciva mai a raggiungere la sua meta, non si sentiva mai del tutto soddisfatta. Aveva la scomoda capacità di vedere sempre il difetto, di scorgere sempre la pecca, la mancanza, l’incompletezza. In Miso trovò la perfezione. Quel veleno così puro, quelle stille corrosive erano per lei balsamo e nettare. Agape stava cercando una risposta e finalmente la trovò in Miso, in quell’uomo oscuro dalla faccia contratta in un ghigno, come una maschera di teatro. Agape gli strappò la maschera e diede una risposta alla tacita, disperata domanda di Miso.

Se ne vale la pena

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Ogni ponte ha una sua portata massima, superare quel limite comporterebbe danni strutturali, pericolo di crollo o la rottura stessa del ponte. È una legge evidente e facile da capire: ogni oggetto, ogni essere vivente ha una capacità di sopportazione che, per quanto vasta, potrebbe raggiungere la fine. Arrivare ad avvistare quell’orizzonte porta sempre un enorme carico di stanchezza, paura e smarrimento. Nessuno dovrebbe mai mettere alla prova la flessibilità di una linea che demarca la salvezza dalla rovina.

In un ponte capire dove tracciare questa linea è piuttosto semplice: si calcolano le forze, si tiene conto dei materiali utilizzati e si prevede il peso che dovrebbe sopportare. In una creatura fatta di carne e ossa questo limite è molto meno netta, cambia in continuazione, si deforma allargandosi e stringendosi come una corona per un re divenuto stanco. Il confine diventa un continuo mutare, assume l’aspetto di un’onda che lambisce la spiaggia tracciando sottili disegni sempre diversi fra di loro.

Che cosa fare se questo confine si avvicina? Se la misura viene colmata?

Forse trovare un altro recipiente sarebbe la soluzione più semplice, come costruire un ponte alternativo. Basta averne le forze e le competenze. Il problema è valutare se ne vale la pena. Ogni ponte si è rivelato fallace, più simile a una trappola di corde sospese nel nulla, pronta a cedere al minimo sbaglio. Ogni vaso si è rotto prima ancora di raggiugere il suo limite. Sembra di lottare con mulini a vento che esistono solo davanti agli occhi di chi si agita, di chi cerca con affanno i mattoni per poter innalzare qualcosa di solido.

L’affanno aumenta. È il terrore di non trovare un ponte abbastanza solido su cui valga la pena camminare. E che alla fine non risulti essere un semplice molo.

In equilibrio

Saltelliamo da un punto a un altro, con il costante timore di perdere l’equilibrio e di cadere goffamente a terra.

In queste strane acrobazie assomigliamo a dei passeri che allegri svolazzano di ramo in ramo, cercando di assecondare i movimenti delle fronde. Piccoli esseri piumati, a prima vista così semplici, eppure a loro modo eleganti, gioiosi. Sembrano trovare la loro felicità in quel raggio di sole scappato dalle nuvole, tra quelle tenere gemme di smeraldo che impreziosiscono i rami a lungo spogli.

Il loro cinguettio invoca la primavera, la vita. Le loro zampette si avvinghiano con determinazione a sottili ed elastici trespoli. In questo mare di cemento e palazzi, di rumorosa umanità e di irriverenti motori, cercano la loro isola verdeggiante.

Alla fine non siamo tanto diversi da loro. Nel grigiore quotidiano cerchiamo instancabilmente il nostro angolo di pace. Magari instabile, labile, passeggero. Ma consolatorio. E lo teniamo stretto, per paura di vederlo crollare, di perderlo.

E così non ci resta che accontentarci di una traballante, momentanea serenità.

Ricerche

Vi ricordate quando da bambini andavate in spiaggia? Giocavate con la sabbia, quella strana materia dolcemente calda, che scorreva inesorabile tra le dita.

E il tempo ha corso veloce, e fuggito, esattamente come quei granelli che sgusciavano fuori dalle fessure tra le dita, lasciando in mano solo un po’ di polvere.

E così ci troviamo catapultati prima in un corpo che non ci appartiene e poi in nella vita adulta. Le scuole finiscono, gli amici prendono strade diverse, i doveri piombano pesanti come macigni. Vi dimenticate di quel bambino che giocava con la sabbia, e iniziate la vostra avventura.

Una ricerca infinita e affannosa, che cerca di dare un senso a quella sabbia che scivola.

Ricerca di amore. Di quella metà che completi le mancanze, che rida, che pianga, che sincronizzi il suo cuore con il vostro. Che vi faccia arrabbiare, urlare. Che vi faccia sorridere e dimenticare che cosa siano le lacrime.

Ricerca di realizzazione. Quei piccoli o grandi riconoscimenti che vi rendono importanti e che vi fanni amare ciò che fate. Una ricompensa per i vostri sforzi e i vostri e i vostri sacrifici.

Ricerca di stabilità. Di quelle quattro mura calde che sono pronte ad accogliervi in qualsiasi momento.

Ricerca di perfezione. Che dia un senso al tempo che passa. Che renda questa esistenza degna di essere vissuta.

Fate silenzio. Sentite? È il suono impercettibile della sabbia che scorre via.

Specchio di verità. Parte 6: un viaggio finisce, un viaggio comincia

L’uomo rimase un attimo smarrito, cercando di ritrovare tra i tronchi quella figura esile che gli era comparsa davanti ed era fuggita via in un ondeggiare confuso di vesti. Ritornò a sedersi. Era stanco. Stanco della sua vita, stanco di pensare a ciò che avrebbe dovuto fare o meno, stanco di tutti quegli occhi che continuavano a fissarlo, pronti a coglierlo in errore, veloci nel giudicarlo. Ora basta, non sopportava le voci, i bisbigli, le risatine,che si abbattevano su di lui più pesanti di un masso, più dolorosi di uno schiaffo. Era stanco di combattere contro tutti e contro se stesso. Prese la spada, la corazza, e li gettò nel sottobosco, liberò il cavallo dal morso e lo lasciò andare. Poi si incamminò lasciandosi alle spalle la strada per trovare una nuova vita.

Fermò anche quel passante. Come sempre, una forza la spingeva a mostrare il suo prezioso specchio agli estranei. Forse era solo la speranza che qualcuno la liberasse. Alla donna cui aveva fatto vedere l’enigmatico oggetto chiese: “Cosa vedi?”.

La donna sorrise, confuse. “Vedo…il mio sogno. E tu, cosa vedi?”

La ragazza, confusa, girò lo specchio e lo fissò. Un tremito la percorse, lo lasciò cadere. Frammenti volarono ovunque, con il suono di mille risate, di milla grida.

Nello stesso istante il silenzioso compagno si alzò e con una bianca mano le indicò una tortuosa via che dalla strada laterale si addentrava nella foresta. Poi scomparve. Il patto era rotto. Sarebbero passati molti anni prima di rivederlo.

Da qualche parte, un uomo sospirava desiderando la carne di una donna, una vecchia seduta cullava un bimbo mai avuto, un ragazzino rincorreva un aquilone di sogni e una viandante continuava la sua ricerca.

Da qualche parte, in un viottolo, una semplice ragazza correva leggera verso l’ignoto.