Ritorno alla normalità

Anche la marea più violenta, presto o tardi si stabilizza. Magari lascia dietro di sé detriti e rovina, ma le acque torneranno al loro posto, e tutto riprenderà ad andare come prima, con gli stessi ritmi, con le stesse parole.

Come una cantilena, la vita proseguirà, con i suoi difetti, con i suoi però e mille ma che ne costellano il cielo. A un giorno ne seguirà un altro, a una pagina disordinata scritta con inchiostro verde di bile e rabbia, se ne affiancherà un’altra, con una strana grafia di allegria o di tristezza. Il futuro si trasformerà in presente, sbriciolandosi in un passato destinato all’oblio o a diventare catena e memoria.

Tutto tornerà alla normalità. Tutto troverà una soluzione. La montagna che ha fatto palpitare svetterà ormai innocua alle spalle e il volto mostruoso sorriderà di nascosto. Non significa essere eroi, significa sopravvivere nell’attesa di riuscire, un giorno, a togliere quel sopra per lasciare al vivere tutto lo spazio, tutta l’energia di cui necessita.

Presa di potere

Finalmente possono parlare incontrastato, senza dover dialogare con la mia limitata creatrice. Ovviamente sono Carassius, uno dei pesci più chiacchieroni…

Ma cosa stai…SBAM!

Ma guarda un po’, non sapevo di poter sbattere una porta in un acquario. Non si finisce mai di imparare.

Tornando alle nostre squame. Come vi dicevo, ho osato conquistare questa umile pagina perché quella stolta di una prestavoce è troppo occupata a non morire di freddo. È ovvio che non ci siano più pesci tropicali da queste parti: l’acqua è al limite del congelamento e il sistema di riscaldamento sembra avere qualche difettuccio. Non sono resistenti come me, ovvio, che potrei sopravvivere a qualsiasi cosa.

Oltre al gelo, sta cercando di pianificare una fuga in gran stile. Per fortuna il mio acquario è molto portatile, o rischierei di essere abbandonato in qualche discarica.

In ogni caso, dopo questo periodo di relativo movimento, prevedo la noia più totale, per cui l’ottimismo si farà un giro in qualche isola paradisiaca che non appartiene a questa galassia e lo ritroveremo, forse, quando qualche alga tornerà al suo posto.

In compenso, grazie alla distrazione momentanea, sono riuscito a prendere il potere. Bastava una porta immaginaria: a saperlo prima mi sarei attrezzato subito.

SBAM! Carassius! Credi davvero di potermi sconfiggere così?

Giusto, l’ariete immaginario abbatte la porta immaginaria. È ora di ritirarsi nel forziere.

Carassius, fatti vedere!

Sblurp!

Si alza la nebbia

Nel silenzio ovattato della mattina un umido sospiro si sparge sul suolo gelato. Si alza la nebbia, ghermendo alberi e case, il cane che dorme sull’uscio e il nido disabitato. Cancella il campanile, la capanna e il palazzo, innalza un muro tra il mondo reale e il mondo della scomparsa.

Si alza la nebbia, e scompaiono i punti cardinali e le stelle guida. Tutto si confonde, il tempo si ferma, la civetta tace. Trovare la strada é impossibile, indovinare il percorso pericoloso.

Non resta che aspettare e dimenticare. Aspettare ancora, perché questo bosco incantato di acqua se ne vada ridando vita all’universo conosciuto. Dimenticare i rumori e i molesti, dimenticare i problemi e la povertà di un mondo che sembra non avere più nulla da offrire.

Si alza la nebbia. Meglio perdersi prima di ritrovare una via monotona.

Dialoghi guardando l’orizzonte – pt. 6 Annette la Scomparsa

Era da anni che quasi ogni sera si accomodava su quelle rocce per capire, per sentire una vita che sembrava scivolargli via. E una sera di primavera di due anni prima, era capitata da quelle parti Annette, la figlia del padrone.

“Non pensi che sia arrivato il momento di partire, come sognavamo quando eravamo bambini?”

Era pallida come la luna e i suoi capelli ribelli erano talmente chiari da sembrare filamenti di luce. Annette sembrava un sogno caduto per sbaglio su una terra aspra e avara, in una famiglia che non era mai riuscita a capirla.

“Mi sento in prigione, André. Parlano di nozze, parlano di marito. Ma io voglio vedere, voglio sapere. André, scappiamo”.

Un uccellino esotico intrappolato in una gabbia di ferro e doveri. Annette ne sarebbe stata soffocata.

“Non guardarmi così. Lo sai che il mondo è immenso, potremmo andare, lo so che riusciresti a convincere Lucia”.

Trattenere Annette era come impedire al vento di soffiare. Ma la sua voce gli sembrava provenire da lontano. Quella terra era la sua. Aveva l’odore di Peter, e il mistero di Ismea, cantava come Ludwig e tratteneva il calore di Lucia.

“Ho capito. Mi dispiace André, ma prima o poi ci troveremo. Resisti. E ascolta la mia voce tra queste onde. Ci si vede”.

Ed era scomparsa, come una stella all’arrivo dell’alba.

Dialoghi guardando l’orizzonte – pt. 5 Bernard il Vagabondo

Era di nuovo lì, la sua isola di certezza, le mille voci del mondo che gli raccontavano di vite che non avrebbe mai vissuto, di persone che non avrebbe mai conosciuto, di angoli di mondi così lontani da appartenere a un universo estraneo.

“Strano trovare un uomo da queste parti”.

André non riconobbe la voce e anche il volto non gli era familiare. Un vagabondo, a giudicare dal vestiario.

“È il mio rifugio. Il villaggio è poco lontano. La locanda ti accoglierà di certo”.

Ma il viaggiatore si sedette, con un certo disappunto di André. Quella sera non voleva condividere il suo tramonto, le gemme che, lo sapeva bene, Peter gettava per scherzo nel cielo.

“La locanda è troppo rumorosa. Le persone fanno domande, soprattutto uno strano tipo, che forse ha bevuto un po’ troppo. Prometteva l’immortalità ai presenti”.

“Ludwig, vuole fare lo scrittore”.

“Pensavo fosse un matto, e invece è solo un sognatore. Non ne ho trovato molti nei miei pellegrinaggi. Molti avari, molti crudeli, ma pochi sognatori. Questo villaggio sembra averne fin troppi”.

Il tramonto era lì, che infiammava il cielo per salutare la notte e le stelle. Ecco il sorriso di Peter che si nasconde tra le acque salate.

“È da anni che viaggio. Cerco un posto come questo, dove poter sistemare tutte le tessere male assortite. Chissà se riuscirò mai fermarmi?”.

“Qui non sento mai il silenzio. Il silenzio fa paura. Non dirlo a Ludwig, ma a volte sogno di non essere un pastore. Sogno di viaggiare”.

Il viaggiatore si alzò con un sospiro.

“Forse viaggi più tu qui che le mie gambe stanche. Ci si vede”.

Quelle parole. Le aveva dette anche Annette prima di scomparire nel deserto.

Umane bestie: l’Anatra

La mattina si apre con sonore proteste che si susseguono nel silenzio sospeso. L’inverno è arrivato, il momento di partire è passato. L’Anatra dovrebbe partire, ma non quest’anno, non adesso. Il cibo non manca. Il suo variopinto compagno non la seguirà per chilometri assieme agli altri in formazione serrate, come una freccia di piume che fende l’aria.

Questa volta si limiterà a protestare contro il ghiaccio e il vento, contro il tuono e la pioggia, ma non spiegherà le ali alla ricerca della primavera. Dondolerà la sua coda davanti al folletto, che felice le allungherà del cibo. Questa è l’eterna primavera.

Dicono che sia il simbolo della fedeltà, altri della stupidità. E a volte le due cose si sovrappongono. Il suo planare sulle acque, toccandone solo la superficie ricorda la leggerezza, ma anche la stoltezza.

Certo, l’Anatra suscita simpatia per le movenze goffe, per i pulcini spiumati, per il verso petulante. Di certo molta più simpatia rispetto all’altrettanto fedele e più intelligente Corvo. Questione di atteggiamento.

Bugie

Pochi giorni fa ho parlato di una città, Pseudia, in cui la menzogna domina ogni aspetto della vita, in cui l’inganno è la linfa di un’esistenza che si nutre di falsità. Scrivendo mi sono resa conto che Pseudia non è poi una vera e propria invenzione. Pseudia sono, per certi versi, io.

Sono una bugiarda? Esatto. Certo, non una bugiarda provetta, e non crudele, ma la falsificazione non mi è estranea.

E chi ho ingannato?

Beh, ovvio, voi. Innanzitutto perché, mi spiace dirlo, il nostro caro pesciolino rosso ha perso da un bel pezzo i suoi amati pesci tropicali. È stato per un anno in un acquario di pesci palla e Piranha, ma ha ormai abbandonato il multicolore acquario tropicale. E un po’ gli manca. E ora ha detto addio anche ai suoi noisi e pericolosi compagni.

In secondo luogo perché ho affermato di non avere nuovi propositi per l’anno nuovo. In realtà, qualche obiettivo si sta stiracchiando un po’ più avanti, mi guarda con occhi di lanterne di carta mentre fa una pernacchia. Il più scontato: un contratto. Lo so, sono ossessionata, ma abbiate pazienza: stiamo giocando a dadi con la mia vita. Il secondo: imparare a dire dei sonori “no” senza cedimenti. Il terzo: risolvere, anche parzialmente, due fantasmi che non ho mai osato guardare in faccia. Hanno anche un nome, Rabbia di una perdita e Incapacità di fidarsi.

Ho mentito altre volte, non posso negarlo. Per lo più per paura, mai per cattiveria o per truffa (l’onestà vale più dell’oro), talvolta per stanchezza, per rabbia o per vergogna. Ho mentito per non sentirmi diversa e per non attirare curiosità indesiderate.

Sia chiaro: anche se non va molto di moda dirlo, tra i propositi del buono anno non compare la demolizione di Pseudia.

Nel fondo della bottiglia

Un sognatore è fragile ed evanescente come la sua grande passione, i sogni. Basta una mossa azzardata, un rumore troppo offensivo, e si spezza come un ramoscello sottile.

Luca era spezzato, per questo si era perso in un liquido color del sangue per trovare un senso alla propria esistenza. Il fondo della bottiglia era così simile a un emisfero della terra.

In quel piccolo mondo a metà, Luca si vendicava dei suoi superiori, sovvertendo le gerarchie. Sempre calmo, freddo e ironico, veniva ammirato per la sua saggezza e la sua preparazione.

In altri mondi era un eroe, impavido e forte, spesso incompreso, capace, però, con le sue nobili azioni di ottenere il cuore della bella in pericolo.

Talvolta era un antico romano, altre un magnate e altre ancora uno stregone. La bottiglia e il suo cervello si riempivano di dialoghi e battute di una vita sognata e sfracellata.

Pseudia

Sotterfugi e raggiri non sembravano trovare pace nel regno dell’Ordine, erano definiti dei veri e propri crimini, da combattere e da sradicare. Per impedire che i cittadini si lasciassero trasportare dai desideri più torbidi, da quei pensieri di fango e di piombo, che appesantiscono e rendono torbide le acque più pure, l’Ordine aveva creato una fitta rete di città in cui tutti fossero occupati in un determinato compito vietando qualsiasi tipo di spostamento che potesse mettere in contatto angoli diversi del regno. La conoscenza genera invidia, l’invidia porta al rancore, e il rancore è padre delle nefandezze più terribili volte a raggiungere ciò che invidia indica con dito ossuto.

Eppure, la menzogna fa parte di questi cuori terreni e corrotti. Perciò l’Ordine decise di racchiuderla tra solide mura, in cui potesse sfogarsi senza disperdersi come un subdolo morbo per tutta la terra. La città che ne nacque prese il nome di Pseudia.

La cinta che racchiudeva un paese che nessuno avrebbe mai voluto scoprire, non era molto alta, poiché, come si sa, la menzogna striscia come una serpe, ma era solida, fatta da solidi blocchi di granito, senza nessuna feritoia o porta. Non si trattava, infatti, di un sistema di difesa, ma di contenimento, una sorta di prigione che si era rinchiusa su quanti avevano fatto ricorso a qualche turpe sotterfugio.

Di aspetto, quel villaggio non era molto diverso da una normale città, molto meno affascinante di Helios e molto meno curiosa di Glosbe. Gli abitanti avevano eretto delle semplici casupole, ognuna dotate di orto e di stalla, perché non era consentito nessun commercio con l’esterno. Anche i cittadini erano ordinari, anche se sembravano prediligere vesti ampie e scure e avevano una certa preferenza per svolgere le proprie attività con il favore della notte.

Niente, però, era come appariva: i rapporti erano sempre incrinati da una parola non detta, da bugie e screzi, da mezze parole sussurrate e altre grdate. Il governatore si era imposto facendo credere a tutti di essere stato scelto dal capo dell’Ordine stesso, e il suo segretario aveva giurato che lo avrebbe servito fedelmente, mentre sottraeva fondi dalle casse cittadine, per corrompere funzionari e per pagare amori mercenari e falsi come il sorriso che rivolgeva ogni sera alla moglie.

Anche i più piccoli imparavano ben presto a giocare a chi riusciva a costruire una menzogna più complessa, e più erano abili in questo passatempo, più i genitori ne erano felici. Perché per sopravvivere in quelle mura bisognava mentire, e non fidarsi mai di nessuno.

Per un curioso caso, o per volontà di quello strano governo, Pseudia si trovava esattamente al centro del regno, poco lontano dal quartiere generale dell’Ordine.

Dialoghi guardando l’orizzonte – pt. 4 Peter il Folletto

“Ciao, pa’!”

André pensò che si doveva essere addormentato sulla scogliera, perché quel piccolo essere tutto ossa di solito compariva nelle notti agitate dalla tempesta di ansie e paure. Aveva quella vocina che penetrava nelle orecchie, dritta dritta nel cervello. E non ne sapeva il motivo, ma lo chiamava papà. O forse lo sapeva fin troppo bene.

“Sei ancora qui. Mi devo svegliare, Lucia mi aspetta”.

Aveva negli occhi la notte trapuntata di stelle e sulle labbra la dolcezza delle fragole. Le dita erano perennemente sporche di polvere di speranza e allegria.

“Non ti preoccupare, pa’, Lucia dorme, si è addormentata mentre ricamava”.

Anche quel folletto aveva scoperto il promontorio. Aveva fatto il suo ingresso in punta di piedi, in modo che la sua presenza, una volta svelata, riempisse ogni singolo spazio.

“In ogni caso è meglio che vada, piccolo Peter, è pericoloso addormentarsi in questo spuntone di roccia”.

Quel folletto aveva cominciato a palesarsi la notte in cui il suo Peter aveva smesso di piangere tra le braccia di una Lucia pallida e sconfitta. Era così colmo di vita nei suoi sogni da sentirsi in colpa per non essere stato capace di trasferirne anche una minima parte in quel piccolo involucro debole.

“Non essere triste, pa’. Non è colpa tua. E poi ora posso giocare, senza correre il pericolo di crescere”.

Le lentiggini del piccolo danzavano come fate capricciose sul volto magro e sorridente.

“Hai ragione Peter. Ora vai a giocare”.

André si svegliò e scoprì di aver parlato con il mare. Ma il mare era Peter, e sapeva che quel flutto che si arrampicava sugli scoglio erano le sue manine avide di amore e di carezze.

Era ora di tornare a casa.