Strato a strato

Si spogliava di ogni orpello e copertura, strato dopo strato riscopriva la sua pelle. Prima caddero gli ori, pesanti come pietre, lucidi come stelle e soli. Il tintinnio si perse nell’aria e nel silenzio.

Seguirono le vesti. Un velo dopo l’altro si adagiavano a terra, con un fruscio impercettibile. E su ogni velo si era adagiato un pezzo d’anima, un residuo di persona, granello di polvere di mondo.

Infine tolse i calzari, per rimanere a piedi nudi a sentire il suolo umido e puro, che vibrava di vita e di rabbia. E ora era libera di sentire il calore sprigionato dalla sua pelle. Libera di rabbrividire e di ridere, di urlare e piangere. Libera di tuffarsi finalmente in un mare traboccante di vita.

Fame d’amore

È pericoloso essere sempre affamati, si rischia di commettere delle sciocchezze. Ma quell’appetito difficilmente può essere messo a tacere, soprattutto se si parla di amore. Si indossano maschere su maschere solo per rubare una briciola di affetto, per elemosinare un sorriso.

Nei momenti di magra, la fame diventa insopportabile e l’assenza assume le fattezze di un gigante immenso. Uno dopo l’altro sfilano le ombre di chi dovrebbere essere qui a ridere, piangere, ma la stanza rimane vuota.

E in questa desolazione che cosa rimane? Solo un ricordo e la sensazione che questa fame possa durare un po’ troppo.

Tutti in carrozza – Pt. 14

Era lo sguardo di Luise, ne era certo. E quella ragazza non accennava ad abbassarlo. Ma Luise non poteva essere sul treno: Andrea lo sapeva bene, perché aveva visto il suo viso diventare bianco e quegli occhi verdi come germogli perdersi nell’immensità del nulla.

Di Luise avrebbe voluto assaporare le labbra, ma avrebbe deluso Pierre il suo amico. Aiutando Pierre aveva perso Luise, prima come amore e poi come persona. Pierre voleva avere tutto sotto controllo, aveva trovato l’impiego di aiuto medico ad Andrea, e in cambio voleva fiducia cieca. Aveva sposato Luise, ma lei non gli aveva dato quella stessa fiducia, una macchia da lavare con il sangue, una ferita che Andrea non aveva saputo saturare.

Andrea scappò nello scompartimento successivo, cieco al mondo circostante, con gli occhi fissi sulla paura di una giovane che voleva solo vivere.

“E lei? Si è perso? Mi mostri il biglietto, prego”.

Era il controllore, e affianco lo guardava altera una signora che stringeva fra le mani un ombrellino rosso.

Tutti in carrozza – Pt. 13

“Madame, questo è un biglietto di prima classe. Forse il fattorino ha sbagliato a indicarle la carrozza”.

Ivonne trattenne un sospiro: per lo più gli uomini davano per scontato che una bella signora come lei avesse trascurato gli studi e si dilettasse solo di letture religiose. Per il resto, poteva essere considerats come un semplice pacco affidato a un fattorino, da depositare nella giusta carrozza. Suo marito era convinto di questa semplice verità.

“No, signor…”

“Antoine, capotreno, per servirla”. E fece una goffa riverenza. Ivonne fece finta di essere impressionata.

“Signor Antoine, nessun errore. Solo una mia curiosità. Alla prossima stazione tornerò al mio posto”.

“Non c’è fretta, le trovo un posto. Ha preferenze?”

“In effetti, sì”.

Deserto

Il popolo del deserto non era arido, aveva storie, raccontava di mondi e di altra gente, di creature e colori che sul vento e nel vento viaggiavano. E Jes conosceva quelle storie, le poteva leggere nelle increspature della sabbia, perché il vento disegna e racconta a chi sa leggere e ascoltare.

Molti ritengono che il deserto sia sinonimo di morte e di tristezza. Jes sapeva che non era vero, il deserto è uno scrigno, una muta ed enigmatica distesa di ricchezza. Jes sapeva e raccontava.

I suoi occhi vedevano stormi di uccelli solcare il cielo e tuffarsi nell’acqua dopo aver oscurato il solo. Sentiva i profumi di oli e legni bruciati per invocare dei muti e sorti. Sulla sua pelle percepiva il brivido di un freddo capace di solidificare anche l’aria.

Jes aveva visto il sole, ma i suoi occhi avevano avuto accesso a un universo senza fine.

Il peggior nemico

E con quel mese era passato un altro anno in cui non era riuscito a sconfiggere il suo peggior nemico. Un bel problema, viste le difficoltà che quell’individuo gli procurava.

La loro inimicizia era nata poco per volta, esattamente come le amicizie più durature. Avevano iniziato con qualche trascurabile grugnito, trasformatosi poi in parole scortesi, sfociate in offese. Ma la battaglia non era terminata là: erano iniziati i motteggi, e poi gli schiaffi, e infine ne era sorta una guerra che strappava la pelle e i capelli.

Il conflitto non era mai terminato, i toni si inasprivano, nessuna soluzione faceva capolino all’orizzonte. Ma lui era sempre lì, con la faccia tronfia e gli occhi critici.

E con un sospiro si allontanò dallo specchio.

Manca poco

Ormai mancava davvero poco per raggiungere la perfezione. Bastava approntare qualche miglioria, limare le ultime sbavature, e il capolavoro sarebbe stato ultimato. La fatica di una vita finalmente avrebbe dimostrato a tutti la sua grandiosità.

Tutto era nato da un desiderio, il desiderio di cambiare la propria testa. Era ormai diventata un labirinto colmo di stanze oscure e senza senso, corridoi che si bloccavano improvvisamente, intrichi di passaggi che non portavano da nessuna parte. La soluzione era, ovviamente, cambiare la parte avariata.

Aveva pertanto deciso di cambiare la testa. L’inventore era un meccanico, e se c’era una materia in cui eccelleva, quella era sicuramente la riparazione. Ideò, quindi, una testa perfetta, per nulla complessa, limpida come l’acqua di una pura fonte. Addio ai mal di capo. Addio alla confusione e allo smarrimento, alla tristezza e allo scoramento. Era giunta l’ora del cambiamento.

E, per l’appunto, mancava poco, pochissimo. Bastava rimuovere la testa precedente. Poi un meccanismo avrebbe unito in automatico la nuova testa, in modo da ovviare al problema di un corpo cieco.

Era giunto il momento: mise il capo sotto la lama, prese la corda con le mano, e, con uno sospiro, tirò.

Tutti in carrozza – Pt. 12

Dalla parte opposta della seconda classe, Andrea stava ancora pensando a Pierre e, inspiegabilmente, all’ombrellino rosso. Non ne capiva bene il motivo, ma lo incuriosiva, ne era attratto come una mosca dal miele. Andrea sentiva di dover stare attento.

Innanzitutto, quello non era il suo posto: il suo biglietto riportava la scritta “terza classe”, e il controllore non avrebbe avuto pietà. Ma sperava che quest’ultimo fosse più propenso a rimanere nell’elegante prima classe.

In secondo luogo, non si sentiva molto a suo agio: si era immaginato la seconda classe più simile alla terza, magari senza pollame, e invece si ritrovava in una carrozza con scompartimenti lucidi, comodi e puliti, popolati da persone ben vestite. La prima classe doveva essere un lusso, ma Andrea non avrebbe mai azzardato tanto.

Almeno lì non c’era alcun Pierre a minacciarlo o ad accusarlo. Esattamente come il ragazzo di prima, anche il suo caro amico era facile all’ira, e Andrea lo sopportava.

Dopotutto a Pierre doveva molto. Gli doveva il suo lavoro nello studio medico. Gli doveva l’incontro con la bella Elise, e gli doveva anche quella fuga.

Da uno scompartimento lo sguardo verde di erba primaverile lo guardava insistente. Era lo sguardo di Elise. Era l’accusa di Elise.

Tutti in carrozza – Pt. 11

La seconda classe contava in tutto tre carrozze, abbastanza confortevoli, anche se non lussuose come quella della prima. Se Ivonne lo avesse saputo, avrebbe volentieri risparmiato un po’ di soldi e avrebbe evitato l’incontro con Luis.

Certo, anche nella carrozza in cui si era intrufolata non mancavano sguardi curiosi da parte di signori e ragazzi, ma i più sembravano immersi in carte da analizzare, affari da portare a termine, contratti da convalidare.

La seconda classe era la prediletta dei viaggiatori per lavoro: se ne stavano lontani dalla povertà, ma non si mischiavano con i pretenziosi ricchi della prima. Si godevano, insomma, un’onorevole via di mezzo.

A pensarci bene, però, Ivonne odiava la via di mezzo. Strinse l’ombrellino e proseguì sbirciando nelle cabine.

Vide un corpulento uomo baffuto, un avvocato di cause perse, pensò Ivonne, che stava sonnecchiando stretto tra una signora arcigna e un giovane nervoso. Vide un vecchio dottore con gli occhi colmi di tristezza e una cartella che aveva vissuto anni migliori. Osservò un giovane uomo dagli occhi beffardi che le sorrise.

“Madame, sta cercando il suo posto? Mi mostra il biglietto in modo da poterla aiutare?”

Era il capotreno.