Multiforme – Pt. 16

“Non hai capito tutto, Ulysses” disse Angela mettendosi a sedere nella sala da ballo, dopo aver scortato la duchessa nelle sue camere.

“Hai ragione. Perché ti sei alleata con Paul? Il fratello dell’assassino di Mary?”

“L’assassino di Mary è uno solo ed è proprio davanti a me. Chi poteva prendere l’imprendibile Albert, se non la sorella affranta? Ma, vedi, io non voglio giustizia, perché le maglie della giustizia sono talmente larghe da permetterti di fuggire. Penso che il commissario neppure voglia prenderti, quasi tu fossi la sua nemesi, un antagonista che gli mostra ogni giorno che cosa avrebbe potuto diventare. Per questo sono qui, su questa barca. E per questo c’è anche Paul”.

“Non capisco che ruolo abbia Paul in tutta questa storia. E se ne sei alleata, perché mi hai chiesto di consegnartelo”.

“Allora non hai capito. Io voglio Paul, voglio che tu ne diventi alleato, ti voglio vedere entrare nella sua rete. Sei solo un moscerino Albert, e come tale devi finire invischiato in una ragnatela”.

“Stai delirando, Angela. E ti prego di chiamarmi Ulysses, come io ti chiamo Angela e non Elisabeth”.

“Stai attento a non coinvolgere la duchessa in questa storia, se non vuoi che si ripeta la storia di Mary”.

Lo ammetto, non pensai mai ad Annette. Per me la sguattera era solo una distrazione e un’ottima alleata nella ricerca di informazioni. E quel pomeriggio tornò da me carica di informazioni.

Pubblicità

Multiforme – Pt. 15

Fu un pranzo molto piacevole quello che ebbi con la duchessa e con Angela. Piacevole per me, per la duchessa fruttuoso, per Angela imbarazzante, anche se, come la sorella, era molto abile a nascondere i suoi momenti di difficoltà. Quella donna mi ricordava di continuo Mary, e forse avrei dovuto accorgermi in quel momento che la trappola si stava chiudendo. Ma voi questo lo sapete già, non è vero?

Vi ricordate di Mary? Come potreste averla dimenticata? Una donna di grande intelletto, anche se la vita l’ha portata ad avere a che fare con dei mascalzoni come me. Aveva una passionalità che nulla aveva a che fare con Annette. Mary sapeva che cosa vuole un uomo, e non solo a letto, sia chiaro. Sapeva come parlare, guardava con occhi ironici un mondo che stava marcendo, e ne sapeva ridere. Mi ero illuso che lei vedesse in me l’uomo e non il malfattore, e che lei potesse essere una compagna di avventure. Ma la vita, e il commissario, si sono messi di mezzi.

“La vita, duchessa, sa prendere pieghe strane. E quella di Paul sembra costellata di turpi coincidenze. Sa che fine ha fatto la prima moglie? Beh, nessuno lo sa, è scomparsa, senza lasciare traccia, lasciandogli un patrimonio ben più ingente del suo. Lo sapete, i McMiller non hanno sostanze, il fratello fa il commissario a Londra”.

“Ha fatto molte ricerche. O forse conosce i McMiller?” mi interruppe Angela.

“Entrambe le cose, mia cara Angela. A Londra il commissario è conosciuto per i sui metodi al limite della legalità. C’era stata una storia, anche, di una giovane donna trovata morta nel suo appartamento”.

“E Paul? Che cosa vorrebbe fare dei miei soldi?” chiese la duchessa.

“Molto semplice: appropriarsene, ma non certo per la sua attività principale. Sembra che abbia altri interessi in gioco, mercato nero, e, secondo i miei informatori, si sarebbe macchiato le mani per sbaragliare la concorrenza. Un macellaio è stato trovato sgozzato dopo aver espresso il progetto di aprire un mattatoio vicino a quello di McMiller. E l’impresario che aveva i terreni prima che McMiller ci costruisse la sua fabbrica è stato trovato galleggiare nel Tamigi. Certo, possono essere delle coincidenze, eppure sempre a favore del vostro Paul”.

“”Commercio di che tipo?” chiese Angela con un sorriso a malapena celato.

“Non saperi, in ogni caso losco”.

Il sorriso di Angela divenne un ghigno.

Paura di faticare

Ho sempre avuto un concetto un po’ vecchio stile secondo cui, se si vuole ottenere qualcosa, bisogna faticare. Sono stata cresciuta con questo principio, e mi ha guidata in molte delle mie scelte. Se voglio raggiungere un obiettivo, sono capace di mettere in campo ogni briciola di determinazione e di forza.

Ho incontrato molti che condividevano questa mia visione forse un po’ masochistica della vita: niente viene regalato, tutto dipende dalle proprie capacità. Eppure in questo strano e affascinante viaggio che ho intrapreso, mi sono ritrovata con dei compagni che sembrano appartenere a un’altra dimensione. La fatica deve essere evitata a qualsiasi costo, non è ammissibile che qualcosa possa essere ottunuto con sudore.

La vita non è, però, un parco giochi, e le persone che ne solcano le acque possono voler causare delle onde inaspettate. E allora che cosa si fa di fronte a questi impervisti? La mia risposta si trova nel lavoro, in una bella remata forte che potrebbe portarmi dritta dritta negli abissi, senza che nessuno si degni di lanciare un salvagente. E poi c’è chi se ne sta ben lontano dal pericolo, ma anche dalla meta, e tenta di trovare qualche scorciatoia, qualche modo per aggirare l’ostacolo.

Quale delle due strade sia più efficiente, però, non mi è ancora ben chiaro.

Una testa colma di pioggia

Era da un pezzo che sentiva la testa strana, come se fosse piena di una sostanza liquida. Anzi, per essere più precisi, si sentiva la testa piena di pioggia.

Era una pioggia pesante, come quella che cade nei giorni di inverno, con gocce pesanti che esplodono quando toccano una foglia, senza nemmeno scivolare a terra. E la sua testa, allo stesso modo, era simile a una boccia colma di acqua. C’era poco da fare, non poteva certo svuotare il capo per liberarsi da quel fastidio liquido. Se lo doveva tenere.

Gli effetti non erano certo piacevoli. Se ne stava tutto il giorno con un senso di pesantezza e i pensieri non fluivano come avrebbero dovuto, ma venivano lentamente a galla, un po’ tumefatti, gonfiati da quella ondata anomala di pioggia. E sapevano anche di temporale, erano scuri come le nubi che scaricano sulla terra la propria ira.

Con testa piena di pioggia c’è poco da fare. Bisogna solo evitare che gli altri se ne accorgano, perché il loro scettici stupore potrebbe causare un’ondata anomala.

Giuste reazioni

Non è semplice trovare l’equilibrio in una reazione. Bisogna saper dosare temperatura, pressione e dosi dei reagenti per innescare una qualche reazione. Succede anche nella vita: in ogni frangente è necessario individuare i tempi giusti, la velocità idonea, la forza da imprimere. Se si sbaglia, il rischio che non succeda nulla o che, invece, si risolva tutto con una fiammata, con un reazione esplosiva è piuttosto alto.

Il Chimico conosceva questa legge e non aveva nessun problema ad applicarle nel suo laboratorio. Provette di ogni genere occupavano con un ordine confusionario il bancone. Anche se a un profano potevano sembrare messe a caso, ognuna si trovava nel luogo più opportuno, vicino alla sostanza con cui avrebbe dovuto reagire, lontana dalle sostanze antagonische, che avrebbero potuto creare reazioni avverse o persino pericolose. Il Chimico sapeva esattamente le temperature da utilizzare per ottenere un risoltato e cosa evitare per causare danni irreparabile. Dopotutto, anche la sostanza più innocua può diventare letale in determinate circostanze.

Talvolta il Chimico veniva assalito dal dubbio di essere lui la sostanza nociva l’acido capace di corrodere persino una provetta. Le sue reazioni non erano così favorevoli come quelle che riusciva a creare in laboratorio: o non riusciva a smuovere il reageante o lo scontro era tale da provocare danni irreparabile. Un bel problema, dato che il reagente era un’altra persona.

Forse la soluzione stava nelle dosi. Se non riusciva ad avere a che fare con un umano intero, forse era necessario procedere per gradi. Frazionare la reazione in piccoli eventi separati, in modo da poter alla fine il prodotto sperato.

E così, con pazienza, il chimico iniziò a selezionare le parti dei corpi, ne studiò l’anatomia, si relazionò ora con un braccio, ora con una gamba, persino con una testa.

Eppure, se possibile, le reazioni umane divennero ancora più rarefatte.