Strani desideri

“Un mio amico si è fatto chilometri con un deltaplano preso in prestito, e con il carico legato che penzolava al di sotto. E lo ha pure perso”.

Sia specificato per chi non conoscesse l’individuo che ha pronunciato queste parole: la rosa di amici che vantava era decisamente nutrita e tutti gli appartenenti erano protagonisti di mirabolanti imprese. E Luca era arrivato al limite della sopportazione. Va bene essere affetto da megalomania spinta, ma che riversasse tutte queste fandonie su qualcun altro. Ormai aveva smesso di credere alle favole un bel po’ di tempo prima.

Non erano nemmeno racconti piacevoli da sentire: tono troppo pomposo e una voce nasale che faceva sorgere a Luca il desiderio di una palpebra da orecchio, da abbassare in caso di suoni sgradevoli.

Luca quella sera era arrivato proprio al limite. Magari era stata la mancanza di sonno per la nottata travagliata, o magari una stanchezza generalizzata, o il fatto che il gradito ospite dimostrasse nei suoi confronti una sufficienza tale da farlo sentire sempre inadatto; per un qualche motivo, comunque, quella sera Luca non rimase inattivo. Rimase in silenzio, come era solito fare quando qualcosa non andava, ma effettivamente avvenne qualcosa di impensabile.

“E poi il mio capo mi disse: se te ne vai, mi arrabbio e ti vengo a cercare. Per fortuna mi ador…”

La frase venne interrotta da Luca, che già da qualche minuto stava fissando cin interesse un sottopentola di ghisa particolarmente pesante. L’attimo dopo, Luca si ritrovò con quell’oggetto in mano, alzato per metà dalla sedia, e si scagliò con una forza che non pensava di avere sulla faccia dell’oratore.

“Luca!” Esclamò Anna, la sua ragazza nonché sorella della vittima. Luca la guardò con occhi offuscati.

“Luca? Tutto bene? Potresti passarmi l’insalata?”

Insalata? Guardò a destra: il sottopentola era là, pesante, nero, senza tracce di sangue.

“Non si fanno prigionieri qui!” diceva intanto il gradasso mentre svuotava la terrina di insalata.

“Troppo tardi, Anna” fece notare Luca. “Sei strano: ti sei isolato” notò lei. “Meglio così, credimi”. Ma le mani ancora chiedevano di potersi avventare su quel garrulo fanfarone.

Alcesti

La fama è una leonessa: stupenda, ma potenzialmente letale.

Per la fama ho affrontato la morte. Lo so, molti diranno che la mia scelta è stata dettata dall’amore per mio marito, ma si sbagliano. Guardatelo, quell’uomo potente e ammirato accetta di mandare me, una donna, a morire al suo posto. È avido di vita, e mi chiede di pagare il prezzo di un amore che non è mai esistito.

Mi mancheranno le risate dei piccoli.

Mi fa ridere quel nano. Neppure suo padre cederebbe un giorno sulla terra per salvarlo. Dicono entrambi che hanno di meglio da fare che visitare il Tartaro. Molti la pensano come loro. Anch’io, a pensarci bene.

E io? Io mi vendico. Di chi si ricorderanno, di Admeto forse? O di Alcesti? Io vi dimostro cosa sia il coraggio.

Mi mancheranno i raggi tiepidi del sole.

Ora tra le ombre sono ombra, e ombra sarò anche se questo viandante con la pelle da leone riuscirà nell’intento di calmare l’animo del vivo Admeto.

I Vecchi Compari – Pt. 10 Ognuno per la sua strada

Non fu un giorno felice per i Vecchi Compari. Sia chiaro, si trattava di un bisticcio passeggero, nulla di eccessivamente grave. La tensione per l’approcciarsi del Torneo aveva solo esacerbato qualche spigolo un po’ troppo pronunciato di qualche componente. Tutti sapevano, però, che all’allenamento successivo sarebbero stati presenti i quattro componenti, allegri e agguerriti come sempre. Ma quel giorno no, quel giorno Silvano non si allenò e non tronò da Rachele. Quel giorno Luca si allenò senza schemi e sbagliò tutte le mosse. Quel giorno Pietro non si impegnò e non fece sentire la sua risata ferrosa. Quel giorno Antonio seguitava a lamentarsi.

Quel giorno i Vecchi Compari presero strade differenti.

Iniziamo da Silvano. Silvano non si diresse a casa sua, ma a quella di Luca, scelta ovvia. Oltre a essere offeso per quello che aveva vissuto come un tentato omicidio da parte di Luca, Silvano aveva visto l’opportunità di sostituire effettivamente Luigino: il legittimo marito si sarebbe trattenuto con gli altri due per tutto il tempo dell’allenamento, nel tentativo di far sentire Antonio, se possibile, ancora più colpevole. Silvano aveva, dunque, libero accesso ad Anna che, quando lo vide sulla soglia di casa, lo fece entrare curiosa e preoccupata. Non si scambiarono molte parole, come potete ben immaginare. Anna ritrovò una consolazione e quella passione che i freddi numeri non erano mai riusciti ad accontentare. Silvano ritrovò un corpo caldo e vibrante, che non aveva paura delle fiamme dell’inferno. In quegli abbracci Silvano trovò una donna che chiedeva amore, e Anna trovò un uomo che sapeva amare.

Quando Luca tronò a casa, trovò una moglie sorridente, che non serbava più alcuna traccia di tristezza. Non ci fece molto caso, anche perché non era mai stato molto bravo a capire i sentimenti umani, molto meno chiari dei numeri. Si lanciò invece in un infervorato racconto della giornata, omettendo la boccia che era volata verso Silvano e il pianto disperato di Antonio all’ennesimo rimprovero. Si soffermò sulle sue capacità, sul molleggiamento delle sue ginocchia mai stanche, e sulla goffaggine di Antonio, che per poco non si slogava anche l’altra caviglia. Infine condivise con la moglie il dubbio che qualcuno della squadra nascondesse qualcosa. Era convinto che i segreti fossero come delle talpe: scavavano sotto terra, non viste e non sentite, togliendo terra e stabilità alle fondamenta più solide. Anna lo guardò un po’ accigliata: il marito non aveva mai sospettato di Luigino, o non lo aveva mai dato a vedere. “Non può essere che Pietro” concluse Luca “è lui il nuovo arrivato”.

Che Pietro avesse un segreto era chiaro anche a Antonio. Peccato che il suo negozio fosse fallito: quasi tutti nel paese erano suoi clienti, anche se nessuno voleva che gli altri lo sapessero. E tutti i clienti si lasciavano andare a confidenze o chiedevano consiglio. Luigino era stato il primo, e infatti non era molto contento di trovarsi Antonio in squadra. Ma la fornitura che lui e Alvise garantivano era di prima qualità e Antonio non si era mai fatto sfuggire nulla. Ora, scoprire il segreto di Pietro era diventato il secondo problema fondamentale per Antonio. Il primo rimanevano i debiti e la fuga di Alvise. Sperava con tutto se stesso che il segreto andasse a vantaggio della cotta che Antonio nutriva nei confronti del nuovo compagno di squadra, il che avrebbe spiegato anche l’abbandono del tetto coniugale da parte della moglie. Grazie a questa vaga speranza, Antonio riuscì a riprendersi dal trauma causato da Luca, e iniziò a ideare la sua strategia per capire che cosa nascondesse il bel Pietro.

Antonio era nei pensieri di Pietro, ma non nel senso che Antonio avrebbe sperato. Pietro sapeva che la storia di Clara aveva acceso le malelingue del paese, tra le quali figurava anche Rachele. Ma non era la frigida Rachele e neppure l’innamorato Silvano a preoccuparlo. Antonio sapeva i segreti di tutti, e avrebbe tentato di carpire anche il suo. Guardò verso la fucina spenta e nera, ma rossa e viva nei suoi occhi. Ancora la vedeva, vedeva Clara là davanti, che gli gettava contro una sfilza di ingiurie, come carboni ardenti, la vedeva mentre lo derideva, mentre gli ricordava che mai avrebbe potuto dirsi veramente uomo. E sentiva ancora la soddisfazione quando le sue grida, coperte dal maglio e dal martello, erano state infine inghiottite dal ruggito del fuoco.

Clitemnestra

Ho visto la morte, ho dato la morte. Questa casa è stata testimone di nefandezza che le parole stentano a descrivere. Io, figlia mortale di una madre che generò divinità, ho avuto un destino di morte.

Quando chiudo gli occhi vedo sangue.

Il sangue di mia figlia che venne sacrificata in nome di una guerra non nostra. L’altare bianco, lo sposo assente, il pugnale in mano al padre. L’orrore. Dicono che un dio l’abbia risparmiata. Ma io ho visto. Ho sentito il gemito. Ho percepito il respiro interrotto. Me l’ha rubata, me l’ha uccisa. Ha imbrattato il candido altare.

Vedo il sangue del mio antico marito, ucciso da questa belva. La guerra mi ha rincorso, anche se ho accettato il matrimonio con il vincitore.

E infine il suo sangue. Il guerriero sopravvissuto a dieci anni di assedio si è prostrato ai miei piedi. Sento il calore umido sulle mie mani. Vedo i suoi occhi increduli. Li vedo anche quando dormo, li sogno, mi perseguitano. La mia vendetta è stata soddisfatta, come lui ha sacrificato mia figlia io l’ho abbattuto come un toro all’altare.

E ora ancora sangue. Quello di Egisto, il mio amante. E il mio. Figlio, perché commetti nostri stessi errori? Fuggi, mio dolce assassino, salvati, almeno tu.

È ora che l’oblio metta fine a questo mio dolore.

Medea

Nipote del Sole. Perenne straniera a casa propria. Sarà la mia cadenza, il mio aspetto, la mia pelle, le mie vesti. Qui tutti mi guardano con sospetto.

Strega, incantatrice, ingannatrice. Straniera, assassina, parricida.

Parole taglienti che mi inseguono ovunque vada.

Ma ho sempre sopportato per amore di quest’uomo. Per lui tradii la mia famiglia, abbandonai la mia patria lasciandomi alle spalle una scia cruenta di sangue.

Con le mie mani l’ho fatto a pezzi. Con le mie mani l’ho gettato dalla nave. Con le mie mani rosse.

E mio padre perse figlio e figlia.

Ed ora io non basto. Cupido mi volge le spalle e vola verso quella ragazza silente.

Si è dimenticato forse dei nostri figli? Dei miei inganni? Chi sarebbe lui senza il mio aiuto?

È ora di vendetta. Le mie mani torneranno rosse. È ora che il dolore cali sul suo capo. È ora che mi riprenda ciò che gli ho donato.

Presto, portate questo manto alla giovane sposa. La sua vanità le sarà fatale.

E voi, chiamate i miei figli, che vengano da me. È ora di andare, è ora di solcare il cielo sul carro divino.

Non piangete bimbi miei. Il mondo è troppo crudele, troppo feroce perché vi meriti. Nessuna curruzione vi contaminerà mai.

Per me la rovina è già arrivata. E le mie mani sono rosse.