Passeggeri – Pt. 6 Luna

Vai a sapere perché i genitori l’avessero chiamata come un satellite. Capisco una stella, un pianeta, ma un satellite condannato a rimanere in equilibrio tra la fuga e la rovina non porta molto bene. C’era chi apprezza il suo nome, dopotutto era il volto che rischiarava la notte, tanto da essere stata trasformata in una divinità. Ma erano lontani quei tempi.

Luna aveva abbandonato gli studi non appena aveva potuto. Non era fatta per seguire le righe sui libri, non capiva neppure cosa le volessero dire. Date, formule, commenti non facevano parte dei suoi interessi. Lei era un animale notturno, forse proprio a causa di quel nome. Avrebbe potuto diventare una scienziata secondo suo padre, ma lei aveva preferito la strada della magia.

Non che avesse strani poteri, affatto. Ma la gente tende a credere a una persona dalla faccia rassicurante e con un nome terrestre. L’avevano accusata di essere un’impostora, ma alla fin fine si limitava a dire ciò che le persone vogliono sentire. Per il denaro che chiedeva, si trattava solo di un modo per sopravvivere.

Non si trovano spesso persone capaci di spronare i desideri più ambiziosi, la tendenza più comune è quello di affossare. È una capacità per la quale si può pagare.

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Illuminare la notte

Il mio non è un lavoro semplice, ma neppure difficile. Non salvo le vite, non intervengo a sistemare i mondi. Salvo semplicemente i sogni e le notti. Sono il manutentore della luna, la accendo e la spengo.

Probabilmente non è un impiego molto conosciuto, non laggiù almeno, sulla sfera azzurra. Dubito che gli abitanti di siano mai accorti di me, nonostante ultimamente abbiano affinato i loro strumenti. Ma se non ci fossi io, guarderebbero un cielo orfano e cieco.

Ogni sera, quando il sole se ne va oltre l’orizzonte, indosso il mio mantello nero, oscuro come la notte in cui non lavoro, quella senza luna. E poi mi arrampico, passo dopo passo, gradino dopo gradino.

La accendo, con un po’ di fatica, anche se la luce non è il massimo. Ma è meglio così, molto più tranquillo. Alla fine della notte, quando torna il sole, chiudo tutto e me ne torno nella mia grotta a vedere quella perfetta luce.

Insonne

La luna splende come un sole, e il sole sfuma nella luce argentea di una luna. Il tempo è capovolto, le stelle sorridono a un’anima che non vuole trovare riposo. Mentre gli occhi cercano di trovare una risposta incisa in una coltre scura, la mente si perde in un labirinto senza centro e senza uscita. Ogni sispiro ha un significato e, se tace, nasce un germoglio di timore.

La scura notte si illumina di mille germogli che tremano senza posa. È un firmamento che muta più veloce delle costellazioni. È un moto che non trova mai fine e che non scompare all’alba. Lunga è l’ora nel ventre silente dell’oscurità.

È l’attesa che qualcosa cambi, è la speranza che gli occhi possano chiudersi su sogni senza paure, è la prova che, a dispetto di tutto, c’è ancora un cuore che vuole volare.

Astolfo non vuole tornare – Pt 14. FINE

“Astolfo non vuole tornare” concluse Carlo amareggiato. E se fosse stato Astolfo non sarebbe tornato.

“Astolfo deve tornare” pensò Orlando prima di ripiombare nella sua furia distruttrice.

“Astolfo sta tornando” sospirò Isabelle vagando tra bambole di pezza di una luna ormai deserta.

“Astolfo è tornato” borbottò Astolfo scendendo dal carro trainato dal fidato Ippogrifo. In tasca teneva una bottigleitta che recava il nome di Orlando, vicino al cuore la bambola di pezza dai capelli rossi. Quella bambola aveva un nome, se lo era ricordato solo una volta varcata l’atmosfera della terra: Isabelle la ragazza dai capelli rossi, la sua amica e compagn, scomparsa prima in un fiume e poi nei vortici della sua memoria.

Non andò da re Carlo, non gli avrebbe mai creduto. Si perse prima nel bosco alla ricerca di Orlando o forse nella speranza di tornare sulla luna a riscattare la sua Isabelle. Dopo un breve girovagare trovò il compagno con gli occhi folli, ma più luminosi di Venere. Non era armato, le mani erano sporche del suo stesso sangue e i capelli in disordine sembravano nidi di uccelli. Gli fece bere la bottiglia, ma non fino alla fine: troppa saggezza fa male.

Con Orlando tornò al campo e si chinò davanti a re Carlo.

“Orlando, era ora che tornassi da noi. E anche tu, Astolfo. Dove eri finito? Sei andato sulla luna?”

“L’uomo non può andare sulla luna, mio signore. Ma ho riportato un paladino rinsavito e un consigliere pentito”.

Astolfo non venne punito, Orlando riprese le sue eroiche gesta senza soffermarsi troppo sulla sua poca eroica pazzia. Tutto tornò alla normalità. Anche sulla luna, Isabelle trovò pace, e prese dimora nel cuore palpitante di Astolfo.

FINE

Astolfo non vuole tornare – Pt 13

Perché tornare in un mondo senza memoria? E perché affannarsi in una guerra senza senso? Astolfo e Carlo si facevano domande senza una risposta, il cavaliere e il re indugiavano nella ricerca di una soluzione che non causasse la loro rovina. Astolfo non stava male sulla luna: non gli era mai piaciuto il mondo terreno e ignorante. Quel titolo di saggio gli pesava più di un macigno, soprattutto ora, soprattutto da quando era scappato dalla battaglia. Per Carlo era la corona a pesare: aveva causato morti, aveva portato la distruzione, e vedeva i suoi paladini inseguire chimere di amori. La sua chimera era ben più grande, e si chiamava eternità.

C’era una leggenda secondo la quale sulla luna venivano custoditi tutto ciò che gli uomini perdevano. C’erano storie di cavalli alati capaci di raggiungere l’Olimpo. C’erano voci di profeti su carri di fuoco. Ma re Carlo non aveva mai visto nulla di ciò. Il suo cuore bramava l’esistenza di queste magie, ma la sua mente lo metteva a tacere: era un uomo, e del mondo caduco si doveva occupare, le storie erano materia dei bambini.

Era un uomo, in carne e ossa, ancora nei pensieri di molti, Astolfo lo sapeva: doveva tornare. Lo capiva guardando l’ippogrifo che scalpitava nel tentativo di trovare qualche filo d’erba su quella distesa di brullo ferro.

“Prima o poi altri uomini metteranno piede sulla luna” disse la voce.

“Alla ricerca del senno di un qualche eroe?”

“No, alla ricerca di conoscenza, o forse per una semplice gara. Voi uomini siete strani. Ma non troveranno nulla di ciò: vi dimenticherete anche come si fa a sognare”.

Astolfo cercò con lo sguardo: “Si può sapere chi sei? Ti ho già conosciuta, vero? Quando ero bambino, quando ero un innocente”.

“Astolfo, non ti crucciare e aiuta il tuo amico Orlando. Il re ha bisogno di voi, e non solo lui. L’ora è giunta, devi andare”.

Astolfo non vuole tornare – Pt 12

Il tempo perduto non trova spazio neppure sulla luna, o quel piccolo sasso sospeso nell’universo dovrebbe raggiugere le dimensione dell’universo stesso. Un bel problema, soprattutto per la terra che ne risulterebbe schiacciata.

Per cui niente tempo perduto sulla luna. Ma i detriti che il tempo lasciava alle sue spalle occupavano una importante valle, tutta colma di oggetti di vari dimensioni. La parte che Astolfo visitò apparteneva al settore Bambini. Vi erano riversati centinaia, migliaia di giocattoli e pupazzi appartenenti a varie epoche e a parti del mondo che non avevano fatto la reciproca conoscenza.

Astolfo si perse in quel dedalo di vie che gli ricordava il labirinto della foresta in cui tante volte aveva perso la strads. Una leggera nostalgia affondò gli artigli nel suo cuore, ma Astolfo non avrebbe saputo dire se fosse per il ricordo della sua terra o se fosse per la desolazione di quell’angolo di luna.

Astolfo si ricordava di essere stato bambino, ma ormai gli pareva di aver vissuto troppe vite, di aver visto troppo sangue per poter trarre piacere da quei ricordi. Giocava con i fratelli con spade immaginarie, rideva come mai avrebbe fatto: nessuno vuole un saggio che ride come un bambino.

“Peccato, mi è sempre piaciuta la tua ironia” notò la voce.

“E tu cosa ne sai della mia ironia?” commentò Astolfo rigirando con delicatezza tra le mani una rozza bambola di stoffa dai capelli rossi. Gli ricordava vagamente di una bambina, ma venne distratto da un movimento che intercettò con la coda dell’occhio.

“Ti ho visto, fatti vedere!” urlò il guerriero mentre rimetteva a posto il giocattolo.

“No Astolfo, non potrei mai”. La voce era un po’ più lontana del solito.

Il cavaliere cercò la via di uscita, ma l’avanzata era rallentata da cavalli di legno, piccoli strumenti che producevano un dolce tintinnio, maschere multicolori, trottole e palle di straccia. Per quanto provasse a liberarsene, sembrava che quell’impero di ricordo gli stesse franando addosso.

Astolfo non vuole tornare – Pt 11

Dei e regni sarebbero caduti nell’oblio condividendo il fato di manufatti e azioni umane. L’uomo sembra contagioso con la sua mortalità e la dimenticanza. Astolfo se ne andava per la luna pensando a quanto fosse labile la mente umana, mentre re Carlo si perdeva per il bosco pensando a quanto fossero sfortunati i propri soldati. Alcuni impazzivano, altri scomparivano, o soffrivano nell’amare un nemico, o perivano sul corpo di un compagno morto. Qualcuno si trasformava persino in cavernicolo e tentava di trascinare qualche bella giovane in una caverna. Quella guerra era proprio strana: i paladini si allontanavano dal campo di battaglia di continuo e belle fanciulle si aggiravano tra i cavalieri come se stessero assistendo a una parata militare. Re Carlo inziava a perdere la pazienza.

Mentre il re si innervosiva, Astolfo giunse in riva a un largo fiume, che aveva l’aria di essere anche molto profondo. Questo corso sembrava a sua volta generato da una cascata che si perdeva nell’immensità dell’universo. Ad Astolfo non venne nemmeno in mente che potesse contenere acqua questa strana visione: era ormai consapevole delle strane regole che vigevano sulla luna, o della loro assenza. Inoltre, non c’era rumore d’acqua scrosciante, ma una sorte di sbuffo ininterrotto e amplificato che proveniva dal fiume. A vederlo da vicino, sembrava costituito da figure umane molto allungate e assottigliate tanto da cancellare quasi del tutto le fattezze. Una assomiglava, però, proprio a re Carlo, con tanto di corona.

“Voce senza nome, che cosa sono queste?” urlò Astolfo al vuoto.

“Per una volta mi chiami tu in persona, strano. Comunque sono le pazienze. Hai presente quando ti lamenti di aver perso la pazienza? Ecco, in quel frangente la tua pazienza si trova qua sulla luna, precipita dalla grande cascata e scorre via, fino al lago senza fondo, che si trova sul lato oscuro della luna. Io non vado mai da quelle parti, per timore di perdermi del tutto”.

Astolfo sembrava essere molto divertito. Anche gli uomini più pazienti raggiungono il loro culmine, per poi sbottare stizziti contro la causa del disturbo.

“Ma la pazienza torna” osservò Astolfo.

“Certo” rispose la voce “la pazienza torna, il tempo perso a sbuffare no”.

Il sorriso sul volto di Astolfo si allargò: quella voce cominciava a stargli simpatica.

Astolfo non vuole tornare – Pt 10

Quella voce rimaneva un grosso mistero, soprattutto dopo aver capito di averla già sentita da qualche parte. Un po’ risentito Astolfo continuò la sua passeggiata per la luna, lasciandosi alle spalle il grande edificio di marmo che gli aveva rapito una parte del suo cuore: avesse avuto le capacità, si sarebbe dimenticato della terra, per dedicarsi alle conoscenze di tempi andati.

Se re Carlo avesse saputo delle intenzioni di Astolfo, si sarebbe attrezzato con un qualche ippogrifo per andare a prelevare il suo paladino direttamente sulla luna. Non è un caso se parte del senno del sire fosse custodita in una grossa bottiglia sulla luna. Ma re Carlo non lo sapeva, e attendeva sempre meno paziente. Aveva anche saputo di un castello parlante in cui venivano rapiti i cavalieri. Pensò che quella foresta, oltre a essere un labirinto, fosse anche maledetta: mai fidarsi di voci non riconducibili a un qualche corpo.

Sulla luna non esisteva la notte, ma Astolfo non si sentiva stanco, come se il suo corpo fosse sospeso in una dimensione diversa. Per questo decise di inerpicarsi su una montagnola, per poter avere una visione più chiara di ciò che avrebbe trovato sulla luna.

Ma quella collina non era un posto qualunque. Astolfo dovette farsi strada tra una selva di colonne, capitelli, edifici immensi di cui rimanevano solo gli scheletri. Gli ricordava un immenso torace di una carcassa trascinata dalle acque: si trattava di un animale che avrebbe potuto ingoiare l’intero palazzo del re. Alle colonne seguirono le statue, molte delle quali erano mutilate, prive di qualche arto, o della testa. Alcune sembravano vittime del semplice tempo, altre della furia umana.

Più avanzava e più le statue sbiadivano, fino a divenire spiriti muti, dagli occhi vacui che puntavano verso il nulla. Emanavano un singolare senso di venerabilità e serietà, ma allo stesso tempo di decadenza e di tristezza.

“Sono gli dei del passato, numi dimenticati che hanno perso il loro potere. Voi umani li avete defraudati di ogni grandezza. A tanto potete arrivare”. Spiegò la voce.

Astolfo si chiese se le sue mani si fossero tinte di rosso per colpa di una divinità destinata a diventare fantasma.

Astolfo non vuole tornare – Pt 9

C’era una cosa che a re Carlo mancava in tutta quella vicenda: era il suo palazzo dalle vaste sale, con scribi e saggi dalle mani sempre sporche d’inchiostro. Non che fosse un grande studioso, il re, per niente, ma gli piaceva trovarsi fianco a fianco con queste brillanti menti piene di conoscenze antiche. Sapeva che in qualche monastero esistevano uomini che dedicavano il proprio tempo a copiare opere di persone diventate cenere, per evitare l’oblio di centinaia di volumi. Insomma, a re Carlo mancava la tranquillità. Sembrava quasi che fosse stanco di quella guerra, ma nessuno dei suoi uomini o dei nemici lo avrebbe mai saputo.

Mentre re Carlo si perdeva nei corridoi del suo palazzo fatto di memoria, Astolfo si perdeva del meandro di quella cattedrale di conoscenze inutili in quanto perdute. Pochi erano i volumi, i libri fatti di pagine di pergamena che talvolta aveva tenuto fra le mani. La maggior parte di quel sapere era racchiuso in rotoli, alcuni lunghi, altri più brevi, in tavolette o anche su pezzi di cuoio o pietre.

Srotolò il primo rotolo che gli capitò: era pieno di immagini incolonnate, uomini, simboli, animali si susseguivano fitti, senza che Astolfo potesse comprendere di che cosa narrasse. Aveva solo la sensazione di trovarsi in un altro polveroso tempo, al caldo, con profumi del tutto sconosciuti. Altri rotoli erano più familiari, con piccoli simboli alfabetici, talvolta anche con lettere a lui note, ma non aveva idea di che storie stessero narrando C’erano poi tavolette con degli strani cunei, incisioni su roccia, stoffe annodate, persino lastre d’oro incise fittamente. Tutti questi oggetti urlavano il loro sapere, ma il vuoto della dimenticanza impediva a quel suono di propagarsi.

Sentendosi un po’ stanco, Astolfo uscì dall’edificio. Quel silenzio gli ricordava un sepolcro pronto ad accoglierlo.

“Qui tutto è morto, anche se ognuno di questi oggetti desidera così ardentemente tornare sulla terra, da rifiutarsi di scomparire. Per questo è nato questo posto. E tu, sei qui, ma ancora la terra ti reclama, Astolfo. Cosa stai facendo?” intervenne la voce misteriosa.

“Domanda lecita. Almeno dimmi perché conosci il mio nome”.

“Te lo sei già dimenticato una volta, non farmi cadere ancora nell’oblio”. E la voce tacque.

Astolfo non vuole tornare – Pt 8

Non, non avete capito male. Il lago chiaccherava, e non smetteva un momento di parlare, parlare, parlare. Solo che Astolfo non se ne era reso conto perché era troppo concentrato sui suoi pensieri per capire che le voci provenivano dall’acqua.

Astolfo si inginocchiò per sentire che cosa dicessero e se effettivamente fosse acqua quella che vedeva. Al tatto si rivelò essere una sostanza ad Astolfo del tutto sconosciuta, fluida come un liquido, ma che non lasciava tracce umide sulle dita. Inoltre, anche avvicinandosi, non riusciva a comprendere nemmeno una parola di ciò che veniva detto, ma qualche frammento gli risultava vagamente familiare.

Era del tutto normale che il cavaliere non capisse nulla: in quel lago fluttuavano tutte le lingue del mondo, che non venivano più utilizzate e che erano cadute nella dimenticanza. Magari in un futuro qualche sventurato avrebbe cercato di resuscitarle, ma, almeno per ora, se ne stavano lì, assieme alle parole arcaiche di lingue ancora in uso. Era un buffo modo per passare i secoli: cercare di comunicare con una miriade di presenze che parlano una lingua conosciuta ai defunti.

L’attenzione di Astolfo venne catturata dal riflesso di un’enorme costruzione di marmo bianco. Alzò lo sguardo e vide che si trattava di una sorta di tempio.

“Sapevo che lo avresti trovato interessante, saggio Astolfo”, disse la voce della donna invisibile.

“Di cosa si tratta?”

“Di una biblioteca, che contiene tutto il sapere umano andato perduto”.

“Abbiamo smarrito così tanto?”

“E tanto ancora smarrirete”.