Passeggeri – Pt. 12 Capolinea FINE

Ogni viaggio, come ogni esperienza, deve arrivare a una sua conclusione. E lo stesso per il treno di notte. Alla fine tutto si ferma, la corsa perde completamente la sua forza, si affievolisce e non trova più l’impulso che lo possa spingere oltre.

L’arrivo al capolinea implica che anche le anime più indecise devono scendere e perdersi nella vasta terra che se ne sta immobile e che si apre con i confini inesplorati. Dentro le carrozze tutto è più definito e più sicuro, assume i confini conosciuti che lo sguardo può abbracciare.

Il capolinea segna la fine dei sogni, le palpebre riprendono il loro ritmo dopo che gli occhi sgranati si erano persi nella notte. E dopo un sospiro il viaggiatore che si attarda, abbandona la sicurezza di una carrozza, e, con un sospiro, torna alla vita.

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Passeggeri – Pt. 10 Lorenzo

Lorenzo attendeva. Era una vita che attendeva. Prima di essere compreso, poi di essere apprezzato. Ma è un’attesa che accomuna molte creature che calcano questa terra. Forse per questa sua propensione all’attesa, a Lorenzo piaceva vagare in treno.

Non che avesse una meta precisa. Saliva sul primo treno, senza un biglietto, e poi scendeva una volta arrivato al capolinea, o quando il controllore non decideva che il suo viaggio abusivo fosse finito. Lorenzo era un artista, e nell’attesa la sua mente fioriva di nuove idee, di mille progetti dagli infiniti colori. Poche di queste fantasie, però, avrebbero visto la luce del sole, perché Lorenzo non riteneva la sua arte non fosse che un mero passatempo, non degna del mondo.

Non aveva un vero e proprio posto dove tornare, se si escludeva il rifugio di artisti di strada in cui talvolta trovava pace. Allora quei fiori di idee si trasformavano in una caleidoscopica girandola impazzita, che gli ruota attorno e che lo inibriava. Al risveglio, di quei colori di favola non rimaneva che un vago sentore di vuoto e di paura.

Attesa e paura. Erano questi i due poli entro i quali si muoveva la vita del ragazzo. Attesa che qualcosa cambiasse, paura del cambiamento. Erano i capisaldi della sua prigionia.

Passeggeri – Pt. 8 Arrivare

L’importante è arrivare alla meta: è una convinzione comune che non ha molto senso, almeno non per queste creature che si sono rannicchiati in sedili consumati e che guardano fuori dal finestrino alla ricerca di un paesaggio inghiottito dal buio.

Sembra quasi che si voglia cancellare il tempo sospeso del viaggio, durante il quale i confini cambiano, i nomi di città e paesi mutano repentini, annullando in questo modo la distanza tra partenza e arrivo. Eppure talvolta si desidera che questi momenti inafferrabili si prolunghino in un vagabondaggio senza confini e senza limiti, per fuggire all’ignoto dell’arrivo, a quelle tenebre che il treno si lascia indietro.

Negli scompartimenti la si può quasi toccare, la leggera ansia dell’arrivo. È formata dalla paura di lasciar passare la fermata perfetta, o di no raggiungerla. Si può percepire lo sgomento di aver sbagliato, di non aver capito che treno prendere o in quale stazione scendere.

L’arrivo porta sempre con sé delle complicazioni, perché quando si chiudono le porte del treno si apre l’immenso mondo che non è delimitato da una latta di metallo.

Passeggeri – Pt. 7 Viaggiare

Che treno è mai questo che avanza nella notte con il suo carico incompleto di anime che non riescono a trovare il loro posto nel mondo? O forse qualcuna ha scovato la propria casella e l’ha trovata troppo squallida per essere accettata.

È un treno colmo di sogni. Anche chi si è perso, anche chi trova le rotaie così rassicuranti per la loro immutabilità, è capace di sognare. Ognuno custodisce nel suo cuore un’immagine, un obiettivo colmo di illusione e di speranze.

È un treno colmo di paura e di dolore, di violenza e di dolcezza. I passeggeri lo sentono, lo percepiscono nell’aria, per questo mantengono le distanze gli uni dagli altri. Nessuno osa sedersi di fronte a un altro, come se si volesse evitare la possibilità che gli occhi si incrocino. Nessuno nemmeno rivolge la parola ai compagni di quel breve tratto di vita. Scivolano come ombre dentro e fuori lo scompartimento, dentro e fuori il serpente di ferro per essere inghiottiti dal buio esterno o dalla luce fioca all’interno.

E talvolta sono fiochi i lampi che attraversano gli occhi.

Passeggeri – Pt. 6 Luna

Vai a sapere perché i genitori l’avessero chiamata come un satellite. Capisco una stella, un pianeta, ma un satellite condannato a rimanere in equilibrio tra la fuga e la rovina non porta molto bene. C’era chi apprezza il suo nome, dopotutto era il volto che rischiarava la notte, tanto da essere stata trasformata in una divinità. Ma erano lontani quei tempi.

Luna aveva abbandonato gli studi non appena aveva potuto. Non era fatta per seguire le righe sui libri, non capiva neppure cosa le volessero dire. Date, formule, commenti non facevano parte dei suoi interessi. Lei era un animale notturno, forse proprio a causa di quel nome. Avrebbe potuto diventare una scienziata secondo suo padre, ma lei aveva preferito la strada della magia.

Non che avesse strani poteri, affatto. Ma la gente tende a credere a una persona dalla faccia rassicurante e con un nome terrestre. L’avevano accusata di essere un’impostora, ma alla fin fine si limitava a dire ciò che le persone vogliono sentire. Per il denaro che chiedeva, si trattava solo di un modo per sopravvivere.

Non si trovano spesso persone capaci di spronare i desideri più ambiziosi, la tendenza più comune è quello di affossare. È una capacità per la quale si può pagare.

Passeggeri – Pt. 3 Sally

Per Sally casa era solo un ricordo lontano. Aveva abbandonato tutto, aveva lasciato la sua famiglia e un paese che conosceva in tutti i suoi angoli. Era approdata in un mondo non solo estraneo, ma anche ostile. Per quanto si fosse impegnato, la sua pelle e il suo accento la segnalavano sempre come elemento esterno, e poco desiderabile.

Ma nel treno era un altro mondo, nel treno la sua figura non destava particolari problemi, soprattutti in quell’ora tarda, quando i benpensanti si erano ormai ritirati nelle loro stanze di perfezione, che escludevano il variegato universo che tanto osteggiavano. In quello scompartimento, seduta su una poltroncina scomoda non si sentiva fuori luogo. Anche se un vagone non era proprio da considerare un vero e proprio luogo.

Sally si era persa, al contrario del treno, che sapeva bene quale fosse il punto di partenza e il capolinea. Sally era giunta a patti con se stessa e aveva dato a quella società ciò che si aspettava da lei.

E ogni giorno, sentiva scivolare via un pezzo di anima.

Passeggeri – Pt. 2 Luca

A Luca non piace viaggiare di notte: i treni si popolano di anime, e lui non vuole essere un’anima. Di certo non può essere una di loro, perché Luca è un dottore di anime.

All’inizio non era quello il suo progetto. Voleva diventare un semplice dottore, ma una volta entrato in ospedale si era reso conto che una buona parte dei malesseri nasceva dal profondo dell’anima. Alcuni non potevano essere curati, altri potevano migliorare, anche se gli sforzi erano immani. Luca aveva visto la morte e la disperazione, ma non aveva mai ceduto loro.

Solo quando prendeva il treno per tornarsene a casa la sera si trovava sull’orlo del precipizio, lo stesso baratro in cui aveva visto scomparire i suoi pazienti. Nonostante respirassero e camminassero, aveva scorto la morte nelle profondità trasparenti dello sguardo, quello stesso vuoto che aveva scorto in un attimo, riflesso sul finestrino, e che sembrava riempire tutto il corpo della donna all’angolo. Di tanto in tanto si specchiava anche lui per vedere la vita scorrere nella sua iride.

Luca si aggrappava con in denti alla vita, l’avrebbe fatta a brandelli se lo avesse richiesto. Eppure non riusciva a trasmettere questo impeto agli altri. Forse perché nel profondo non era certo di essere nel giusto. Forse le anime si erano perse perché aveva intuito qualcosa che a lui era sfuggito.

Fortuna che poche fermate lo separavano alla sua meta. Scese dal treno, sfiorando con un sguardo il corpo rannicchiato di Maria.

Passeggeri – Pt. 1 Maria

Nella notte i pendolari si riducano al minimo. Ci sono due anime che popolano i treni notturni: chi non vede l’ora di raggiungere la sua destinazione e chi non ha una destinazione, ma si è semplicemente adagiato su un sedile e aspetta il capolinea. Di notte l’aria diventa diversa perché diversa è la luce degli scompartimenti. Fuori il mondo viene annullato da una cortina nera, mentre il treno corre sospeso nel buio, lontano dalla luce della città.

Maria appartiene al secondo tipo di passeggeri, quelli che non hanno idea di dove terminerà il loro viaggio. In tasca non ha alcun biglietto, ma di notte i controlli si fanno più blandi: nessuno osa chiedere il biglietto a un’anima errabonda. Maria guarda fuori dal finestrino, ma tutto ciò che vede è solo il suo volto inconsistente, che la guarda un spaurito e pallido.

In realtà Maria non vede e non guarda. La sua mente sta facendo delle capriole incomprensibili, che non ricorderà una volta tornata in sé. Non ricorda neppure il motivo per cui abbia cominciato a fare giravoltole. Forse da momento in cui ha fissato i suoi pallidi occhi azzurri su un mondo che sembrava andare alla deriva, che vagava come chi si è svegliato all’improvviso in una città sconosciuta.

Era salita sul treno solo perché non riusciva a reggersi in piedi. Sapeva che da qualche parte qualcuno la stava cercando, ma non si può rintracciare chi non vuole essere trovato. Ha solo una foto con sé: è quella di un ragazzo che gioca per terra con un cucciolo, entrambi biondi, entrambi più felici e inconsapevoli, entrambi innocenti e disarmati.

Maria non ha più sentito le risate di quel bambino.

Un gran problema

Sarebbe stato un gran problema rimanere bloccati in quel posto, senza la possibilità di tornare indietro o di procedere. Si trovavano in una sorta di limbo, in cui le anime, però, erano provvisti di corpi, e i corpi si stavano stancando di aspettare. Soprattutto perché la vicinanza del resto a altri essere umani è inversamente proporzionale al tempo trascorso assieme a quegli estranei.

Il giornalista non si stupì, quindi, dei racconti che i passeggeri gli narrarono una volta portati in salvo dal treno che si era bloccato in un qualche passo sperduto in mezzo alla montagna. Se non erano giunti al cannibalismo era solo per mancanza di strumenti abbastanza aguzzi da poter eliminare il nemico.

L’opinione pubblica fu molto meno comprensiva. Ribattezzò i malcapitati come selvaggi che non erano adatti alla società. Per fortuna che l’enorme macchina che costituisce il sentimento comune è quasi privo di memoria, e il biasimo si ridusse, di conseguenza, a qualche manifestazione di sdegno durata al massimo un paio di settimane.

All’inizio non successe niente, si crearono anche dei tentativi di cooperazione per poter trovare un’uscita a quella scomoda e statica situazione. Si sapeva bene che più il tempo passava e meno sarebbero riusciti a tenere i passeggeri sotto controllo. Il primo problema sorse al rifiuto da parte del capotreno di aprire le porte delle carrozze o anche solo i finestrini: “Ci sono i protocolli, e io seguo i protocolli”.

“I suoi protocolli sa dove può metterseli?” urlò uno dei passeggeri.

“Sì, in ufficio, in bella vista, in modo da poterli consultare in casi come questi”. Dopodiché si chiuse nella vettura di testa e non si fece più vedere, causando il malumore generale dei passeggeri. In realtà il capotreno si stava mettendo il contatto con i soccorsi, come prevedeva il protocollo, ma era un particolare che non aveva riferito ai compagni di sventura. Dopotutto, il comunicare le proprie azioni non faceva parte del protocollo.

Si passò, allora, al tentativo di sfondare le porte. Prima ruppero un finestrino, ma il freddo glaciale costrinse tutti a rientrare nella carrozza e a riversarsi in quelle ancora intatte, causando un aumento di malumore tra gli occupanti. Per un posto occupato da una valigia si rischiò di arrivare alle mani, ma la presenza di un energumeno che faceva da barriera tra i due litiganti evitò il peggio.

Ci furono pianti, litigi per i pianti troppo rumorosi, scene di isteria alla morte dei cellulari, che prendevano ben poco in quei monti. Alla fine i soccorritori si ritrovarono fra le mani un’umanità esausta e sul piede della ribellione.

Tutti tranne il capotreno che, uscito dalla sua vettura assieme al macchinista borbottò: “Ma che bisogno c’era di sfasciare un finestrino? Il protocollo non lo prevedeva in questo caso”.