Tip tap

La musica, la musica entra nelle vene, scorre tra le arterie e rompe i bronchi in un impeto di allegria senza confine. E senza confine sono anche la gioia e la forza del cuore che non vuole conoscere riposo. Il ritmo era sovrano, la ragione si era sopita.

Tip tap

Che strano suono si stava spandendo nell’aria e tra i presenti. I problemi si facevano piccoli cardellini racchiusi in gabbie e silenziati da una risata di bambino. Tutto cambiava, la prospettiva mutava, come se il cannocchiale della vita fosse stato girato. Gli occhi si sgranavano stupiti di tali mutamenti.

A poco a poco la speranza che quello fosse il vero mondo, che tutto postesse risolversi in movenze scomposte, da chimera assumeva un aspetto sempre più reale. Eppure è solo una banale musica.

Tip tap

Se tutto fosse così semplicemente mozzafiato come un ballo, la vita sarebbe degna di essere danzata.

Sopravvissuti

Non è semplice uscire dalla tana, guardare di nuovo il cielo azzurro, e riconoscere, infine, che si è sopravvissuti. Non è facile voltare le spalle al passato, a quello che sembrava essere l’unico mondo degno di essere vissuto. Nonostante la deflagrazione, nonostante il tornado, sei sopravvissuto, hai lasciato a terra compagni, hai visto quel limite avvicinarsi, talvolta hai pensato che forse avresti potuto valicare quel limite.

Strane creature, i sopravvissuti: sembrano vergognarsi di essere ancora là, di avere polmoni capaci di respirare, di sentire il calore del sangue fluire nelle vene, di toccare il mondo con mani tremanti e timide. Non accettano il fatto di esistere, mentre tanti altri sono stati avvolti dalla bruma del nulla. I sopravvissuti non si sentono degni di stare ritti in piedi, di camminare, di parlare. La loro voce è un sussurro che non vuole essere ascoltato, il loro passo non osa tramutarsi in danza, l’animo non vuole conoscere amore.

Eppure dovrebbero essere proprio i sopravvissuti ad avere una riserva senza fine di coraggio. Chi altri potrebbe gridare al mondo la gioia della vita? Hanno visto la morte, ne hanno percepito l’alito dolce, ma sono riusciti ad allontanarsene incolumi, magari spaventati, ma incolumi. L’aria è loro, la primavera, le melodie proibite, i piaceri sono tutti loro.

A volte i sopravvissuti non capiscono di potersi alzare e correre, di poter sorridere ancora una volta.

Il trapasso

Homer Wells, ascoltando Big Dot Taft, si sentiva simile alla sua voce: intontito. Wally era via, Candy era via, e l’anatomia del coniglio non era, dopo Clara, impegnativa; i migranti, da lui tanto attesi, erano semplicemente gente che lavora sodo; la vita era solo fatica. Lui era cresciuto senza accorgersi del trapasso, dunque? Non c’era nulla di notevole, in tale trapasso?

Da Le regole della casa del sidro, John Irving

Mattoncini

Da piccoli giocavamo con i mattoncini. Incastri e fantasia come malta. A poco a poco vedevamo crescere tra le nostre mani castelli, città, villaggi. Pochi minuti e colorate, ardite, costruzioni si ergevano in un equilibrio instabile.

Mattoncino dopo mattoncino. Incastro dopo incastro.

E poi con un solo colpo l’incantesimo svaniva, gli edifici ridiventavano semplici cumuli di plastica multicolore. E ce ne stavamo là, in un mare di distruzione.

Il gioco ricomincia. Nuovi castelli, nuovi palazzi, nuove città.

Da piccoli erano regni di fantasia. Ora sono i mattoncini della vita quelli che si trovano ai nostri piedi. Ancora senza una forma, un ordine, una fantasia.

Basta avere l’umiltà di chinarsi e giocare. Di nuovo.

Gocce

Goccia dopo goccia.

Era l’unico suono che rieccheggiava in quell’anfratto. Sembrava segnasse l’ora del mondo. Con un ritmo lento, snervante, sentiva cadere quella piccola particella d’acqua.

Goccia dopo goccia.

E l’oscurità fu illuminata dal ricordo di un giorno di sole, in cui correva con gli amici lungo il fiume. Era solo un ragazzo. Improvvisamente si fermò a osservare un piccolo globo di rugiada intrappolato su uno stelo d’erba. Attese finché non cadde. Intanto i compagni si erano allontanati.

Goccia dopo goccia.

E questa volta fu la luna a fare capolino. Un luna di molti anni prima che ammantava di una veste divina la sua amata. E mentre passava le dita sul suo corpo, una gicciolina di passione cadde sul petto.

Goccia dopo goccia.

Si immaginò la miriade di gocce che si lanciavano da una cascata per ritrovare pace al di sotto. Un branco, in tutto simile ma in realtà così diverso, da quel canto solitario che continuava a martellargli la testa.

Goccia dopo goccia.

La cascata di pioggia lo tenne in ostacolo di quel porticato. Una lunga striscia asciutta in un lago crepitante. Affianco degli estranei. Provò a immaginarsi le loro storie, il motivo per cui fossero bloccati anche loro lì. Si era creato un limbo di anime impazienti, costrette all’attesa, che non potevano fuggire.

A quel suono così aggressivo eppure anche dolce, vedeva la sua vita fuggirgli via.

Goccia dopo goccia. L’orologio del mondo.

Ombre di paura

E se avessi paura? Adesso più che mai.

Paura di sbagliare, proprio ora. Paura di perdersi, di imboccare un vicolo cieco, di non trovare la strada, di smarrirla o di sbagliarla.

Paura di cambiare e di rimanere uguali, di partire e di fermarsi. Di errare senza bussola in luoghi sconosciuti.

Paura della solitudine, del silenzio, della lontananza. Di vivere e di morire.

Paura di farsi male e di fare del male. Di essere inopportuna, di osare troppo o troppo poco.

Paura di sognare e di rimanere intrappolata nei sogni.

Paura di diventare un essere meschino e piccolo.

Paura di essere amata. Di non essere all’altezza. Di non essere mai abbastanza.

Paura della sconfitta, della mediocrità, del grigiore quotidiano.

Sono le ombre che infestano la notte e che tolgono il fiato nei momenti di tranquillità. Non se ne sono mai andate, ma ora si ergono davanti a me più corporee che mai.

Arbusto

Sii forte, resisti, sempre. Anche nelle terre lontane, selvagge. Anche nei luoghi più impervi, là dove non c’è acqua con cui dissetarsi, né ossigeno da respirare.

Devi sopravvivere dove pianta non cresce, né creatura osa avventurarsi.

Diventa arbusto, spinoso, secco, ma resistente, infaticabile, inestirpabile.

Ad un primo sguardo sembri morto, un semplice ramo rinsecchito, nodoso, senza vita che spunta dal terreno sterile.

Ma la primavera arriverà anche per te, con il suo carico di vita e di calore.

E allora anche l’arbusto si infiammerà con gemme delicate e fragili, preziose e umili. Le sue spine verranno addolcite da teneri petali danzanti al vento. Dirà al mondo intero che esiste anche lui, che la sua bellezza caduca e passeggera può sconfiggere l’oblii.

Una macchia di colore. Un barlume di vita. Una speranza delicata e tenace.

Diffondi questa tua vita anche qui, tra queste terre arse e spoglie.

Danza folle

“Avanti, vieni. Ridi, balla, salta, seguimi, cerca di afferrare la mia ombra cangiante. Non ti aspetto, ben lo sai, perché sarai tu a cercare di raggiungermi, con il respiro rotto e affannoso.

E allora vieni, affrettati per poter far parte anche tu di questo momento di sfrenatezza. È giunta l’ora che ti liberi dalla catene della razionalità, recidi quei legami e vieni da me, muovendoti a ritmo della mia risata irrefrenabile.

Osserva bene, ammira la mia pelle di porcellana, i miei occhi infuocati che sprofondano in due fessure, gli arabeschi dorati incorniciano il mio volto.

Non pensare, non ricordare, non soffrire. In questo ballo la dimenticanza ti farà ridere, ti farà smarrire nelle dolci tenebre dell’ebrezza”.

La maschera cade, i colori si affievolirono, della risata rimase solo un’eco lontana, un ghigno pauroso. Si ritrovò a stringere una mano fredda, tremante.

“È forse già finita la danza a cui mi hai invitata? Perché ora taci?”

La maschera si girò, con uno strano sorriso: “Illusa, questa è una danza che deve ancora cominciare”.

Sisifo

Questo masso è ormai la mia vita. Anzi, scusatemi, è la mia morte, la mi eternità.

Sapete, nei primi tempi tenevo conto di quante volto ho percorso questa strada. Il sasso sempre con me. E ci riuscivo a raggiungere la cima. Sotto di me la distesa del mondo. E ne ero felice. Ma un istante dopo, di nuovo giù, veloce, a rincorrere quel sasso.

Che peso insopportabile. Ora anche nel mio cuore c’è un masso che lo appesantisce. Sono stanco, disperato. Non respiro.

Io, re mortale, ingannatore di dei che si credono onniscienti. Io, il più scaltro, ora sono qua, in questo stolto e vacuo viaggio, che non ha inizio né fine.

La mia prigione è una strada circolare. La mia gabbia un sasso troppo pesante.

E voi, perché ridete? E voi perché mi compatite?

Ma non vedete che tutti voi avete un masso personale, un proprio monte?

Forse siete così stolti da pensare di essere liberi. Ma io vi vedo. Vi vedo, condannati a questo vano viaggio, mentre salite faticosamente e scendete correndo. Vi vedo mentre accarezzate quella rupe, mentre abbracciate quel macigno.

Illusi. Io per primo, che tanto ho faticato per prendermi gioco di queste divinità. E anche voi, così stolti da non vedere la vostra prigionia.

Abbi il coraggio

Abbi il coraggio di dipingere infrangendo con una pennellata i confini dei contorni.

Abbi il coraggio di usare colori forti, urlanti, che brillano e risplendono.

Abbi il coraggio di strappare la tela, superarne i limiti, trovare una dimensione più profonda.

Abbi il coraggio di immergere le mani nella pittura liquida e viva.

Abbi il coraggio di dipingere con le dita, con i palmi, con il corpo intero.

Abbi il coraggio di svelare la tua anima, la tua forza, la tua voce, i tuoi accecanti colori.

Abbi il coraggio di innondare il mondo con le sfumature del tuo cuore.

Abbi il coraggio di riempire il bianco e sconfiggere il nero.

Abbi il coraggio di usare tutti i colori della vita.