Talpa

Lo chiamavano la Talpa, non perché fosse abile nell’intrufolarsi da qualche parte, ma perché Andrea era molto miope. E non parliamo di miopia fisica, ma mentale. Era talmente miope, che non riusciva a vedere le persone che gli stavano accanto. Per lui tutti avevano la stessa vaga sfumatura grigiasta, non avrebbe potuto dire chi lo stava prendendo in giro e chi, invece, si sarebbe gettato tra le fiamme per lui.

La Talpa non era di grande compagnia, come è facile comprendere. In primo luogo, non aveva amici. Non si sforzava di vedere l’umanità di chi gli stava accanto, viveva nel suo mondo sfuocato e non si accorgeva di nulla, neppure di una mano gentile che gli porgeva una margherita.

Non era sempre stato così. Una volta Andrea non aveva un soprannome, era semplicemnte Andrea e indossava dei pesanti occhiali che gli permettevano di decifrare il mondo e i caratteri circostanti. Non se li toglieva mai, li teneva stretti, con l’avidità di chi teme di poter perdere qualcosa di molto prezioso.

Ma un giorno Andrea decise di diventare la Talpa. Tutto cambiò, perché quei colori caleidoscopici lo avevano spaventato, lo avevano ferito e abbagliato. In particolare Anna lo aveva ammaliato con una danza seducente, per poi abbandonarlo. Per un po’ aveva continuato la sua vita, ma era diventato diffidente.

Così era nata la Talpa. E la Talpa difficilmente sarebbe tornata a vedere.

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Multiforme – Pt. 12

“Mary?”

“Oh, mio caro, Mary è morta. Non ti ricordi? L’hai uccisa tu. Fammi vedere le mani: portano ancora il suo sangue? No, non credo. La tua mente è tanto acuta quanto egoista. Davvero non mi riconosci?”

La riconobbi non appena mi voltai. La somiglianza con Mary era impressionante, cosa normale visto che Angela Carrier non era altro che Elisabeth, la giovane sorella di Mary. Era diventata una bella donna, ma aveva gli occhi di ghiaccio di chi è abituato a non lasciarsi trascinare dalle emozioni. L’ultima volta che l’avevo vista mi aveva quasi mandato al creatore con un sottile pugnale.

“Non ti preoccupare, Albert, non ho pugnali qui. Ma la pagherai, lo sai bene”.

“Ulysses. Qui mi chiamo Ulysses. Albert è rimasto a Londra, a fare da esca per il commissario. Prenditela con lui per la morte di tua sorella, Elisabeth”.

“Angela. Non è il commissario che ha sparato a Mary. Dopo averla pugnalata al cuore, anche se quella ferita era più dell’anima che del corpo. L’hai usata per aprirti una strada nella vita del commissario e poi l’hai gettata via, per paura di rimanere incastrato nella tua stessa trappola”.

“Ne sono rimasto incastrato, e mi sono staccato una zampa per fuggire”.

“Come una volpe. Peccato che questo abbia ucciso mia sorella”.

“Che cosa vuoi, Angela?”

“Voglio Paul McMiller”.

Multiforme – Pt. 11

La complessità non mi è mai dispiaciuta: quando le cose si fanno semplice, mi piace complicarle: guardate cosa è successo con Mary. Ma voi non conoscete la scaltra Mary: forse un giorno vi racconterò di lei. D’altronde la piccola Annette le assomiglia così tanto.

Prima di andare all’appuntamento con quella Angela Carrier, cercai di fare il punto della situazione: ero in nave con il fratello del commissario McMiller, che sembrava essere interessato più a fatti di sangue che all’allevamento dei maiali, ero entrato nelle grazie di una duchessa che stava per passare a miglio vita e non sapeva a chi lasciare i beni, e c’era una signora non conosciuta che scalpitava nel vedermi. O almeno, io pensavo che scalpitasse, ma ho sempre peccato di un certo autocompiacimento. Inoltre Annette sembrava molto incuriosita da Paul, così come lo ero Mary per il commissario, il che avrebbe dovuto preoccuparmi più dell’imminente incontro con Miss Carrier.

Come potete immaginare, mi presentai puntuale all’appuntamento. Il Magnifique era forse il bar meno frequentato dalla prima classe, visto che si trovava vicino alle scale che scendevano verso gli alloggi della seconda classe. I nobili e gli arricchiti non perdono occasione per dimostrare il loro disdegno nei confronti di chi non si può permettere gli stessi agi.

“Qual è il tuo nome, adesso, Albert?”

La voce di Mary.

Occhi

Sulle spalle di una farfalla ho visto gli occhi di una fata. Erano là che mi guardavano, che mi scrutavano curiosi, pronti a balzare via se mi fossi avvicinato troppo.

Sulle ali di una farfalla ho depositato i miei sogni. Sono solo polveri sottili e multicolori che illuminano per un attimo il cielo oscuro della notte.

Sulle ali di una farfalla voglio scappare, assieme a quella fata curiosa, per vedere il mondo con i suoi occhi, per conoscere il cielo e le nuvole, per volare più in alto dei sogni e più lontano della paura.

Le ali di farfalla riescono a portare carici pesanti come macigni e lascairli precipitare per dimenticarsene.

Una stanza colma di robot

Se si ripetono gli stessi concetti per un adeguato lasso di tempo, questi si imprimono a fuoco nella mente, diventano una sorta di automatismo, una convizione che sembra essere sempre stata presente tra i neuroni. Basta far passare l’idea che quel contenuto sia migliore degli altri, che quella sia la via giusta, la soluzione perfetta per diventare umani integerrimi.

Di solito il pilastro principale si chiama positivismo. Viene bandito lo sguardo pessimista, perché potrebbe portare a pensieri tormentati, per aprire la strada alla necessità di vedere sempre il lato bello delle cose. Quando questo lato manca, serve inventarlo. E la turba di topi annuisce contenta: certo, seguiremo queste regole; certo, vedremo il sole anche quando piove; certo, non ci lasceremo vincere dal pessimismo.

I meccanismi delle menti iniziano ad andare allo stesso ritmo, gli ingranaggi seguono quello principale, creano un’armonia che culla, un’armonia che porta il nome di omologazione. Disfattista, sussurrano mentre ti guardano con sospetto.

Non disfattista, ma semplice realista: non sempre si ha la forza di vedere quel dannato bicchiere mezzo pieno. Talvolta fa anche bene vederlo mezzo vuoto, per trovare altra acqua e riempirlo fino all’orlo.

Per un baratto

Prometeo, mi hanno detto che il padre degli dei ti ha punito privandoti dell’immortalità.

Punizione sopportabile, Chirone. Tu vivresti in eterno?

Avrei vissuto in eterno, ma ora la sofferenza mi attanaglia. Liberami da questo peso, concedimi la pace.

Sei famoso per la tua bontà e la tua sapienza, centauro. Eppure ora gli dei ti guardano soffrire per colpa di un loro discendente e non fanno nulla per garantirti quel sollievo che tu hai elergito. Achille stesso ti è debitore.

La mia cura lo ha reso vulnerabile, le mie conoscenza hanno reso più forti i mortali. Gli dei non provano simpatia per me. Forse per questo sono condannato a immani sofferenze. Una ferita che non uccide ma che fa impazzire è preferibile alla morte? Nemmeno la mia arte riesce ad alleviare la mia sofferza. Cìè dignità in questa mia condizione, Prometeo? Come posso io proseguire la mia esistenza se non penso ad altro se non alla piaga, al dolore, alla soffernza.

Avresti dovuto evitare il dardo di Eracle.

Avrei dovuto evitare di immischiarmi in scaramuccie di mortali. Ma ascoltami, Prometeo: io ti cedo la mia immortalità e tu mi liberi da un gran dolore. Ne hai ancora di battaglie da combattere. Al padre degli dei serve un titano che ne metta in dubbio il potere.

Chirone, il centauro saggio. Parli tu o parla il tuo dolore?

Non c’è differenza.

Immortalità per pace. Chi ne guadagnerà?

Entrambi, lo sai. Lo vedo, tu non vuoi andartene nell’Ade. Lo rifuggi. Consideralo il mio estremo atto di cura. Ti curo da una mortalità non voluta.

Un baratto deve essere equo. Hai ragione, i tuoi occhi pregano. Gli occhi non dovrebbero mai pregare. Facciamo lo scambio, e sorridi al sollievo della morte.

Trovare un senso

Negli ultimi anni sono avvenuti molti cambiamenti non desiderati, e altri agognati non hanno nemmeno accennato ad avvenire. Nulla di strano: la vita è fatta di molte componenti, non tutte dosabili a piacimento, per cui il risultato rimane un’incognita fino alla fine.Quello che mi spaventava era il fatto di non riuscire a vedere un disegna, una coesione in tutto quello che stava succedendo. Mi sembrava che mi arrivasse prima una scarpa destra e poi un guanto sinistro, del tutto inutili insieme e privi del proprio compagno.Eppure è come un corpo: preso nelle sue singole parti, sembra essere del tutto slegato. Qua c’è un nervo. Là un muscolo, un po’ oltre le viscere, ognuno con il proprio ruolo, con una funzione ben preciso. Ma visto nell’insieme, questa accozzaglia di tessuti forma una macchina che sfiora la perfezione, un equilibrio fragile, eppure funzionale.Forse ora il disegno si sta componendo. È bastato ammettere che per alcuni il disegno si profila prima di altri. Ho sempre cercato di bruciare le tappe, ma per una volta mi sono riservata di fare una marcia indietro, di prendere una strada laterale che mi permetta di raggiungere, almeno nei progetti, una via più agevole.E per ora sembra che anche i pezzi più ostici stiano trovando il loro posto in questo folle caleidoscopio che è la vita.

Multiforme – Pt. 10

Una signora di solito non si abbassa a mandare un messaggio a un uomo come me, scapolo e senza moglie. Di solito agiscono in questo modo donne più giovani, ragazze che leggono troppi romanzi e che si illudono di poter vivere un amore travolgente. Per cui fui stupito quando vidi chi fosse Angela.

Ma procediamo con ordine. In primo luogo, chiesi una pulizia straordinaria della mia camera, per evitare che Annette si avventurasse in prima classe la sera dell’incontro. Pagai le sue informazioni su Paul con qualche bacio. Un prezzo molto economico, visto che la mia illetterata amica aveva capito che quasi tutti i libri presenti in stanza parlavano o di omicidi o di macelleria. Scontato per un proprietario di mattatoi, e curioso per un uomo che ha come fratello il nemico giurato degli omicidi. Per quanto riguardava i giornali, anche questi parlavano di omicidi e crimini. Me ne aveva portato qualcuno, che Paul aveva gettato nella spazzatura: erano casi che riportavano il nome del commissario McMiller. C’era qualcosa di strano in tutta quella vicenda.

“E ho scoperto anche qualcosa sulla tua amante?”

“Amante?”. Per un momento pensai che Annette sapesse davvero tutto, esattamente come Mary.

“Quella vecchia principessa”.

“Duchessa, vorrai dire”.

“Ma sì, hai capito. Siete tutti uguali voi nobili. Comunque, vuoi sapere o non ti interessa?”

“Mi interessa tutto quello che esce da quella bocca, mia dolce Annette”:

“Stupido, quando sbarcherai non ricorderai niente di quello che è successo in questa stanza, come tutti. In ogni caso, la duchessa è malata. Ho trovato una carta, una lettera che stava scrivendo. Non so se fosse una lettera in realtà, non iniziava con Caro o cara. Non ho capito quasi niente, se non che c’era un elenco di beni. E parlava di malattia che le divorava le viscere”.

E brava Annette. La duchessa Greville stava per lasciare il mondo terreno e, non potendosi portare le sue sostanze in quello celeste, le spartiva tra i viventi. Forse, lavorandoci anche una volta sbarcato, avrei potuto guadagnarci qualcosa.

“C’erano anche dei nomi. Pure quello di Paul”.

La cosa stava diventando complessa.

Multiforme – Pt. 9

Annette se ne era andata da un po’ quando sentii un fruscio quasi impercettibile provenire dalla porta. Molti di voi non lo avrebbero neppure percepito, non siete abituati a scappare e prestare attenzione a ogni minima variazione per capire se sia arrivato il momento di cambiare aria.

Per mia fortuna non era un pericolo, ma solo un bigliettino che era stato fatto scivolare sotto la porta. Aspettai che la persona si allontanasse dalla porta, poi lo presi. Era una piccola busta, con dei leziosi ricami attorno ai bordi, che poi venivano ripresi dal cartoncino all’interno. Troppo fine per provenire dalla mia amica duchessa, troppo femminile per appartenere a Paul. Di certo dovevo aver fatto colpo su una qualche signorina che era presente al tavolo. Non per vantarmi, ma a parte qualche cicatrice, sono sempre stato considerato un uomo piacente.

Incontriamoci questa sera al bar Magnifique.

Il biglietto era firmato Angela Carrier. Peccato non poter chiedere ad Annette chi fosse questa misteriosa donna. Non ho mai capito perché nei circoli esclusivi vengano presentati solo gli uomini, mentre le donne si limitano a rimanere in disparte, a fare le proprie considerazioni, senza essere coinvolte nella danza degli affari.

Eppure sono proprio loro che di solito costruiscono una rete di relazioni e di ricatti. L’importante è non caderci, e temevo che Angela volesse aggiungermi alla sua collezioni di insetti imbalsamati.

Scale

Succede che gli incontri vengano rimandati, non a causa di ritardi o di errori, ma solo per una questione di piani. Pensate a un grande condominio, fatto di scale e di rampe, senza una pianta ben specifica, senza una logica per cui una strada sia preferibile all’altra. Alcuni dei suoi abitanti scelgono una via, alcuni un’altra, e non la abbandonano, altri ancora la variano in continuazione perché sono alla perenne ricerca di quale sia per loro la migliore.

Non è detto che gli inquilini vengano mossi dalla necessità di impiegare il minor tempo possibile. Forse fanno quella strada perché vogliono o sperano di trovare una determinata persona, o per evitare qualcuno o perché hanno sempre scelto quel percorso e non vedono il motivo per cui compiere variazioni.

In questo condominio le anime si rincorrono. È possibile che alcuni non si incontrino mai, o che altri si inseguano a lungo, prima di scontrarsi con conseguenze per entrambi: qualche contusione, ossa rotte, o forse un bel salvataggio.

Trovare la strada giusta e il giusto urto può richiedere tempo e lo zampino di quello che qualcuno chiama destino. E dopo molte scale, alla fine, si arriva sempre a una destinazione, anche se magari non è quella progettata.