Avrebbe voluto essere tempesta, per squassare il mare, e confondere le acque, per abbattere alberi e sbriciolare monti. Avrebbe voluto soffiare come il vento più potente, che si incunea nelle vie e porta via tutto ciò che non è ben ancorato a terra. Per poi trasformarsi nel fuoco del lampo, che cerca uno sfogo nella terra, che incenerisce i rami umidi delle piante e che sfida i grandi giganti di metallo.
Avrebbe voluto essere tuono per urlare con la voce dell’aria la sua ira e il suo stupore. Per atterrire anche i più coraggiosi facendo tremare il vetro delle finestre dei loro fragili ricoveri. E poi sarebbe diventato liquide lacrime grigie, gettate dalla furia del vento su una terra arida. Finalmente avrebbe potuto correre veloce sui muri fradici e sui tetti, sulle strade purificate e nei torrenti rinvigoriti.
Infine, si sarebbe placato. Perché la rabbia deve scorrere via, veloce, per non trasformarsi nell’uragano distruttivo del rancore. Si sarebbe placato per ascoltare la ninna nanna che calma il pianto del bambino, e la canzone della ragazza che cerca di superare il rumore della pioggia. Avrebbe abbassato i toni, per sentire le rissate uscite da quell’osteria, e i tacchi veloci che corrono nella pozzanghera.
E dopo essere stato tempesta, avrebbe accettato di essere fragile uomo.
Racconti il passaggio furore calma con semplice amorevolezza…bel racconto. Bello si!
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