Skia

L’invida serpeggia tra le strade di questa città che non conosce altra luce se non quella prodotta da fiochi lampioni che seguono le oscure strade. Qui il sole è sconosciuto e gli abitanti si chiedono come sia il suo calore, la sua luce. E per questo vivono in una costante invidia di chi conosce questo astro, di Helios, di quella città sfavillante in cui tutti vogliono abitare. Loro hanno tutto, conoscono i colori, vedono chiaramente il mondo che li circonda. Lì a Skia, invece, tutto è indefinito, un’enorme ombra che allunga le dita su qualsiasi cosa si trovasse tra le mura di quell’incubo.

Non era sempre stato così. Un tempo il Sole seguiva il suo cammino, normalmente. Faceva capolino tra le nubi, si mostrava impudico in un cielo turchino, scompariva dietro nubi scure. L’Ordine decise, però, di costruire un enorme pannello, per difendere la città, dissero. Più che un pannello era uno specchio, immenso, che intercettava i raggi per dirigerli da qualche altra parte. I maligni sostenevano che andassero dritti dritti a Helios.

In quella città tutto era mutevole, come un’ombra, inconsistente, piatto. Non si sapeva mai definire con esattezza che forma avesse una casa, o quanto alto fosse un muro, né quanti anni avesse il vicino. Era un popolo di ciechi che viveva in un mondo cieco. A peggiorare questa indeterminatezza erano quei maledetti lampioni. La loro luce era timida, ovattata, serviva solo a impedire spiacevoli incidenti, ma non avevano la forza di sconfiggere quella semi oscurità. Era un’imitazione venuta male del tanto agognato sole.

Anche gli abitanti erano fatti della stessa sostanza. Non sapevano decidersi mai in nulla, cambiavano idea in continuazione, stiracchiavano le loro idee, le accorciavano, le dilatavano, le allargavano. Scivolavano tra i mesi, strisciavano nelle piazze, senza mai scambiarsi parole. Le loro relazioni erano fugaci, capricciose, inconsistenti.

L’unico sentimento degno di nota era l’invidia.

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