Ogni città ha un suo cuore, ha un corpo in cui scorre il sangue vivifico, ha un respiro e uno slancio alla vita. Ma non Penthos. A Penthos l’aria era pesante, gravata dagli effluvi mefitici di acque stagnanti e viscose. La terra imputridiva trasformandosi in un acquitrino sterile. Da questa terra malata saliva vapori scuri che ammantavano la città in un velo di lutto che metteva a tacere la luce del sole e che trasformava quella delle stelle in pallide lacrime.
A Penthos c’erano case, ma gli abitanti erano ben strani. Non costruivano gli edifici da loro, ma lasciavano che venissero dalla vicina città di Ergasia. E questi operai frettolosamente innalzavano casupole tristi, senza finestre e con una piccola porta, perché a Penthos i cittadini non sentivano la necessità di finestre e usavano la porta solo una volta nella loro vita. Perché Penthos era la città in cui regnava la morte. Tutto era inanimato, freddo, vuoto. Tutto era avvolto da un sentore di decadimento e putrefazione.
Penthos era la città dei morti. L’Ordine aveva condannato l’uso di seppellire i morti nei pressi delle città. In un primo momento impose a Helios la pratica di trasportare i cadaveri altrove. Non si sapeva dove, perché a Helios non doveva esserci il pianto, perché la città del Sole doveva risplendere di luce e di vita. Alcuni maligni dicevano che fosse perché la città era troppo calda e si rischiava una pestilenza.
Poi questa pratica venne estesa a tutto il Regno. Chi usciva dalla vita, entrava nella morte, e qui doveva essere dimenticato. Penthos è l’unica città dotata di solide mura di mattoni. Solo gli addetti hanno la chiave di accesso per aprire i cancelli e portare gli involucri informi che poi vengono depositati nelle casupole vuote. Scarafaggi corazzati dotati di maschere per non inalare la morte ogni giorno si introducevano di malavoglia e depositavano il proprio fardello, che privo di nome, privato di amore, senza voce per urlare il suo malcontento diventava una mera scoria.
Se potessero parlare, quelle mura protesterebbero a gran voce, e ogni pietra invocherebbe il passato glorioso di Penthos, un passato in cui le voci si infrangevano su di loro, i cui i canti si innalzavano più alti delle torri, e in cui gli amanti si appoggiavano a loro in preda al richiamo della vita. Se le strade potessero, vi racconterebbero dei giorni di mercato, del traffico scomposto e dei carri rumorosi. E se le finestre avessero la possibilità di tramutarsi in quadri, colorerebbero le loro voragini neri con i colori del cielo terso, delle vesti di dame eleganti, degli alberi frondosi e dei volti allegri delle contadine venute a vendere le fatiche della terra.
Posso dire che non mi piace? Troppo macabra. Mi piace invece l’inventiva che hai, in questo caso per i nomi delle città. 🤗
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Certo che puoi dire, siamo in democrazia! 😉
Lo so, è uscita un po’ macabra, ma mi serviva una città del genere: alla fine è quello che facciamo tutti, releghiamo la morte in un angolo, per ignorla. Eppure è là, pronta a reclamare attenzione. Ok, oggi sono un po’ macabra.
Grazie: per i nomi è solo un trucchetto. Quello che rimane di studi in cui ho passato un po’ troppo tempo.
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Però hai ragione. Penso di sia capito il mio non mi piace è riferito all’argomento. 😉
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Nessun problema 😉
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ci vorrebbe un po di pentothal…
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Un po’ esagerato, no?
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a mali estremi… 🙄
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Molto estremi 😅
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😦
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😊
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😘
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