Caparbietà

Caparbietà è il mare. Quel mare rabbioso che spacca le onde sugli scogli affilati. E ancora, ancora con sempre maggiore forza, cercando di smussare gli angoli che lui stesso ha creato, di rendere meglio taglienti le lame che con il suo insistere ha affilato. Ogni giorno, ogni ora, cerca di sfondare il cuore impenetrabile della terra. E si rompe, si infrange, emette schiuma rabbiosa, urla cupo la sua frustrazione e ciò che ottiene sono solo infimi granelli che si perdono nella vastità di un universo blu.

Caparbietà è albero. L’albero che sopravvive in un deserto di cemento e di motori e che cerca di spaccare la prigione grigia con la forza lignea delle sue radici. È l’albero che sogna il silenzio in cui ascoltare il vento, e l’aria senza quello strano pulviscolo untuoso e scuro. Stagione dopo stagione, innalza la sua verde capigliatura verso un cielo che ha perso il suo splendore, per poi gettarla a terra spargendo un manto rosso come il sangue che più di una volta ha conosciuto. Anno dopo anno mostra la sua bellezza nodosa e scontata, anche se sa che prima o poi la sua corteccia verrà infranta e la sua linfa si mescolerà con la terra arsa di un mondo che non lo accetta più.

Caparbietà è umano. L’umano che sente il cuore battere, i polmoni dilatarsi. Secondo dopo secondo, respiro dopo respiro. E continuerà, macchina imperfetta in un mondo imperfetto, a combattere per qualcosa che neppure lui capisce. È l’umano sconfitto che nei libri di storia viene relegato nelle pagine dei costumi e che nella letteratura diventa il protagonista indiscusso di storie nere e marroni, storie modellate nell’argilla, nella terra bagnata con il sudore, il sangue e la disperazione. Anno dopo anno infrangerà i suoi sogni sui muri sterili costruiti per proteggere non si sa cosa dalle bramosie di sognatori con i vestiti rappezzati.

4 pensieri su “Caparbietà

Lascia un commento