Mutevole

Il trasformismo è un camaleontico talento, molto apprezzato e necessario alla sopravvivenza. Essere sempre nel posto giusto. O meglio, apparire sempre di essere nel posto giusto. E alla peggio, scomparire con naturalezza.

È un’arte difficile questa, ardua da apprendere e ostica da affinare. Eppure Bianca era una vera esperta; forse perché era nata con una peculiarità che le rendeva il cambiamento molto semplice. Bianca era, di natura, mutevole. E mutabile.

Esatto, mutabile, perché Bianca non aveva un volto. O meglio, aveva una bocca, degli occhi e un naso, ma erano così anonimi da non lasciare nessuna impressione negli altri. Era una tela grezza, anonima agli occhi di tutti, piena di potenzialità per un pittore.

Era stato un problema, all’inizio. Nessuno si ricordava di Bianca, neppure il suo compagno di banco o i suoi stessi genitori. A liceo sembrava scomparire in tutta quella folla ferocemente adolescente. E a lavoro era l’eterna collaboratrice che tutti dimenticano il giorno dopo la scadenza del contratto.

Bianca? Bianca chi?

Ma Bianca si stancó. E quando si stancó prese in mano i colori, e decise che nessuno l’avrebbe mai ignorata. Ogni mattina disegnava il suo io, creava la Bianca del giorno. Una volta era la donna fatale dalle labbra di fuoco, un altro era la dolce compagna vestita di rosa in una serata di ricordi e un altro ancora la figlia oscura e incompresa.

Ogni sera, però, notava che era sempre più difficile togliere la Bianca del giorno, che si aggrappava con tutte le forze al suo volto. Era un doloroso aborto di identità. E ogni faccia lasciava una traccia, un rosso sbavato, una guancia chiazzata, un occhio dalla luce grigia.

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