Ruach

La città dei mille venti era la costruzione più ardita e più delicata del regno governato dall’ordine. Posta in una posizione che favoriva la creazione di correnti invisibili ma potentissime, Ruach resisteva a stento, come una pianta che, ancorata a terra, cerca di impedire al vento di spazzarla via.

Per questo i suoi cittadini uscivano sempre dotati di pesanti zavorre, sacchi di sabbia e pietra appesi alle cinture, pesanti calzature dalla suola di ferro. Muoversi era molto difficile, ma il rischio di essere rapiti da questa forza invisibile rendeva questa necessità sopportabile. D’altronde tutto ciò che non era sufficientemente pesante o che non era assicurato a terra volava chissà dove. Anche la voce svaniva in un attimo, per cui gli abitanti di Ruach non parlavano se non nel chiuso delle loro case. Gli alberi erano perennemente spogli, perché le fragili foglie erano strappate con foga da artigli crudeli. Non esistevano uccelli, e neppure farfalle. Era un deserto aereo.

Ma l’architettura della città era strabiliante, un sogno reale. Per poter sfruttare quella corrente crudele, erano stati realizzati dei giganteschi  mulini che galleggiavano in aria, trattenuti da spessi cavi d’acciaio, che, come serpenti incantati, si innalzano da terra, creando una selva senza fonde e senza rami. E i mulini erano leggeri, fatti di una lega metallica che permetteva loro di rimanere nell’aria grazie alla stessa forza del vento. Erano enormi aquiloni, con vaste pale che non cessavano mai di vorticare. Era grazie a questa enorme quantità di energia che si riusciva ad illuminare, seppur debolmente, città come Skia, in cui l’ombra regnava sovrana.

E come se fossero un parto dell’aria, gli abitanti non sembravano essere interessati a costruire le loro abitazioni a terra, ma le ancoravano ai cavi dei mulini. Ogni giorno quelle goffe creature salivano arrampicandosi per quei mastodontici cavi, o scendevano per mantenere il più saldi possibili i cavi a terra. Mai dovevano logorarsi le saldature, mai la ruggine doveva intaccare la pesante struttura su cui erano agganciati i mulini, o un intero quartiere della città d’aria avrebbe potuto volatizzarsi.

Tutto era incerto a Ruach, tutto era mutabile. Il carattere della gente, che passava follemente da un eccesso all’altro, le nuvole, che correvano impazzite ora nascondendo il sole, ora versando un breve temporale, e anche gli affetti.

Il vento era capace di strappare qualsiasi cosa.

9 pensieri su “Ruach

  1. Di questi tuoi racconti mi piacerebbe che ne uscissero 3 cose:
    1) immagini: sarebbe una cosa fantastica
    2) mappa del mondo a cui appartengono
    3) una storia (servirebbe un romanzo) che le unisca tutte

    🙂

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      1. Beh, la mappa non deve per forza essere una cosa stratosferica: anche una semplice dislocazione nello spazio, in modo da capire anche com’è fatto il mondo (quelle di Sphaera le feci io, quindi…)
        I disegni verranno in seguito… al romanzo! 😉
        Aspetto fiducioso! 😀

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