Rapimento

Passeggiare in riva al mare in una giornata così burrascosa era pericoloso, lo sapeva bene. C’era sempre il rischio di perdersi tra le onde. O poteva essere lo stesso mare a richiedere la sua presenza tra i flutti violenti. Ma il fragore delle onde che imperterrite prendevano a testate la scogliera riempiva le orecchie estenuate, e il blu profondo come un mistero colmava di bellezza occhi che rischiavano di spegnersi per la noia. Il respiro del mare diventava il suo, l’urlo della natura scaturiva dalla sua bocca, il sale seccava la pelle intessuta di delusioni, e i capelli diventavano le vipere di una Medea indomita.

Non aveva paura di quel mare, anche se sapeva bene che i suoi sogni, i suoi pensieri sarebbero stati attratti da un’immensità sconosciuta. E così avvenne. E divenne la nave pirata che solcava truce le acque alla ricerca di vittime e di ricchezze capaci di riscattare una vita perduta alla deriva. Si tramutò nel nostromo che manteneva l’ordine con la frusta e le urla, o nel capitano innamorato più della nave che della vita. Si tuffò come un delfino per accompagnare quelle strane costruzioni di legno in acque pericolose e zampettò sugli scogli per vedere il folle bruciato dal sole e dalla salsedine invocare l’amore di una creatura che esisteva solo nella sua mente impazzita e forse nel suo cuore malato.

Il mare ha  questo effetto. Rapisce gli incauti e i pensieri volatili. Li ricopre con il liquido manto, lasciando dietro di sé solo un vago ricordo di ciò che era stato. E se anche il naufrago riuscisse a tornare a riva, il suo aspetto non sarebbe più lo stesso, ma consumato porterebbe dentro di sé una scheggia di mare.

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