Forse non tutti si ricordano di me. In effetti il mio ruolo in quella vicenda è stato del tutto marginale.
Io sono Tersite. Di me parlò il vecchio poeta cieco. E solo per farmi picchiare dallo scettro di quell’uomo, Odisseo. Stolto re di un’isola arida e scoscesa. Si adirò perché ho avuto il coraggio di alzare la voce, di dire ciò che tutti pensavano: quella guerra era persa fin dall’inizio, tanto valeva salpare da quelle spiagge, ormai intrise del sangue nostro e loro.
Ma niente. Io zoppo, storpio e, lo ammetto, propenso al gioco, non potei fare altro se non ritirarmi piangente.
Che cosa avrebbe, poi, quell’Odisseo in più di me? Non è forse anche lui un ingannatore? Non ha tentato di sottrarsi a questa guerra ridicola? Non si finse pazzo?
Certo, quell’uomo gode del favore divino, per questo tutti gli prestano ascolto. Anch’io, che non temo certo quell’inetto di Menelao e quel vanaglorioso assassino di Agamennone, devo piegarmi ai suoi ordini. So bene che lo sostiene Atena.
E quindi eccomi qui, dolorante, contorto, all’ombra delle concave navi. Piango. Di dolore, ma anche di rabbia. Perché so che la verità è dalla mia. Tuttavia, in questo mondo di eroi e divinità non c’è spazio per un nano umano.
E sia. Mi basta sopravvivere. Nessuno canterà le mie imprese. Nessuno si preoccuperà se mai toccherò di nuovo le terre a me care.
Va bene. Sappiate, però, che ci sono più Tersite di Achille.