Errore di sistema

Sembra che l’empatia si basi sul sistema dei neuroni specchio. Tendiamo a immedesimarci nell’interlocutore leggendo e facendo propri i gesti e i sentimenti di chi ci sta di fronte. È un sistema curioso, che alcuni tendono a eliminare per trasformarsi in muri di gomma, ma non è di questa categoria su cui mi voglio soffermare.

Mi è capitato che i neuroni specchio si blocchino, non riescano a trovare i segnali a cui aggrapparsi per scalare una persona, per comprenderla. Non è una bella sensazione: gli occhi che cerchi di comprendere comunicano solo un grande vuoto. Si tratta di un nulla insano, quello di chi non ha da dire, che si trincera in frasi fatti e in dogmi che non richiedono riflessione. È il vuoto vertiginoso di un baratro di cui non si vede fine.

Il risultato è l’impossibilità di comprendere, di trovare quel filo in comune sui si basa la ragnatela di rapporti e di scambi anche solo cordiali che prevede un incontro. Che storia può mai celare un libro del tutto in bianco?

Su una faccia inespressiva, i neuroni specchio si arrendono e annotano l’urgenza di non perdere mai il proprio complesso spessore.

Il ballo della lucertola

Nella sua immobilità, non riesce a rimanere fermo, ma alza una zampa e poi un’altra con un ritmo che sente solo lui. È una danza lenta: zampa anteriore destra, zampa posteriore sinistra, zampa anteriore sinistra, zampa posteriore destra.

Lucertola era il soprannome che avevano dato al figlio del postino. Quando ne parlava al bar con i suoi amici, il postino non aveva molti aggettivi affettuosi per il suo erede. Lo considerava un perdigiorno, mentre i suoi compagni di bevuta ritenevano che a Lucertola mancasse qualche rotella, ma non avevano mai osato esprimere questo loro pensiero al postino. Si limitavano a canzonarlo lontano dalle orecchie del padre.

Sulle rocce calde di sole, una lucertola guardava l’orizzonte, scossa da un fremito cadenzato che la faceva pulsare. Le sue piccole zampe non trovavano tregua.

In paese Lucertola era diventato una sorta di buffone del villaggio. Quando se ne stava in piazza ad aspettare il ritorno del padre, tutti gli abitanti trovavano una scusa per passare da quelle parti e osservarlo un po’. Il volto di Lucertola rimaneva inespressivo, per cui era impossibile capire se fosse consapevole di quelle attenzioni non richieste. Anche i bambini si divertivano a canzonarlo:

“Ehi, sei pronto per il ballo?” e gli tiravano una pietra.

La lucertola scatta veloce in avanti: un moccioso ha distrubato la sua tranquillità lanciandole un sasso. L’animale abbandona il suo confortevole rifugio per ripararsi all’ombra di una crepa. E subito sente freddo.

Lucertola si chiedeva di che ballo parlassero quei ragazzini mentre, irrequieto, alzava un piede e poi l’altro. Quel suo vizio di non riuscire a tener ferme le gambe peggirava sempre quando si agitava o non era a proprio agio. E in quel paese di quattro anime nessuno, nemmeno suo padre, lo faceva sentire a suo agio. Non era stupido Lucertola, aveva solo il vizio di non rimanere mai fermo, di seguire un ritmo che pulsava nella testa e che i suoi arti si sentivano in dovere di seguire.

Infine decise di aspettare il padre in casa, anche se lì mancava il tepore primaverile della piazza.