Caparbietà

Luca era un’anima che non si rassegnava e continuava ad andare avanti, anche quando la stanchezza gli suggeriva di fermarsi, di lasciar perdere e di alzare le mani davanti alla realtà. Non sapeva se fosse per testardaggine o per qualche virtù senza un nome specifico, ma Luca non chinava con facilità la testa a ciò che gli veniva detto.

Caparbio, lo definivano, testa dura, secondo altri, stolto per i più. Luca trovava molti aggettivi sulle labbra dei molti, ma non lo infastidiva più di tanto. Era più infastidito dai pensieri non espressi della cerchia che lo avrebbe dovuto sostenere, quelle mezze parole che stavano in attesa di un suo passo falso, del suo crollo, e non per aiutarlo a riguadagnare la posizione eretta.

Strana creatura l’umano, talvolta capace di grandi atti di bontà, ma spesso debole davanti alla tentazione di godere delle disgrazie altrui. Anche Luca aveva assaggiato quel distillato, ma ne aveva avuto un po’ di paura, e si era ripromesso di evitare di cadere in quel piacere crudele.

Procedeva, quindi, per la sua strada, nonostante tutto. La meta era ben chiara nella mente, un po’ meno nella pratica. Era anche cambiata qualche volta, ritoccata. Era ora di arrivare, però, anche solo per mettere un bavaglio a lingue che stavano diventando un po’ troppo rumorose.

Non avere parole

Capisco che avere un umore plumbeo come il cielo che fa capolino in questo momento dalla finestra non aiuti molto. Se grigio è l’umore, si tingono di fumo anche i pensieri e gli occhi indossano un paio di lenti che offuscano la vista.

Anche nei momenti più svogliati, ho sempre cercato di essere di conforto a chi aveva bisogno di sfogarsi. Sarà carattere, sarà educazione, ma una parola gentile non si nega a nessuno. In particolare a un sedicente amico che non perde occasione per riversare il suo carico di lamentele, senza preoccuparsi del pericolo di disastro e di inquinamento umorale.

E ora che il grigio è diventato nero, e che il fiato manca per affrontare anche questa salita, le uniche parole che è in grado di dare sono “Non ho parole da dirti”.

Non ho parole. Come se le parole si comprassero e si finissero. E dopo un quarto d’ora di sproloquio monodirezionale su quanto sia snervante prendere un treno due volte alla settimana, mancono le parole di conforto.

Io invece qualche parolina ce l’avrei, ma essendo questa espressione inflazionata, meglio lasciarla sottintesa.

Le altre lingue

Quello che gli altri dicono è la verità. L’immagine riflessa negli occhi dell’estraneo è la realtà che esiste. Veniamo plasmati da richieste e aspettative, diventiamo mostri giganti di fragile argilla, pronti a incrinarci al primo urto.

Le altre lingue picchiano forti e taglienti, pronte a pronunciare qualche consiglio, qualche frase illuminata. Il loro sole splende, mentre il proprio si nasconde vergognandosi del proprio pallore.

Le lingue battono e feriscono. Non ridi, che carattere brutto, non capisci, non mi fido. Le lingue picchiano e si allenano per diventare ancora più forti.

Le altre lingue sono capaci di creare mostri più grandi della propria stazza.