Realtà virtuale – pt. 23

Davide si stava interrogando sul motivo per cui tutto quello che aveva stesse andando a rotoli. Non che avesse molto, è vero, ma in ogni ambito c’era qualcosa che non andava. Il lavoro era una desolazione, mortificante, non certo l’impiego dei suoi sogni. L’appartamento era piombato nuovamente nel disordine più totale, e non aveva neppure tempo per cercare di renderlo dignitoso. Tutta colpa di Ludiveritas, che era il terzo punto dolente: per rispondere alle richieste di Serapis*3 e dei compagni doveva rimanere connesso durante tutto il tempo libero. Senza parlare delle amicizie, che erano ormai scomparse, simile a quel fumo nero che si alzava dalla raffineria lasciando dietro di sé un vago malessere.

C’era poi quell’Att$la936, che gli aveva rivelato quasi tutto il piano. E avrebbe fatto bene a seguire quel delirio, dato che aveva a che fare con un programmatore. Ucciderlo una seconda volta avrebbe significato la morte definitiva dell’avatar Tit@nus537. Chissà come era nel mondo reale Att$la936: quasi sicuramente non l’uomo affascinate e bello che scorrazzava per Ludiveritas.

Androm&d482 ti invita nella sua cella. Accettare?

La strana scritta lo stava aspettando sul monitor. Indossò gli occhiali mentre ragionava. Erano i suoi sì dati con leggerezza che lo avevano portato a quel punto. Però Androm&d482 lo incuriosiva: quella donna doveva aver avuto un contatto molto stretto con Att$la936. Sospirò e accettò l’invito.

Si trovò per la seconda volta nella fortezza di Serapis*3, ma fuori dal cancello lo aspettava l’elegante e prorompente Androm&d482.

“Il nostro comune amico ti saluta, Tit”.

Tit@nus537 la guardò spaventato. Era forse così folle da parlare di Att$la936 nel covo di Serapis*3?

“Non guardarmi così, Tit, o Lep1do25 potrebbe offendersi. E stai tranquillo, Serapis*3 si è presa la sua pausa quotidiana da Ludiveritas, assieme a Lep1do25. Pensano che anch’io mi sia assentata. Inoltre, sono un hacker, la tua presenza non verrà registrata”.

“Tutto nel web lascia una traccia”.

“Certo, tutto nel web lascia una traccia, ma per trovare la traccia la devi cercare. Per ora Serapis*3 si fida di te e crede Att morto stecchito, almeno per il momento innocuo”.

“Cosa vuoi Androm&d482? I mango sono terminati”.

“Voglio sapere il piano di quel matto. Lo so che è tornato, ma non so cosa voglia fare. Qualsiasi cosa, è pericoloso. Neppure lui può anche solo pensare di sconfiggere Serapis*3”.

Tit@nus537 sapeva bene che se avesse rivelato qualcosa, non avrebbe mai più rivisto la sua cella.

“Secondo te Att$la936 si confida con me? Ricordi chi gli ha piantato un’accetta nel petto? E poi che rapporti hai con Att$la936? Sei la sua ragazza?”

Gli avatar non possono avere espressioni o mutare espressione. Di certo, però, Androm&d482 si era arrabbiata, perché Tit@nus537 si era ritrovato nella sua cella, e Davide aveva perso l’equilibrio nella sua camera.

Un architetto

Alcuni potrebbero biasimarmi per aver accettato questo incarico, potrebbero considerarmi un uomo venduto, pronto a chinare il capo a un potere che non sembra avere un limite, che conoscerà una fine solo tra molti anni, forse ere, quando il mio nome sarà solo un insieme di lettere difficili da ricordare, senza volto e senza voce. Perché tutto ha un termine, anche le mie opere, anche la dura pietra. Anche l’ordine. Ma sono stato scelto tra centinaia di altri architetti, io sono stato designato per la realizzazione di questo nuovo ordine. È l’Ordine stesso ad avermelo chiesto, quell’entità che la maggior parte degli abitanti del Regno non ha mai visto. Io so dare un volto all’Ordine, o i volti, conosco la loro voce e il loro aspetto.

Mai nella mia vita avrei mai potuto aspirare a tanto. Solo l’invidia disegna espressioni di disappunto sui volti dei miei compaesani. Ben presto, però, anche loro dovranno ricredersi. Sto per creare città mai viste, che respirano e che vivono, che rappresentano le mille sfaccettature della nostra anima. Non solo mi guarderanno con ammirazione, ma si dimenticheranno di cosa ci fosse prima dell’Ordine, prima che questo mondo trovasse un regola da rispettare e da nutrire.

Sono solo un architetto chino su progetti e calcoli, a capo di un gruppo di visionari che ritengono che l’acqua possa fare da muro e che il sogno senza fine sia la più terribile delle punizioni, la prigione più inespugnabile che possa mai essere creata. Un’epoca nuova sta per cominciare, e il mio progetto cancellerà il ricordo del passato, getterà un velo di dimenticanza sulla terribile guerra che ha sconvolto questa terra e che ha tinto di cruento rosso terre che mai avevano conosciuto una tale violenza.

Non giudicatemi per aver chinato il capo a chi ha vinto. Se non avessi accettato, lo avrei dovuto chinare lo stesso per offrire il collo a una scure. Nessuno si sarebbe accolto di questo sangue aggiunto ad altro sangue. Sono solo un architetto, con il progetto più ambizioso che sia mai stato concepito.

Il giusto incastro

Per risolvere il gioco serve trovare il giusto incastro. Ne consegue che per trovare il giusto incastro sia necessario individuare i pezzi complementari e disporli nell’ordine adatto, trovando il loro posto nella composizione generale. Tutto ha un suo posto, nel disordine si può indovinare una certa armonia, ma per ora si tratta solo di una mera intuizione.

Per portare a termine il gioco serve trovare il giusto incastro. Niente di più semplice. Ma davanti a tutte quelle tessere, che si accavallano e si nascondono, litigano e protestano, vociferano o se ne stanno mute per passare inosservate, non è semplice trovare i pezzi perfetti e la confusione diventa padrona incontrastata.

Per risolvere il gioco serve trovare il giusto incastro. Potrebbe perfino sorgere il dubbio che il giocatore non abbia ben chiare le regole: se ne sta lì a guardare dubbioso quell’oceano in tempesta, senza muovere un muscolo. Potrebbe darsi che non voglia trovare l’ordine, che l’immagine perfetta, il fine del gioco, non lo attiri, non lo incuriosisca nemmeno. In quel guazzabuglio di colori e di forme criptiche può vedere mille mondi e mille possibilità. Nella foto nuovamente ricomposta solo una fredda riproduzione ingabbiata in un reticolo finissimo di linee e crepe.

Per portare a termine il gioco serve trovare il giusto incastro. O forse no. Per risolvere il gioco serve trovare il proprio incastro. Magari agli occhi dell’ideatore del gioco può sembrare sbagliato, un vero e proprio abominio, un errore imperdonabile, eppure il giocatore sembra sorridere davanti a quel mostro senza senso.

Insonne

È semplice, a volte non mi va di dormire, mi attardo, lascio passare i minuti, che poi scivolano pigramente in ore. Sono le notti in cui si insinua un po’ di timore di camminare per i territori inesplorati del sonno. Il piede trema mentre cerca una zolla non ingannevole su cui poggiare il peso.

Temo il momento in cui il buio si riempe di colori e i colori sprofondano nel buio, per poi crollare in un vortice che non ha fine. Al termine della caduta non si apre un mondo magico, ma luoghi conosciuti mangiati da fiamme e morte. Aerei alti nel cielo piombano come uccelli feriti in una nube di fumo e dolore mentre un silenzio attonito rimbomba nelle tenebre.

Oppure mi perdo in torri che non hanno dimensioni, tra scale che non portano a nulla e stanze immense che conducono a minuscoli antri. Non c’è via d’uscita, non ci sono porte aperte, solo misteri e silenzi di minaccia.

A volte le notti aprono i loro occhi bianchi come la luna su un nero senza confini.

Shuka

Esisteva nel regno la controparte lecita di Mauria, il vero e proprio mercato che riforniva le molte città gestite dall’Ordine. A vederla non aveva l’aspetto di un vero e proprio villaggio, ma sembrava un insieme di magazzini a granai che sorgevano ordinatamente tra un intrico di larghe strade geometricamente disposte. Era conosciuta con il nome di Shuka, ma solo poche persone al di fuori degli addetti del lavoro potevano accedervi. Secondo le disposizioni dell’Ordine, infatti, nessuno poteva procacciarsi il cibo, ma veniva fornito dalle guardie che portavano le varie derrate con pesanti carri blindati.

Shuka era stata fortificata con tre cinte di mura: una alta e stretta, per evitare che topi affamati scavalcassero la fortificazione, una bassa, ma dalle profonde fondamenta, contro le talpe che avrebbero potuto scavare infidi cunicoli sotterranei, e una area, sospesa con una tecnologia che ricordava la città di Ruach, per impedire a gabbiani famelici di piombare dal cielo. Non esistevano porte oltre all’unica via di accesso, che era anche l’uscita: una misera porticina nascosta sul lato nord, tenuta sotto osservazione da una guardia armata. Vi si accedeva solo dopo aver dichiarato la propria identificazione. A parte i militari che erano preposti alla difesa dei tesori che serbava Shuka, solo poche decine di lavoratori potevano perdersi in quelle vie, per poter mantenere le strutture, dividere le cibarie e caricare i carri che avrebbero raggiunto i vari villaggi e le città del regno.

Queste misure non erano state prese a caso: c’erano popolazioni che avrebbero compiuto pazzie pur di ottenere una quantità maggiore di cibo. Ma l’Ordine aveva stabilito delle priorità, e luoghi come il deserto di assassini di Dabar o città dannate come Oneiro non potevano certo ottenere gli stessi privilegi della ricca e produttiva Hasin, o della stessa Capitale. Era proprio a quest’ultima che veniva destinata la maggior parte dei prodotti del regno, nonostante nessuno sapesse esattamente chi ci abitasse o chi vi lavorasse. Tutto ciò che era destinato alla Capitale veniva raccolto in un grande magazzino che si trovava proprio nel cuore di Shuka, per poi essere trasportato su enormi carri dal colore cangiante, attorniati da milizie scelte. Si diceva che chiunque avesse osato avvicinarsi a quella carovana, era destinato alla morte. Ma erano solo storie.

Come storie erano quelle riguardanti una rivolta, che le popolazioni più affamante stavano progettando per ottenere le ricchezze di Shuka.

Realtà virtuale – pt. 22

Non poteva certo considerare Att$la936 e Founder01 i signori della simpatia, soprattutto per quel loro gusto nel considerarlo uno stolto.  Tuttavia, dato che era stato coinvolto in quella vicenda del tutto controvoglia, e che, a quanto pareva, non conosceva nulla di Ludiveritas, Tit@nus537 decise di non dare troppo peso alle loro parole.

“Visto che sono così stupido, potreste spiegarmi perché ho dovuto versare un sonnifero nel terreno dei prodotti destinati a Serapis*3?”

“Il ragazzo ha ragione Att$la936: perché realizzare un virus sonnifero, e non mortale? Non è una complicazione da romanzo rosa? Io odio i romanzi rosa, sai? Preferisco quelli gialli. Per questo mi sono tanto divertito a guardare le indagini sulla tua morte virtuale. Uno spasso!”

“Sapete, forse con la vostra stupidità mi stanno punendo per il fatto di aver creato questo gioco. Provate ad azionare il vostro cervello. Loro sono hacker, hacker esperti. Di certo avranno messo un blocco. Se anche facessimo fuori i loro avatar, non riusciremmo ad accedere alle loro celle, che rimarrebbero nel limbo nero. Distruggere la fortezza all’interno, sfruttando un momento in cui gli avatar non possono reagire, questa è la soluzione. Ho programmato io questa baracca: si possono azionare le varie interazioni, armi comprese, solo tramite avatar. La persona reale, che sta nel mondo reale, non può fare niente se non grazie al personaggio. Geniale, no? Almeno spero. E tu, Tit, mi aiuterai a entrare nella fortezza”.

Bip-Bip. Davide ignorò la sveglia. Doveva capire.

“E perché mai io?”

“Perché ci sei già entrato, sai dove si trova quel coso, l’Ausmundi.”

Founder01 trasalì: “Non dirmi che ha creato un Ausmundi? Quella vipera, quella traditrice informatica, strega dei bit!”

“A quanto sembra sì, ha creato un Ausmundi, come il non più esistente campo di mango del qui presente Tit@nus537 può dimostrare. Una volta dentro, dicevo, distruggiamo questo simpatico ammennicolo e prenderemo…”

Bip-Bip. Doveva proprio andare, o i guai non sarebbero finiti.

“Devo andare, Att$la936. È stato un piacere Founder01. Finiremo il tuo piano geniale un altro giorno”.

Davide tolse i visori più confuso di prima e uscì per andare a lavoro.

Realtà virtuale – pt. 21

Il mondo che Founder01 aveva fatto apparire davanti a Tit@nus537 era un mondo che conosceva solo pochi angoli di pace. Quello che per lui era un’occasione per sfuggire alla monotonia e alla desolazione quotidiana, per gli altri utenti era solo un pretesto per conquistare altre celle, per espandere i domini e mostrare la propria grandezza. Anche in un universo che non esisteva, anche in una realtà inventata.

“Dici che Serapis*3 è uno dei Founder, ma non ne porta il nome. E perché si sarebbe dedicata all’hackeraggio?”

L’enorme primo abitante di Ludiveritas sbuffò: “Att$la936, potevi prenderti un alleato un po’ più furbo. L’ho tenuto sotto controllo, e non mi sembra una scheggia. Per quanto ammiri la semplicità con cui ti ha fatto fuori. Notevole. Nemmeno i virus più infidi sono mai riusciti a metterti fuori gioco per un paio di giorni”.

“Senti chi parla: ti sei così disinteressato del gioco da diventare una sottospecie di inutile totem. Non sarà una scheggia di intelligenza, ma è il gancio per arrivare a Serapis*3”.

“Guardate che sono ancora qui, ci sento benissimo” fece notare Tit@nus537. “E non avete risposto alle mie domande”.

Att$la936 sbuffò: “Pensaci, Tit. Non puoi andare in giro con la tua identità di Founder e iniziare a manomettere le altre celle togliendole al controllo dei creatori e del sistema di polizia, giusto? L’unico modo è cambiare identità. E lo ha fatto pure bene, ma tutto lascia una traccia nel web, soprattutto lei. Conosco il suo modo di operare, ha una certa brutale eleganza nelle sue azioni. E così ho scoperto che Serapis*3 non è altro che la subdola Founder66. E indovina un po’ chi l’ha chiamata a prendere parte a questo gioco?”

“Tu, ovvio”.

“Ma mi hai preso per scemo? Certo che no, io non conosco persone così terribilmente pericolose. No, è stata la nostra comune conoscenza, Androm&d482.”

“Allora ammetti di conoscerla!”

“Stupido, Att$la936, proprio stupido”.

“Questo passa al convento, Founder01, ci dobbiamo accontentare”.

Ingranaggi dimenticati

Come scorre il tempo, e nel suo scorrere è capace di sradicare piante o di erodere una pietra trasformandola in semplice sabbia di dimenticanza. Lo sanno bene quegli ingranaggi che sono rimasti sotto un albero, dimentichi del mondo e del loro creatore, dimentichi della vita al di fuori di una foresta che sembra essere conosciuta solo da pochi animali. Lo sanno, certo, quegli ingranaggi, dimenticati dal mondo e dal loro creatore, dimenticati persino dagli animali del bosco, che trovano negli anfratti dell’automa una perfetta casa.

Nonostante questo oblio che sembra essere calata sulla semplice latta, il piccolo robot non sembra dispiacersi troppo. Non è del tutto perso nei campi oscuri del nulla per rendersi finalmente conto che qualcosa di bello sia finalmente successo. La sua era stata un’esistenza di ricerca e mancanza. E ora aveva finalmente trovato delle risposte. Il suo petto pulsava: la debole pompa di vetro continuava debolmente a compiere il suo lavoro, ma accanto, in un nido fatto di sterpaglie secche, batteva al ritmo frenetico della vita il minuscolo corpicino di un uccellino impaurito e pronto a spiccare il volo.

Un po’ di tempo prima aveva cercato di rinchiudere un esercito di farfalle nel suo stomaco, per provare quel senso di vertigine e vuoto che solo la paura o l’amore sono capaci di creare. Non aveva ottenuto nulla, se non la fuga di quei sogni alati. In quel bosco, invece, erano state proprio le farfalle a eleggere il corpo di metallo come loro dimora. Ne sente ora il fruscio e le ali che gli solleticano l’interno del suo involucro ormai in rovina, e ne è contento.

Sulla testa, poi, finalmente si erge un po’ di colore: una miriade di piccoli fiori azzurri come il cielo sono riusciti a sbocciare, affondando le tenere radici tra le intercapedini di un volto ormai irriconoscibile.

Zanne

Da come si sono messe le cose, l’unica soluzione non è tanto usare i denti, perché in ogni caso si spezzerebbero, quanto iniziare ad affilare le zanne. Sempre più imbruttiti in questo mondo post-apocalittico, l’unica via d’uscita è azzannare con voracità e con violenza le ossa, i rimasugli di chi è passato prima. Lo dicevano i profeti di sventura, lo urlavano le Cassadre rimaste senza voce: il mondo sta per finire, la calamità vi ridurrà in semplice cenere. Allora non gli avete dato ascolto, e ora che palazzi e torri chinano i loro corpi in frantumi, quasi vi mancano le urla che paventavano una distruzione così irreale, improbabile, certo, ma non impossibile.

Quindi non guardatemi con quegli occhi sgranati: nemmeno voi avete più l’aspetto di uomini e donne, ma di bestie e di sopravvisuti. Le zanne serviranno per spolpare quel poco che ancora esiste, per prolungare ancora di qualche ora questa agonia che voi chiamate fortuna. Non vi contraddico, alcune di queste ossa sembrano proprio umane, ma non è forse questo che voi stessi ci avete insegnato e suggerito in un mondo che ancora scintillava incurante del fango in cui stava affondando? Non ci avete forse insegnato a diventare mangiatori della carne altrui, convinti che l’unico bene esistente fosse il vostro?

Sono strani i vapori che salgono dalla terra e le esalazioni del mare. Sembra che parlino con la voce della morte e che raccontino di un futuro senza speranza, di un passato che avrebbe dovuto essere stato diverso. Giudicate, giudicate pure questo povero vecchio, così come avete giudicato un Tiresia cieco e senza più alcuna fortuna. Vi vedo, anche se il mio sguardo annebbiato si perde nel vuoto colmo di paura. Non sarà un’invasione la vostra fine, non sarà un nemico in carne e ossa. Quelle sono solo scaramucce di poco conto. I colpevoli saranno quelle vostre zanne travestite da sorriso.

Costruire mondi

Ho costruito mondi e creature, un’incessabile attività di produzione e perfezionamento. Ho dato vita a mari e oceani, caverne e nubi multiformi. Ho infuso vita in simulacri di terra e vento, di idee e fango. Ho dato parole a creature corruttibili, o magari immortali. Per poi far piombare ogni cosa nell’oblio e nella dimenticanza.

Ho visto sogni tramutarsi in mostri, cuccioli innocenti crescere in belve senza cuore e senza pietà. Ho sentito che cuore e pietà sono stati sacrificati sull’altare della vita, invocando un nome di qualche essere superiore. Guardalo, ora, lordo di sangue e di ingiure.

Mi hanno definito divinità, ma non conosco l’eterno e la perfezione è dolo un’eco sbiadito e imperfetto di un modello che non può esistere. Mi hanno invocato e pregato, ma io a chi posso rivolgermi? Povere creature alate, le vostre piume non riescono più a sostenere l’aria. E voi, che a terra strisciate, iniziate a provare orrore per la polvere e i misteri del suolo.

Ho creato mondi. Ho creato il caos.