Ai bordi della strada

Era successo ciò che aveva sempre temuto: si era trovato fermo, ai bordi di una strada affollata di macchine e di pedoni. E lui se ne stava fermo a guardare. Ma come faceva tutta quella massa di gente a sapere esattamente dove andare, ad avere un obiettivo, una meta precisa, mentre lui non sapeva nemmeno dove volgere lo sguardo?

Era proprio una strana situazione quella. Fino a pochi anni prima tutto sembrava così certo e sicuro, all’orizzonte solo poche nuvole che non incutevano paura. Mai sottovalutare le nuvole, anche le più innocenti e candide. Gli antichi avrebbero detto che portano sventura. Lui aveva pensato che fossero solo decorazioni vezzose del cielo.

Tutta quella vita, tutto quel movimento non gli facevano bene. Invidia, ecco cos’era che lo stava consumando. Invidia, quel liquido corrosivo che aveva già mietuto vittime nella sua esistenza. Ancora una volta stupide credenze, eppure sembravano così vere, come se le maledizioni si fossero trasformate in tanti carcerieri fantasmi che lo costringevano a rimanere fermo mentre la strada della vita continuava a procedere con il suo ritmo, con il suo scorrere.

O forse era solo una scusa, un semplice modo per non ammettere a se stesso di aver fallito, di non aver saputo immettersi in quella strada, di aver avuto paura e di non essere stato all’altezza. Forse quei carcerieri erano stati pagati da lui, e ora non riusciva più a disfarsene.

Realtà virtuale – pt. 20

Appena compiuto l’ordine di Att$la936, Tit@nus537 si tolse i visori. Era stanco, era deluso. Forse era proprio quello il problema, la delusione. Aveva pensato di aver trovato il suo angolo di pace, in cui poter essere se stesso, e invece non aveva più nulla. Il suo unico obiettivo, ora, era mantenere la propria cella, a qualsiasi costo. Dopo qualche ora decise di indossare nuovamente i visori.

E ancora una volta non si trovò nella sua cella. “Att$la936, ho fatto quello che mi hai comandato. Ora cosa vuoi?”

Att$la936 rise di gusto. “Ricompensarti. Ti voglio presentare qualcuno”.

“Non Ades699, spero: il nome non promette nulla di buono”.

Att$la936 lo prese per un braccio e lo trasportò in una cella dall’aspetto di un’isola posta al centro di un lago limpido come il cristallo. Su tutto torreggiava una statua immensa di un uomo barbuto, dall’aria vagamente divertita. Una lunga barba si confondeva con le vesti, che avevano l’aspetto di una tonaca.

“Dove siamo? “

“Alla cella 0, l’Origine di Ludiveritas. Io sono un creatore e ho realizzato questo primo paesaggio di prova”.

“Con tanto di statua. Non ti credevo tanto romantico, Att$la936”.

“Non sono una statua!” A parlare era stato il colosso che Tit@nus537 pensava essere fatto di pietra.

Att$la936 rise: “Ti presento Founder01, un vecchio amico cui ho regalato questo angolo di bit. Allora, come va Founder01? Ti presento un nuovo alleato, Tit@nus537”.

Founder01 si girò lentamente a guardare il nuovo arrivato. “Il tuo assassino. Non essere stupito, giovanotto, essere un Founder ha insuoi vantaggi: io vedo tutto”. E con un colpo di piedi trasformò la superficie del lago in uno schermo. Avvicinandosi Tit@nus537 si rese conto di poter vedere tutte le migliaia di celle di Ludiveritas, anchr se una parte di queste sembrava una grande macchia nera.

Att$la936 intervenne: “se davvero avevi visto tutta la scena, avresti potuto avvertire subito Ades699: ci ha messo qualche giorno a rintracciare questo assassino. Comunque, come vedi, Tit@nus537, le celle nere sono quelle hackerate. Nostro compito è renderle aperte e visibili, come le altre”.

Tit@nus537 era spaventato, non per la vastità dell’area nera, ma per l’aspetto delle altre celle. Sembravano essere in guerra: erano poche quelle produttive, nelle altre si affilavano spade, si fortificavano costruzioni. Un mondo grigio colmo di dolore.

“Triste, vero?” Grugnì Founder01.

“Att$la936, perché tu non ti chiami Founder visto che dici di essere un creatore?”

“Davvero pensi che un fondatore sceglierebbe come nome Founder? Saremmo identificati subito, no? I Founder sono i primi novantanove giocatori, che hanno testato Ludiveritas. Molti hanno venduto le celle ad altri. Pochi sono rimasti a vigilare su Ludiveritas. E se le mie ricerche non sono sbagliate, Serapis*3 era uno dei novantanove”.

Tit@nus537 lo guardò sbalordito.

Realtà virtuale – pt. 19

Davide era sempre più preoccupato, sempre più magro e sempre più pallido. La sua vita sempre più alla deriva, come testimoniava l’appartamento. Gli occhi del fattorino glielo confermavano, come anche la sua smorfia di disgusto. Ritirò il pacco sbattendo la porta per estrarne un nuovo visore, più confortevole. Da quando quello vecchio si era trasformato in una piovra, non lo apprezzava più di tanto. La raffineria lo stava privando della poca umanità che gli restava, prosugandogli energie e voglia di vivere. Ma la cella di Ludiveritas era diventata una priorità.

Tit@nus537 riapparve nella sua casa immersa nel verde. Doveva consegnare il carico subito, era già in ritardo da parecchie ore.

“Dove sei stato?”

Maledizione, Serapis*3 era già arrivata, portando la sua nuvola di sospetti e di minaccia. Il cielo sempre sereno della sua cella sembrava essersi rannuvolato.

“Ho fatto straordinari a lavoro. Sai, ho una vita reale, anche se non sembra”.

“Se mi inganni, lo verrò a sapere, sia chiaro. Sbrigati, Lep1do25 sta scalpitando. Se vuoi gli suggerisco di venire a farti una visita”.

Tit@nus537 guardò la bella donna che aveva di fronte e selezionò l’opzione di trasferimento. “Il carico è nella cella che ti aspetta”.

“Ma che bravo, Tit@nus537. Ora muoviti con la frutta e il grano nuovi. Li aspetto tra una settimana”. Disse scomparendo Serapis*3.

Tit@nus537 cercò di non sembrare più agitato del solito. Azzerò i campi di grano, comprò il necessario per la nuova coltura. E versò il contenuto della fialetta datagli da Att$la936.

Il lato luminoso

Ho imparato che voi laggiù dividete il mondo quassù, la luna, in due facce, quella luminosa e quella oscura. Non vi biasimo, ovviamente: siete i protagonisti del vostro mondo per cui mettete sempre al centro voi stessi. Non vi è nemmeno venuto in mente di cambiare prospertiva. Esatto, perché per me, l’abitante della luna, il lato luminoso è l’altro, quello a voi nascosto, mentre la faccia a voi tanto cara mi è quasi del tutto estranea. Ve ne state lì, con il naso per aria, a scrutare la superficie, impedendomi di passeggiare da quelle parti. Una bella seccatura.

Ho dovuto sgombrare un po’ di vostre cianfrusaglie prima di ricavarmi il mio angolino: ricordi, imperi perduti, strane ampolle piene della più noiosa delle sostanze, la saggezza. Dopo queste pulizie disperate, ho creato proprio un bell’angolino dove rintanarmi. Non potete nemmeno immaginare come si sta bene quassù. Ovvio, qui la vita non è mica come laggiù, anche perché sono solo, nessuno si aspetta mirabolanti imprese, successi eclatanti, fama e ricchezza.

Innanzitutto c’è luce, una luce pura e tersa, che arriva potente, ma benevola, per rimbalzare su ghiacciai e specchi prima di accarezzare la superficie della luna. Quelli che voi chiamate crateri sono colmi di limpide acque che si riversano traboccanti oltre il bordo per creare cascate multicolori perdute nel cosmo. Il loro canto compete con le melodie di creature piumate e allegre, che giocano con il loro manto d’oro a imitare il sole. Non c’è metallo a terra, ma morbido muschio color della notte di luna piena, illuminato da germogli di diamanti e zaffiri.

Qui il tempo scorre leggero, senza graffiare o erodere, senza sommergere e annegare. Per questo rimango qui, nel mio paradiso perso in un cosmo infernale, vecchio come la luna stessa, a godermi una vita di luce.

Strega

Come ogni buona strega che si rispetti, anche Stramonia viveva in una casupola, lontana da qualsiasi villaggio o costruzione umana, ai limiti di un bosco, in una regione montuosa sperduta nel vasto mondo che ci ospita. Un classico, insomma, nulla di speciale. Permettetemi di farvi notare, però, che Stramonia non aveva nulla di scontato. Su, guardatela bene: vi sembra forse l’aspetto di una strega? Lo so, ne siete stupiti. Vedo il vostro disappunto e la vostra delusione, da parte di entrambe le fazioni. Potrei giurare, infatti, che una buona percentuale di voi abbia sperato di trovarsi davanti una bella fattucchiera dai lunghi capelli neri come le ali di un corvo, gli occhi splendenti come il pianeta di Venere, la pelle candida e perfetta come la morte. La vostra controparte, invece, sentendo parlare di strega, avrà immaginato di scorgere una megera, magari anche di età avanzata, con un naso da far invidia agli avvoltoi, capelli arruffati e spessi come il ferro e uno sguardo colmo d’odio.

Comunque non è carino mostrare questo disappunto, affatto, anche perché state spiando dalla finestra di una signora. Superate la delusione, e accontentatevi di questa giovane donna, non una ragazza, ma nemmeno una vecchia arpia, che se ne sta china su un libro a leggere. Capelli corti, disordinati, ma di un bel colore biondo ramato. No, non rosso, mi dispiace. Occhi chiari che non sembrano costituire una grossa minaccia per nessuno. Corpo nella normalità. Insomma, come aveva detto un conoscente di Stramonia, una ragazza ordinaria, né bella né brutta. Peccato che non possa chiedere informazioni a questo conoscente: non ne ricordo il nome e sembra che nessuno lo abbia mai più visto.

Lasciando perdere il conoscente, passiamo alle stanze occupate da Stramonia. Che cosa state cercando? Il paiolo? No, no, niente calderoni trattenuti sul fuoco da pesanti catene per cucinare chissà quali intrugli venefici. È una casa senza grosse pretese quella in cui abita questa strega. La cucina e la sala sono occupate da grosse credenze e armadi, rigorosamente chiusi, e da scaffali che potrebbero cedere sotto il peso di libri. Libri di incantesimi? Ma, scusate, davvero pensate che esistano libri di incantesimi in commercio? No, libri di vario genere, romanzi, ricettari, erbari, saggi. Insomma, libri. La camera è nascosta alla vista di voi curiosi, anche perché si sa, ognuno tiene i propri tesori e i propri scheletri in camera. O era nell’armadio?

E il gatto? Dove si trova il gatto nero? Niente gatto, Stramonia è allergica al pelo di questi animali, che non apprezza neppure troppo. Solo una boccia in cui hanno trovato rifugio delle uova di rana e un pesciolino. Forse le uova non avranno mai la possibilità di diventare dei girini, visto l’aspetto famelico di quel diavoletto. Certo che non è un piranha: ti sembra forse un acquario tropicale? Certe domande dovrebbero essere abolite, fidatevi.

Eppure Stramonia è una strega. L’hanno chiamata così fin da bambina poiché era appurato che anche sua madre fosse una strega. Il padre era sconosciuto, scomparso da un giorno all’altro. Forse era scappato con una delle sue tanti amanti. O forse era rimasto nei paraggi, non visto. Credete nella reincarnazione? Stramonia sì, per questo odia i porci. Ed è una strega a tutti gli affetti. Non come Circe, dotata di una bacchetta con cui realizzare sortilegi, ma una maga delle erbe. Non hanno segreti per lei, soprattutto quelle velenose.

Gradite forse qualcosa da bere?

Suggerimenti

Sai, non dovresti scrivere quando hai fame. A proposito, quando mi servi la cena?

Oh, Carassius, bentornato. Cosa sei venuto a suggerire questa volta? Hai già mangiato, non lamentarti.

Ma sono bravo a lamentarmi. E pure a dare consigli. Ma non mi ricordo di aver mangiato.

Concordo con il primo, un po’ meno con il secondo. Per quanto riguarda il terzo, non fare il furbo, non ci casco.

La chiusura dello zoo è stata una liberazione, però. Ammettilo. Ammettilo ammettilo.

Va bene, va bene, hai ragione. Altre richieste?

Sì, in effetti sì.

Ci avrei scommesso.

Avevo ordinato il trasferimento dei pesci tropicali nella vasca dello squalo, ma me li sono trovati di nuovo nel mio acquario. Vorrei trovare un po’ di solitudine.

Ho ricevuto proteste da tutti, squalo, pesci tropicali e giraffa. Ma la giraffa per altri argomenti. Questa è la soluzione migliore, rassegnati.

Vipera.

Non cominciare. E poi avevamo detto basta con gli animali.

Hai ragione, strega.

Ti metto a dieta.

E io mi mangio i pesci tropicali. Oltre alle tue adorate alghe palla.

Bravo, così soffochi.

Perché dovrei soffocare?

Per l’alga.

Quale alga? Mi dai la cena?

Lascia perdere, torna nel tuo scrigno.

Strega! Sblurp!

Sita

A est di Glosbe, non lontano da Helios, si stendevano i vasti campi che l’Ordine impiegava come granaio dell’intero regno. Erano le terre più fertili e più produttive che fossero a disposizione poiché godevano sia della luce riflessa e tiepida della città del sole, sia dei depositi d’acqua sui quali si fondava la stessa Glosbe. La fertilità di questi campi forniva ricche messi destinate a raggiungere i depositi controllati dall’Ordine con guardie armate giorno e notte. La ricchezza di questo angolo di mondo era ormai diffuso in tutto il regno, giungendo perfino alle orecchie dell’isolata Dabar: la presenza di un paradiso in cui acqua e suolo trovavano finalmente un loro equilibrio faceva sorgere l’invidia e l’avidità negli aridi cuori degli abitanti di Dabar, che avevano cominciato a sognare acqua in un mondo di polvere.

In effetti, risultava piuttosto difficile mantenere l’esistenza di Sita nascosta alla maggior parte del regno, proprio per la vastità di questa terra. Non poteva essere definita come una città, poiché non vi erano mura o palazzi, ma solo una distesa di campi multicolori, colmi di grano, orzo, legumi, alberi da frutto e anche piante da fiori. Non erano specie rare, come quelle coltivate a Balste, la città delle serre, ma erano le comuni erbe necessarie per il sostentamento della vita di tutti i giorni. L’ordine geometrico con cui veniva organizzata la terra produttiva era intervallata solamente dai villaggi degli agricoltori. Il clima era mite durante tutto l’anno per cui le casupole erano semplici costruzioni di mattoni d’argilla con coperture in legno, abbastanza resistenti per far fronte alle gentili piogge, che periodicamente rinvigorivano il terreno.

Tra i venti che scompigliavano i pettinati campi di grano non figurava certo la guerra, per lo più sconosciuta agli abitanti dei villaggi. Non litigavano per i confini, poiché venivano stabiliti dall’Ordine stesso, e il numero di campi era assegnato in modo eguale a ogni contadino. La loro unica occupazione era, quindi, la coltivazione. Tutti i frutti della terra venivano poi consegnati a degli uomini dell’Ordine, che in cambio fornivano loro il necessario per vivere. La ricompensa bastava appena per l’acquisto e la riparazione degli strumenti, nonché per il sostentamento della famiglia. La pelle indurita dal sole e dalle fatiche degli abitanti di Sita non conosceva nient’altro se non la consistenza della terra e il sapore dei frutti maturi. Tutto il resto era sconosciuto. Almeno ai più.

Erano solo voci, ovviamente, e tali dovevano rimanere per evitare ripercussioni terribili. Secondo queste dicerie alcuni contadini riuscivano a occultare una parte del raccolto. Non era molto, in realtà, per non destare sospetti nelle guardie. Eppure qualcuno lo faceva e destinava il cibo trafugato ai commerci con Mauria, la città del contrabbando e della palude, che sorgeva come un fungo nelle paludi del sud. Ma erano solo voci, voci che non sarebbero mai dovute arrivare all’orecchio ben attento dell’Ordine.

Realtà virtuale – pt. 18

Tit@nus537 ebbe un sussulto: come lo aveva chiamato Att$la936?

“Tu conosci Androm&d482. Lo so, perché lei mi ha parlato di te. Però vi sentite, vero? Siete ancora in contatto. È lei che mi chiama così, Tit”.

Att$la936 lo guardò per alcuni lunghi attimi, per poi scoppiare a ridere “Te lo concedo, la tua mente non è poi così male. Ma non siamo qua per parlare di Androm&d482, ma di te. Rischi l’esilio. A meno che tu non collabori”.

Quindi Att$la936 era un Creatore e faceva parte del corpo di sicurezza Aquila. E lui, Tit@nus537, che ruolo aveva?

“Semplice, dovrai solo versare questa fiala nel terreno che produce il grano e la grutta destinati ai nostri comuni amici. No, non è veleno, è solo un sonnifero”.

Tit@nus537 guardò la boccetta preoccupato. Serapis*3 si sarebbe accorta di questa strana mossa. Probabilmente aveva pensato ad alta voce, perché Att$la936 spiegò: “la bottiglia è anche un dissuasore: Serapis non ne sa nulla. Allora, affare fatto?”

Bip-bip la sveglia lo stava salvando. “Devo andare. Lavoro…reale…cruciale”.

Tit@nus537 non sapeva più cosa fare.

Realtà virtuale – pt. 17

Ades699 abbandonò la stanza, lasciando Tit@nus537 in balia di un avatar che non avrebbe dovuto essere lì, Att$la936 che era, come al solito, disarmato, ma non per questo poco minaccioso. Nel mondo reale Davide tremava, e cercava di strapparsi i visori, senza riuscirci: sembrava che fossero incollati al suo volto. Att$la936 si avvicinò lentamente fino a trovarsi a faccia a faccia con Tit@nus537.

“Tit@nus537, mio vecchio amico, mio alleato impaurito. È inutile, non riuscirai a toglierti i visori, non mi scapperai. Comunque ti avevo avvisato: io sono da temere, non quella Serapis*3. È questione di poco tempo, e quegli hacker verranno spazzati via”.

Tit@nus537 lo guardava incredulo. Chi era Att$la936? E se davvero era un personaggio così importante, come suggeriva l’atteggiamento di Ades699, perché si era interessato a un avatar base come il suo? Nonostante tutti questi dubbi, l’unica mugolio che riuscì a pronunciare fu “Att$la936, ti prego, perdonami”.

“Perdonarti? E di che cosa? Ho aggiunto la cicatrice della tua ascia alle altre. E devo dire che, per ora, sei stato quello che mi ha messo fuori gioco per più tempo. Purtroppo tu mi servi, per cui non preoccuparti, non ti priverò della tua cella”.

Tit@nus537 si sentì sollevato, ma non del tutto. Att$la936 sembrava avere un piano, e se Serapis*3 ne fosse venuta a conoscenza, per lui sarebbe stata la fine.

“Io sono un produttore” protestò Tit@nus537 “non voglio fare guerra o mettermi nei guai”.

“Oh, ma tu ci sei già nei guai, Tit”.

Amare

Amare è un verbo che riempie la nostra vita. È il primo verbo che si impara a coniugare, per poi scoprirne tutte le sfaccettature, le varianti, le sfumature. E infine, quel verbo così semplice, così innocuo diventa un mare immenso, dalle onde pericolose e vorticanti che innalzano e poi abbattano nei fondali più oscuri.

Cinque lettere nascondono inganni e tesori incommensurabili, che non possono essere comprati né espugnati. Che verbo ingannevole. Per quanto lo abbia studiato a fondo, per quanto ne sappia la traduzione in lingue vive e morte, ancora non lo capisco, ancora è un mistero.

Può essere? Sembra che sia un monello pronto a fare lo sgambetto quando meno me lo aspetto, quando finalmente penso di tenerlo fra le mani. Ma la verità è palese, nelle mie mani sono rimaste solo mosche e una farfalla dalle ali spiegazzate. E ogni persona, ogni tempo e ogni modo di questo verbo logora un po’, erode le difese, scarnifica le ossa.

Ogni arcano ha la sua soluzione. E prima o poi la soluzione si palesa. È legge.