Sul fiume

La zattera stava procedendo con dolcezza, seguendo il ritmo del fiume. Non c’erano parole che galleggiavano nell’aria, solo gli arabeschi silenziosi di una libellula che giocava tra le due ragazze. In quella mattina di primavera bastava guardare il cielo per capire che non ci sarebbe stato più un momento come quello. La voce sarebbe risuonata come uno scoppio di fucile e i sogni sarebbero volati via assieme alle illusioni, come uno stormo impaurito di uccelli.

Gli occhi celesti di Anna cercavano i segreti del fiume, si perdevano sulle lievi increspature dell’acqua, mentre ripensava a quell’estate in cui nel suo retino era rimasto impigliato un pesce multicolore. Tra le grida di felicità e dispiacere della piccola Margherita, aveva subito rigettato nella pozza il pesce che si dimenava in agonia mentre il suo corpo scintillava al sole. Margherita avrebbe voluto tenerlo, ma la vita del pesce non meritava una simile tortura. Nessuno meritava di essere messo in una boccia trasparente, dove ogni segreto sarebbe stato esposto agli occhi di tutti.

La pelle abbronzata di Margherita cercava il sole, mentre gli occhi chiusi per non essere feriti dai raggi mattutini ripercorrevano il sentiero nascosto dalla neve che un giorno la portò a bussare alla casa di Anna. Erano inseparabili, sorelle per scelta, amiche per abitudine. La sera d’inverno in cui era entrata nel circolo di luce della casa di Anna, Margherita era scappata dal collegio in cui si trovava. Era sporca di terra e bagnata di neve, aveva gli occhi duri come la terra in inverno. Ma con Anna aveva imparato nuovamente a sorridere.

La vita prosegue, a volte lenta come la barca su un fiume in risorgiva, a volte veloce come un torrente di montagna. La vita sarebbe andata avanti. Ma non quella mattina. Per quella mattina, l’ultima dell’infanzia, sarebbero state ancora una volta solo loro due, Margherita e Anna.