L’orizzonte è una muta promessa. Ancora i pericoli sono lontani e sembrano appartenere a un’eventualità irrealizzabile, mentre il presente abbaglia con i suoi raggi il giorno. Nel presente si è miopi e quando si riesce a mettere a fuoco si rimpiange la confortevole foschia.
Fosca era abituata a questi pensieri. Facile per una persona che poteva vantare un nome così poco brillante. Non sapeva bene perché i suoi genitori le avessero affidato quel nome: quando frequentava scuola la sua classe traboccava di Gioia, Bianca, Chiara, e simili. Non aveva mai incontrato nessun’altra Fosca. Una bisnonna morta in tragiche circostanze, le aveva accennato sua mamma, ma non aveva aggiunto altro. D’altronde era uso di famiglia non aggiungere nomi all’albero genealogico ma sfruttare quelli che erano stati scovati da avi lontani e dimenticati.
E a lei era toccato in sorte Fosca. Fosca aveva sempre cercato di rimanere al sicuro nella splendente nebbia in cui tutto si sarebbe risolto senza troppe complicazioni, ma alla fine aveva dovuto cedere alla sua indole, e aprire gli occhi, spalancarli al mondo con stupore e rassegnazione.
Aveva visto delle meraviglie: città inerpicate su monti, altre scavate nella roccia, colori e danze, amori e misteri. Ma aveva anche osservato miserie e oscurità che la lampada più potente non avrebbe mai potuto rischiarare. E si era accorta che la tranquillità con cui aveva intrapreso i primi passi in quel mondo non era altro se non la calma prima della tempesta.
