Si sa, i dottori a volte sono un po’ frettolosi a dichiarare il decesso. Basta uno specchietto non appannato, e la vita viene considerata una frivolezza del passato, e la tomba una sicurezza futura. Per questo avevano messo un campanello, collegato all’interno della cassa per permettere al malcapitato di comunicare la sua esistenza.
E quella notte un campanello suonò, peccato che non ci fosse nessuno a sentirlo. Suonò una, due, tre volte, come un grido d’aiuto e di disperazione, ma il guardiano se ne stava chiuso in casa. I non morti fanno paura ai vivi, ma non agli altri non morti.
“Grazie signore. Che esperienza terribile: mi sono svegliato in una cassa. Chi è lei? Come potrò ricompensarla?”
“Poco importa. Io sono un non morto, io sono un non vivo”.
“Non esistono creature come queste. Mi dica la verità”.
“Oh signore, anche lei è come me, non creda. Che sia chiaro: non sono mai morto io, il mio cuore pulsa, respiro, mangio e bevo. Eppure non esisto. Per il mondo io non sono nulla. Un numero, al massimo, che vive nell’ombra. E lei, come crede di ripagarmi? Non rinunceranno facilmente alla eredità”.
“Non voglio essere un non morto”.
“Non è male. Non perderà pezzi di pelle e non si esprimerà per grugniti. È una nuova vita. Le piaceva molto quella vecchia?”
“No, ma è l’unica che conosco”.
“Ecco, era già un non morto, allora”.
Ci sono notti in cui le campane chiedono aiuto agli spiriti.

