Vampiresco

Troppa luce, tira subito le tende.

Si chiama giorno, mio caro, e ciò significa che è arrivata l’ora di alzarsi.

Sai che odio la luce del sole: troppo intensa, troppo chiara.

Ti fa bene. Sei sempre così pallido, ti sento lavorare di notte, ma di giorno te ne stai chiuso in questa camera, come se fossi in una cripta: finestre sbarrate, tende tirate, porta chiusa. Non è salutare.

Per te non è salutare, io sto benissimo così. E dovresti imparare a non badare a me.

Difficile, visto che condividiamo la stessa casa. E poi cosa mangi, se non viene mai a tavola con gli altri?

Sangue umano, ovvio.

Non essere stupido, non sei Dracula, anche se per pallore potresti fargli invidia.

Il problema è la luce.

No, il problema sei tu.

Come sempre, per te il problema sono sempre io.

No, caro, il problema è la tua dipendenza da quell’affare.

Si chiama cellulare, e quando c’è questa luce non riesco a vedere bene lo schermo.

Appunto, un cellulare ha trasformato mio figlio in un vampiro. Bei tempi in cui bisognava essere morsi da un altro vampiro.

In una tazza di caffè

Alcuni trovano la forza in un bicchiere di alcol. Ben non aveva mai amato l’alcol e non tollerava gli eccessi, per cui i suoi momenti di sconforto erano del tutto sobri. Questa caratteristica gli aveva guadagnato la fama di persona posata, non troppo problematica e tranquilla come uno stagno in un’afosa giornata estiva senza vento.

Ben aveva i suoi problemi, molto simili a quelli della maggior parte della popolazione terrestre che conduce una vita nella media. Problemi legati, insomma, ai soldi, alla solitudine e ai sentimenti, elementi che Ben chiamava La triade delle tre S. Della triade, il suo vertice era costituito dai soldi. I soldi non sono sinonimo di felicità, ma dovrebbero essere considerati tali, almeno per la maggioranza cui apparteneva anche Ben. A questo cruccio, seguiva quello legato ai sentimenti che saltellava allegro accanto alla solitudine.

Riducendo il concetto all’osso, Ben era un uomo nella media, che viveva un’esistenza mediocre, poco al di sopra dello stato di indigenza, che qualche burocrate ben pagato si premurava di abbassare in modo da non farlo piombare nello strato oscuro e brulicante dei poveri.

Se l’alcol non dava nessun conforto a Ben, lo faceva la caffeina. C’era stato un momento aureo della sua vita in cui riusciva a campare interi mesi senza toccare nemmeno una goccia di caffè. E non è un caso che quella felice parentesi corrispondesse con l’apice del suo successo, quando tutto gli sembrava alla portata di mano.

Non era durata poco questa età dell’oro, qualche anno, abbastanza per farlo sentire invincibile, troppo poco per renderlo effettivamente invincibile. Così, quando la vita decise che era arrivato il momento perfetto per calare la sua scure, Ben piombò nello sconforto e in una tazza colma di nero caffè bollente.

In una tazza di caffè, quella mattina Ben cercava le risposte. Non cercava di leggere i fondi di caffè, non era mai riuscito a capire come si facesse, ma sperava che dal calore, dall’aroma di quella bevanda uscisse qualche genio che gli suggerisse la via da seguire.

In una tazza di caffè, quel pomeriggio Ben vide qualcosa. Fu una specie di illuminazione, di rivelazione. La sottile schiuma che si era formata formava una spira fantastica che lo aveva condotto in una sorta di ipnosi. E Ben aveva capito.

In una tazza di caffè, quella sera Ben trovò la risposta alla triade delle tre S. Era così semplice, la soluzione appariva così chiara, soprattutto dopo aver ingurgitato una ventina di quella miracolosa bevanda. Dicono che il caffè possa essere letale, se bevuto in eccesso.

In una tazza di caffè, Ben cercava la risposta, ma trovò solo un liquido oscuro che gli offuscò la ragione.