Il cartello campeggiava, con un a certa minacciosa autorità: riportava l’imperiosa scritta VIETATO FUMARE con tanto di imbolo sbarrato. Mattia lo leggeva con un gentile interesse, mentre si portava la sigaretta alla bocca. Non avrebbe certo rinunciato al suo piccolo godimento mattutino a causa di un cartello. Inoltre, qualche buontempone aveva avuto l’accortezza di aggiungere una s davanti a fumare: oltre a create un anacronistico caso di scriptio continua, il divieto acquisiva un significato ancora più incisivo. A quanto pareva, in quel liceo artistico, era vietato sfumare.
Non che a Mattia desse troppo fastidio quel divieto. Le sfumature lo avevano sempre messo in difficoltà, sia quando frequentava il liceo sia all’Accademia. Ai colori delicati, che degradano docilmente in altri, preferiva di gran lunga tinte decise e forti, capaci di ingaggiare una lotta silenziosa sulla tela.
“Professore, è vietato fumare lì. Deve spostarsi nel reparto fumatori”.
La zelante Iris era intervenuta per riportare l’ordine e per dare una voce al cartello muto e sfregiato. A quanto pare non avrebbe potuto finire la sua consolazione, dato che il recinto per i fumatori era stato ritagliato nell’angolo più isolato del giardino, dalla parte opposta di dove si trovava Mattia.
“Scusa Iris, non avevo notato il cartello”.
Gettò la sigaretta e se ne andò, portandosi dietro lo strascico di pacate e sussurrate maledizioni della bidella che non tollerava una così bassa considerazione delle regole, specialmente da parte di un professore. Ma Iris sapeva che Mattia non poteva essere considerato ancora un professore, data la giovane età che lo rendeva difficilmente distinguibile dai ragazzi. Forse era per quello che portava sempre un vestito troppo elegante, pensava Iris mentre occhieggiava malignamente il moncherino di sigaretta ancora fumante a terra. Di certo non aveva imparato il rispetto.
“In questa scuola è vietato sfumare. Almeno, è vietato in questa classe. Prendo seriamente le regole, io. Nessuno di voi ha visto il cartello all’entrata?”
Una risata nervosa percorse i ragazzi: erano certi che il giovane professore stesse scherzando, e già stavano girando sottobanco le caricature del nuovo arrivato. E di certo avrebbero dovuto imparare a sfumare in un corso di “Tecniche pittoriche”.
“La sfumatura è di chi non ha scelto. Si dice che non ci sia solo il bianco e il nero: è vero. Come è certo che io non voglio sfumature. Siete giovani, avete una vita per cedere alle sfumature. Ora voglio vedere i vostri colori. Avete un’ora”. E si sedette.
La consegna non era stata delle più chiare, come non mancò a far notare quello che Mattia reputava il più bravo e il più nevrotico della classe: “Professore, scusi, ma cosa dobbiamo fare?”
“Dipingere senza sfumature”.
“Va bene, ma che soggetto dobbiamo ritrarre?”
“A piacere”.
Dopo un’ora strappò dalle mani le creazioni incomplete degli studenti recalcitranti. I ragazzi avevano già imparato sfumare. Un vero peccato, pensò Mattia, mentre bruciava quei compiti sotto il cartello che vietava le sfumature. Iris mise fine a quella follia con un secchio d’acqua e una denuncia al preside.
