Entrare da una porta chiusa

In questi anni c’è la tendenza a pensare che tutti abbiano il diritto di conoscere anche gli aspetti più privati degli interlocutori. Non parlo solo dei social, sui quali si riversano informazioni personali, ma anche ambienti in cui la sfera privata dovrebbe rimanere tale.

La domanda più frequente nei colloqui di lavoro e anche nei moduli per tirocini è “Quali sono i tuo hobby?”

A questo punto si aprono due strade: una è quella di dichiarare i propri interessi, la seconda è individuare delle attivtà che possano essere affini alle aspettative del richiedente. L’ultima volta ho provato la prima opzione e mi è stato fatto notare che erano attività in solitaria.

Non nego di essere una persona a cui piace stare da sola. Non sono del tutto avvulsa dalla società, non abito in un eremo e ho i miei amici, pochi, certo, ma qualcuno è presente. Sono anche abituata a lavorare in gruppo e non ho mai avuto problemi a collaborare. Allora perché devo essere giudicata per come trascorro le mie ore libere? Perché devo difendere i miei interessi.

Facciamo parte di una grande società, ma siamo anche individui, e come tali abbiamo il diritto di lasciare alcune porte chiuse. Quello che faccio al di fuori del lavoro non dovrebbe interessare nessuno. Non tutti possono dedicarsi a sport di gruppo o far parte di gruppi di escursionisti.

Eppure il tentatico di sfondare qualsiasi porta chiusa con l’intento di capire capire chi tu sia e come poter sfruttare ogni tuo aspetto è sempre più invadente. La prossima volta risponderò dicendo che adoro le orgie: è pur sempre un’attività di gruppo potrebbe essere più apprezzata della semplice lettura.

E io ti giudico: colpevole!

C’è chi è capace di scalare il trono della giustizia e sedere tranquillamente, giudicando idee, azioni, pensieri e parole di tutta l’umanità, non solo dei rei. Prima o poi tutti usurpiamo quel seggio, ma qualcuno ci prende proprio gusto. Se ne sta lì, tronfio e boroso, con il sorrisetto stampato sulla labbra a sputare sentenze e a pensare quanto quelle sentenze suonino bene, quanto sagge siano le sue parole, quanto lungimirante sia il suo pensiero.

Il prossimo.

Vede, io non credo. Non credo nella vita dopo la morte, non credo in una punzione divina, non credo in un dio. In effetti, stento a credere anche nell’umanità.

Il tuo pensiero è fallace, tapino. Cinquanta sferzate. Io ti giudico: colpevole! Il prossimo.

Io odio, ho odiato e odierò. Non perdono con facilità, ma non nascondo questa mia indole. Anche con parenti e congiunti, evito chi mi ha ferito. Non provo pena per chi ha causato tanto dolore.

Bisogna sempre dimostrare pia compassione.

Anche il pio Enea uccise un giovane principe per colpa di una cintura.

Enea era un pagano. Carcere a vita: il tuo comportamente non è conforme al mio. Io ti giudico: colpevole! Il prossimo.

Voglio diventare qualcuno di importante, voglio scrivere, provare a comunicare. Voglio che il mio nome non cada nell’oblio.

Pecchi di vanagloria, e solo il mio pensiero è quello che conta. La pena è la morte, perché ti sei macchiato di sovversione. Io ti giudico: colpevole! Il prossimo.

Il tuo trono è di cartapesta, le tue parole vane. Non sei altro se non un bambino vizito che non tocca la terra neppure con la punta dei piedi. In effetti, tu sei: colpevole.