
L’onore più grande per un greco in epoca classica era quello di morire sul suo scudo. La tentazione più grande per un greco dell’Ellenismo era fuggire dalla battaglia, abbandonando quello stesso scudo in mezzo ai rovi. L’eroismo venne sostituito dalla sopravvivenza, due forme diverse di egoismo di due epoche che esprimevano concetti opposti in una lingua simile. Se nell’antichità ciò che più contava era il riconoscimento da parte della comunità del proprio valore, in epoca successiva l’importante era tornare nella propria sfera privata, nel bene o nel male.
Onore e disonore sono i due poli che sembrano essere i motori di una buona parte della storia, motori nutriti dal desiderio di fama, ricchezza, potere, follia. L’onore di sedere sul trono, il disonore di essere abbattuto e trascinato nel sangue e nella polvere; l’onore di ritrovare il proprio nome in un verso di qualche poema o nei libri di storia, il disonore di essere dimenticato, di essere catalogato come formica della piccola storia quotidiana. Anche quando la storiografia cominciò grazie a Jacques le Goff a interessarsi della vita di tutti i giorni, della storia con la s minuscola, i nomi dei popolani, di artigiani e carpentieri, di massaie e mondine si sono persi tra le fauci fameliche delle dimenticanza. Schiere di uomini e donne, di sentimenti e dolori che sono stati relegati al grigiore della non importanza.
È pensiero comune che tutto questo sia ormai superato, che la società della vergogna, quella rappresentata dalle gesta dell’Iliade, sia ormai stata sostituita dalla più moderna cultura della colpa. Non metto in dubbio che questa convinzione sia da considerarsi veritiera, eppure qualche rimasuglio continua a intaccare la corazza lucida della modernità. L’ho provato in prima persona, prima entrando a far parte di un ambiente in cui la vergogna era forse il carburante più potente. Il fallimento, il nutrire dubbi, il non riuscire a primeggiare erano le peggiori vergogne che potessero capitare. Non sono stata la sola a percepirlo: ho assistito a crolli nervosi degni nota.
E poi c’è la vergogna che si annida nella piccola storia, quella familiare, quella di tutti i giorni. È la vergogna che vedo negli occhi di mia madre mentre dice che la figlia minore deve ancora trovare un lavoro, abbassando la voce, ovviamente. È la vergogna nelle parole di parenti più o meno vicini quando commentano il fatto che ancora al dito non scintilla alcun anello.
Ho sempre immaginato la società della vergogna come una sorta di serpente, che lambisce l’esistenza, le pone un confine stritolandola, come la punizione che viene inflitta a Laocoonte per aver osato dire ciò che non andava detto. È il disonore che trasforma in granelli di sabbia le statue più imponenti.
