È come stare in riva al mare: un’onda si infrange sulla spiaggia, e poi si ritira, per lasciare il posto a una successiva onda, e così per un’altra ancora, all’infinito. Alcune lasciano qualche detrito sulla sabbia, magari qualche tesoro, o un legno loro e levigato dal mare, altre, si limitano a imprimere un’effimera traccia umida, che poi scompare in pochi attimi.
C’è chi viene e chi va. Non sempre è facile lasciare andare. Ci sono saluti mancati che pesano come macigni altri che sono leggeri come ali di farfalla. E poi ci sono pietre che dovrebbero proprio essere gettate a largo, come zavorre inutili, ma che se ne stanno lì, incapaci di andarsene, incapaci di essere allontanata. Ci sono persino onde che dopo esserne andati con tanti addii, tornano, come se niente fosse, con un sorriso e con la convinzione che tutto possa tornare come prima. Non vedono che l’orizzonte, per quanto poco, è mutato e qualcosa si è incrinato, la cima si è sfilacciata e stanca pende senza più essere tesa.
E poi ci sono i nuovi arrivi. Non tutti desiderati, non tutti voluti, ma di certo pieni di soprese e di novità. Arrivano timidi o con prepotenza, lasciano un una conchiglia che canta di sirene o alghe che al sole diventano schiuma maleodorante, o non lasciano nient’altro se non promesse incise sul bagnasciuga.
C’è chi viene, chi va, e chi chiede di essere lasciato andare.
