“Pronta?” Chiese tendendo la mano verso la ragazza.
Si era sporto leggermente verso di lei, in un invito che sarebbe stato difficile rifiutare. Affascinante, giovane, aveva dei tratti decidi, quasi spigolosi, ma molti affascinanti. Gli occhi neri, profondi e impenetrabili la fissavano.
Un attimo di indecisione, poi afferrò quella mano.
Si sentì spinta da una forza invisibile e venne trascinata in un bolgia rumorosa. Situazione del tutto estranea per lei, che fino a quel momento aveva preferito rimanersene in disparte, come semplice osservatrice.
Sentì il calore degli altri corpi che si muovevano veloce accanto, volteggiava sfiorando ora un braccio, ora un gamba, urtando piedi. A volte il suo viso si trovava a pochi centimetri da quelli di un estraneo, ma subito veniva sospinta lontano dalla calca e dalla sua guida.
Risate, urla, stralci di frasi sfuggite dalla conversazione. Ovunque le voci si incrociavano costruendo una babele di parole. Le sue orecchie non trovavano pace.
E il suo compagno continuava a trascinarla, a spingerla, a guidarla e farla girare, finché non perse la nozione dello spazio e del tempo. La testa era ovattata, confusa.
Infine si trovò al centro. Tutti quei personaggi giravano proprio attorno a lei. I margini non le appartenevano più. Ora era il punto focale. Tutto ciò che desiderava era a portata di mano.
La sua guida continuava ad avanzare, imperturbabile e sicuro. Ad un certo punto si girò e le disse qualcosa. Lei annuì, non sarebbe tornata indietro. Non avrebbe rinunciato a quel fuoco, alla sua veste di seta, all’oro che tintinnava ai polsi.
Aveva assaggiato un dolce allettante e, si sa, gli zuccheri creano dipendenza.
Annuì, e si perse negli occhi di quell’uomo, neri come la pece, profondi come un pozzo, silenziosi come una notte invernale, freddi, ma allo stesso tempo così ardenti.
E si sentì sprofondare.