Non c’è nulla di più pericoloso e istruttivo della curiosità. Ormai è conoscenza comune: senza la curiosità non si impara. E con imparare non si intende l’apprendimento mnemonico e meccanico, che comunque può avere una sua utilità, ma la capacità di accogliere e cercare di capire, di accettare le mille sfaccettature della cultura umana.
Qualche giorno fa, una persona che tollero molto poco e solo a piccolissime dosi, se ne è uscita con un elenco di posti che non avrebbe mai visitato perché non li considerava abbastanza degni dal punto di vista politico o culturale o di costume. Questa lista comprendeva buona parte del mondo, madrepatria inclusa, con l’eccezione di qualche virtuoso paese considerato civile.
Non mi soffermo sul senso di superiorità che questo individuo sfoggiava, sarebbe fin troppo scontato. Quello che più mi ha turbato è stata la mancanza di curiosità, nonostante il mio interlocutore si consideri molto intelligente, e certamente più intelligente di me.
Ma c’è intelligenza nei pregiudizi? O nel ritenersi una torre di virtù in un deserto di ignoranti?
In quelle parole sono morti non solo il rispetto per gli altri, ma anche la capacità di vedere perle di bellezza in ogni angolo di questo mondo, anche quando queste gemme vengono offuscate dalle bassezze della vita di ogni giorno.
O forse è solo la paura che ha parlato. Perché la curiosità può essere perniciosa: curiosity killed the cat. Può mettere in pericolo le nostre convinzioni e destabilizzare le certezze di una vita. Ma alla fine la vita sarebbe ben noiosa se, di tanto in tanto, non dovessimo apportare delle modifiche all’edificio che non tanta pazienza stiamo innalzando. Per quanto mi riguarda, non voglio che abbia l’aspetto di una caserma cubiforme, ma di un castello dai mille pinnacoli.
