
Eccole che si infiltrano anche attraverso le sbarre più resistenti e più strette. Sono ombre della notte, pesanti come incubi, incorporee come sogni. Si stringono per poi dilatarsi immediatamente, non hanno forma, si adeguano e scivolano silenziosamente nella stanza in cui il malcapitato guarda impotente l’ombra scura piombare a terra, seguita subito da un’altra e poi da un’altra ancora. Le ombre della notte non hanno corpo, ma hanno una sostanza che solo chi le vede può percepire.
Si avvicinano strisciando, si insinuano tra le palpebre dei dormenti, penetrano nelle viscere e nel cervello per depositarvi il loro peso, per sussurrare con voce che non ammette replica, la voce certa di chi sa la verità, frasi che dovrebbero essere taciute, dubbi che dovrebbero meritare l’esilio dalla mente. Le ombre richiamano ricordi e persone, grida e suppliche, fantasmi del passato e spettri del futuro. Il petto fatica a respirare, oppresso da una forza invisibile, eppure così reale.
Il sonno si fa agitato, la veglia si colma di sudore e paura. Non si può trovare pace dopo che le pesanti ombre della notte hanno fatto irruzione. Non si può ignorare la loro presenza, come se fosse un semplice parto della mente. Non si può nemmeno urlare per chiedere aiuto, perché le finestre da cui sono entrate le ombre hanno le sbarre, sono finestre di una prigione. Nessuno arriverà in soccorso, se non la timida luce del mattino, che renderà le ombra sempre meno scure, fino a dissiparle come semplice foschia. E affacciandosi, quel raggio salvifico troverà un uomo sfatto di timore.
