
Ogni ponte ha una sua portata massima, superare quel limite comporterebbe danni strutturali, pericolo di crollo o la rottura stessa del ponte. È una legge evidente e facile da capire: ogni oggetto, ogni essere vivente ha una capacità di sopportazione che, per quanto vasta, potrebbe raggiungere la fine. Arrivare ad avvistare quell’orizzonte porta sempre un enorme carico di stanchezza, paura e smarrimento. Nessuno dovrebbe mai mettere alla prova la flessibilità di una linea che demarca la salvezza dalla rovina.
In un ponte capire dove tracciare questa linea è piuttosto semplice: si calcolano le forze, si tiene conto dei materiali utilizzati e si prevede il peso che dovrebbe sopportare. In una creatura fatta di carne e ossa questo limite è molto meno netta, cambia in continuazione, si deforma allargandosi e stringendosi come una corona per un re divenuto stanco. Il confine diventa un continuo mutare, assume l’aspetto di un’onda che lambisce la spiaggia tracciando sottili disegni sempre diversi fra di loro.
Che cosa fare se questo confine si avvicina? Se la misura viene colmata?
Forse trovare un altro recipiente sarebbe la soluzione più semplice, come costruire un ponte alternativo. Basta averne le forze e le competenze. Il problema è valutare se ne vale la pena. Ogni ponte si è rivelato fallace, più simile a una trappola di corde sospese nel nulla, pronta a cedere al minimo sbaglio. Ogni vaso si è rotto prima ancora di raggiugere il suo limite. Sembra di lottare con mulini a vento che esistono solo davanti agli occhi di chi si agita, di chi cerca con affanno i mattoni per poter innalzare qualcosa di solido.
L’affanno aumenta. È il terrore di non trovare un ponte abbastanza solido su cui valga la pena camminare. E che alla fine non risulti essere un semplice molo.