Mida

Dicono che l’avidità non può portare a nulla se non a mali. Storie buie, cupe, luttuose.

Ebbene forse la mia vicenda ne è la dimostrazione.

Dovete sapere che il mio unico desiderio era la ricchezza. Io sognavo l’oro, lo bramavo, se ne sentivo l’odore. Piuttosto che accarezzare la carne morbida e tiepida di una donna preferivo toccare il freddo, lucido metallo.

I miei occhi si riempivano del barlume dorato, le mie orecchie del tintinnio metallico.

Quando chiudevo gli occhi vedevo alberi dalle foglie preziose e cascate di metallo liquido in cui gettarmi e da cui emergere, trasformandomi in una statua vivente.

Gli dei sentirono questa mia sconfinata avidità e mi diedero ascolto. Spesso guardano altrove e non ascoltano le preghiere mortali, ma in questo caso posarono gli occhi proprio su di me.

E così furono le mie mani a trasformare tutto in oro.

Ne fui felice, certo. All’inizio ero entusiasta, finalmente potevo vivere nel mio mondo d’oro.

Ma il mondo d’oro divenne ben presto una prigione. Il mio sogno si era mutato in incubo.

Toccai mio figlio, mia moglie, e persi entrambi. Ora le mura di questo palazzo sono silenziose senza le grida divertite del piccolo o i canti soavi della giovane.

Nessuno mi si avvicina per paura di subire la stessa fine. Ma molti entrano in queste stanze per prendere ciò che oro non era. Stolti. Non vedete che cosa può fare l’avidità?

E ora muoio. Di stenti perché anche il cibo diventa una pepita nelle mie mani. Di solitudine. Di rabbia.

Muoio ingoiato dai miei stessi errori.