Di cuccioli e altre stranezze

È un periodo un po’ strano. Ho sempre odiato i vezzaggiativi, nonché i vari nomignoli sdolcinati che puzzano di falsità stantia. Ma ora sto navigando in un mare di dolcezza non voluta, trapuntato da isole di stupidità. La mia pazienza, invece, ha deciso di cambiare residenza, ma si è dimenticata di lasciare il recapito.

E così sono stata inclusa in un gruppo ossessionato da vezzeggiativi, nomignoli e cuccioli. E il gruppo è una carta moschicida di ultima generazione: efficace e impossibile da eliminare.

Mi ritrovo, dunque, in un vortice in cui vengo attribuita ora al gruppo di cucciole, senza averne l’età anagrafica, ora a quello degli amori, senza averne le ali, ora al più generico belle, senza avere vendita velleità da modella.

È diventato un mondo frivolo, bassato su relazioni frivole ed effimere, dietro le quali si nascondo gli squali, se non proprio intelligenti, di certo pericolosi. E se solo osi mostrare un po’ di ruvidezza, scatta la gogna sociale e il consiglio di affidarsi a un buono psichiatra.

Ancora mi chiedo perché mi ritrovi in queste sabbie mobili.

Chiudere gli occhi

Sono sempre stata della convinzione che tenere gli occhi ben aperti, attenti a captare ogni singolo cambiamento, ogni accenno, ogni particolare, fosse fondamentale per sopravvivere in questo mondo. In effetti, non posso dire che sia una delle mie tante convinzioni sbagliate, diciamo che è per tre quarti giusta: sono riuscita a individuare alcune truffe, a scoprire molti furbetti che si spacciavano come tutto-fare omniscienti e anche a scovare errori che continuavano a passare inosservati. Sono parecchio affezionata allo spirito di osservazione, soprattutto quando va a braccetto con un altro spirito, quello critico.

Eppure, a volte, vorrei chiudere gli occhi e starmene tranquilla, lasciandomi andare al flusso ininterrotto di parole altisonanti e di giuramenti vuoti come un guscio di chiocciola abbandonato al sole. Sarebbe tutto più semplice, e sono certa che avrei un numero più cospicuo di conoscenze.

Una mela può essere stupeda all’esterno, ma riservare un cuore marcio a chi vada più a fondo, con conseguente disgusto e innervosimento. Perché non lasciarsi ammaliare da quella buccia così lucida che promette un interno succoso e puro?

Il denaro contraffatto è divenuto ormai la merce più utilizzata, soprattutto per le relazioni tra persone. Tanto vale far finta di non saperlo di non averlo visto. Tanto vale chiudere gli occhi.

Ghela

A prima vista, se un qualche straniero avesse potuto mettere piede nel regno, avrebbe di certo considerato questo mondo ammantato da un’aurea di tristezza e di obblighi. Eppure c’era una città che l’Ordine aveva riservato al divertimento, Ghela.

Di aspetto Gehela non era una città diversa dalle altre: era anonima nelle sue casupole grigie, nelle vie che tagliavano geometricamente il paese, nei lampioni che stanchi e opachi si accendevano la sera, gettando una luce spettrale a tutto il paesaggio. A fare la differenza erano gli abitanti. Questi rifiutavano qualsiasi vestito che fosse nero, grigio o marrone, preferendo di gran lunga vesti sgargianti, multicolori, scintillanti, che ben si intonavano con le acconciature più disparate e fantasiose. Anche con il trucco non scherzavano: uomini e donne amavano imbellettarsi e rendere ancora più simpatici i loro volti giovali.

A Ghela si rideva. Passeggiando per le strade non si poteva ignorare questo rumore cristallino che sembrava provenire dal cuore della città. A Ghela la tristezza era vietata e veniva anche punita con l’esilio a vita. Nessun abitante poteva cedere allo sconforto, o avere un rimpianto, ma tutti dovevano cooperare a mantenere alto l’umore dell’Ordine e dei suoi sudditi. Gli abitanti di Ghela erano, infatti, tra i pochi che potevano muoversi fra le varie zone del regno: si spostavano su mezzi buffi, trainati da lenti buoi addobbati con nastri colorati e carri che potevano gareggiare con il periodo della fioritura a Blaste.

Il compito di queste chiassose carovane era portare una scheggia di felicità in zone che a stento conoscevano che suono avesse una risata. Ghela era una città fantasma, con abitanti itineranti, che temevano la tristezza e che facevano finta di non conoscerla.

Mille graffi

Mi ritrovo con mille graffi. Sul volto, sulle braccia. Un intrico di linee rosse sangue. Fili luccicanti, alcuni che scavano nelle profondità altri che rimangono in superficie. Alcuni nascosti, altri palesi. Alcuni inflitti volontariamente, altri che io mi sono procurata e altri ancora del tutto non voluti.

Guarda il solco profondo dei rammarichi e dei ripensamenti. Qui le piaghe di ciò che non riesco ancora ad accettare, delle mie debolezze e dei miei difetti.

Le unghie della solitudine hanno scavato piano ma inesorabili. Prima erano solo un fastidio, un solletico. Ora bruciano la carne.

Le parole hanno impresso lettere di fuoco nella carne. Magari frasi dette anni fa, che appartengono ormai al passato, ma che hanno lasciato la loro traccia. Piccole cattiverie rese taglienti per fare a brandelli il tuo corpo. O semplici discorsi che ti hanno fatto desiderare una vita diversa.

Ma anche oggi l’alba è sorta. Forza, nascondi i graffi e sorridi al mondo.