Aprire l’ombrello

“È un po’ strana quella”. “Hai ragione, non c’è da fidarsi”. “Giulio, torna qui, non avvicinarti alla signora, non sta bene”. “Meglio allontanarsi, non si sa mai cosa potrebbe fare una come lei”.

In realtà Angela non era pericolosa, non aveva mai fatto del male a nessuno, nonostante nella sua lunga vita ne avesse avuto le occasioni e anche la tentazione. Angela era anziana, era abituata ai bisbigli e alle risatine che la inseguivano ovunque andasse.

L’unico errore commesso da Angela stava in un ombrello, un grande ombrello nero che portava con sé notte e giorno ovunque andasse. L’altra persona che aveva questa singolare abitudine era Diego, ma era scomparso anni prima, lasciandola, oltre che vedova, anche sola.

A dirla tutta, non era neanche l’ombrello che destava scalpore, ma il fatto che lo aprisse e chiudesse di continuazione, soprattutto quando parlava con gli altri. Non con Diego, però: la prima volta che si erano parlati pioveva, ma si dimenticarono di aprire gli ombrelli e mai una loro conversazione venne condivisa con quello strumento.

“Perché porti in giro sempre l’ombrello?”

“La tua mamma sa che sei qui?”

“No. Anch’io porto sempre il mio orsetto, ma lui è morbido”.

“L’ombrello è utile”.

“Solo se piove”.

“Bimbo mio, sei troppo giovane per capire. La pioggia bagna solo. Puoi prenderti un raffreddore, puoi inzupparti, ma alla fine è solo acqua. La maldicenza e la falsità, quando cadono, possono sotterarti. Ma io sono pronta a tenerle lontane”.

Il bambino rise e corse via.

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