Re e villani

L’universo è nato nel caos, e probabilmente nel caos perirà. L’ordine può sempre essere messo in subbuglio, è solo una mera convenzione che permette la convivenza e mette confini. Ma l’ordine è imposto da regole, le regole delimitano le libertà, e le regole vanno infrante. Almeno per una volta la pazzia mostra la lingua al saggio dio che ha racchiuso i titani in un ventre oscuro di oblio.

Il re cade dal trono e senza corona viene confuso con un villano. Il villano raccoglie un cerchio dorato e subito viene assiso su uno scranno da dove vede una distesa di nuche. La regina fugge dal palazzo vestita da pastore, il pastore abbondona le pecore per mettersi una sottana, il ricco cerca ghiande di bosco, il povero addenta un cosciotto prelibato, le pecore mettono in ordine i cani.

Nel giorno di libertà, tutto è possibile. Il poeta viene messa alla gogna, l’illetterato tesse carmi e distici, il macellaio porta a spasso un maialino, la vedova ritrova l’amore, l’infante insegna al genitore, il più pavido ritrova un coraggio da leone, l’impavido si concede tregua nella più oscura e dimentica delle taverne.

È il giorno delle maschere. È il giorno in cui le maschere cadono. Il pentimento sarà riservato a un altro giorno.

La Capitale

La Capitale del regno non aveva un nome definito, era semplicemente Capitale. Così aveva voluto l’Ordine così l’avevo conosciuta gli abitanti del Regno. Era una delle città più misteriose che fossero state fondate: non si sapeva neppure chi vi abitasse, o se vi abitasse qualcuno, né quale fosse la pianta della città o che aspetto avessero le vie. L’unica cosa certa era il fatto che esistesse, e tanto bastava.

Se qualcuno avesse avuto la possibilità di sorvolare la Capitale, avrebbe notato che si basava su una pianta irregolare, simile a quella di un fagiolo, che era attraversata da una miriade di vie e vicoli. Dall’alto aveva tutto l’aspetto di un labirinto, una sorta di scrigno che custodiva nel suo cuore il Grande Palazzo dell’Ordine. Passeggiando per la città non si poteva percepire questa complessità, ma si aveva l’impressione di trovarsi in una sorta di prigione: muri alti e senza finestre delimitavano le vie, che erano sempre in un perenne stato di semioscurità. Non c’erano lampioni, non c’erano segnalazioni, solo globi di luce sospese nell’aria che guidavano i camion notturni a destinazione.

Solo l’esercito aveva accesso a quelle strade intricate: con sicurezza si innoltravano alla ricerca di depositi e laboratori ai quali consegnare il materiale prelevato da Balste o le varie derrate alimintari o le ricchezze sconosciute che provenivano dai porti. La Capitale era, infatti, abitata da pochi eletti, i fidati collaboratori dell’Ordine. Si trattava di scienziati e di geografi, di militari dai gradi più alti e di burocrati. Tutte le decisioni prese dall’Ordine nel Grande Palazzo venivano comunicati a questa cerchia di persone che subito identificava i mzzi migliori per raggiungere lo scopo.

Ancora meno persone avevano accesso al Grande Palazzo. Se la città aveva un aspetto spettrale, il palazzo sembrava rilucere e scintillare. Era interamente fatto di Cristallo, che prendeva luce dalla vicina Helios, diventando simile a un blocco d’oro. La sola apertura era costituito da una porta minuscola rispetto all’imponenza dell’edifio, sorvegliata giorno e notte da un drappello di uomini armati appartenenti al corpo speciale della guardia dell’Ordine. Era quella la dimora del misterioso Ordine, là viveva la mente che aveva ideato tutta quella follia. Non si sapeva nemmeno se fosse un gruppo di persone o un solo individuo.

C’era persino chi giurava che quell’edificio fosse voto, fosse solo un’illusione cristallizzata.

Upotalia

Nessuno aveva memoria dei grandi lavori che erano stati necessari per la realizzazione del serpente marino, Ofis, e nessuno si ricordava più quale fosse il nome originario di Upotalia, una città morta, ma che in passato aveva conosciuto la vita, così come l’aveva conosciuta l’altro ricordo, Osteia, che continuava a giacere come uno scheletro alle pendici della montagna. Se la morte di Osteia era stata causata da una qualche potente, ma sconosciuta, arma, la fine di Upotalia era evidente: era stata sommersa dal mare, probabilmente a seguito dei mutamenti di marea causati da Ofis

Non che fosse del tutto disabitata, qualche essere vivente si avventurava tra quelle rovine. Per lo più si trattava di pesci, molluschi e anche piccoli delfini che avevano occupato i vasti saloni del palazzo centrale, le stanze private delle case, le piazze che si spalancavano come occhi stupiti verso il mare. Di tanto in tanto vi si avventuravano anche degli umani, alcuni per curiosità, altri alla ricerca di perle, altri ancora richiamati dall’oro. La loro bramosia non era vana. Upotalia aveva l’aspetto, infatti, di una città opulenta, vasta e ricca. Era nata da un porto, e dal porto aveva ottenuto fama e commerci, prima che il mare diventasse un estraneo, un nemico, prima che le navi venissero bloccate da una muraglia invisibile.

Upotalia era annegata, nel silenzio e nell’indifferenza dell’Ordine, che non tollerava la presenza di una città talmente bella da competere con la stessa capitale. I palazzi di pietra bianca svettavano ora sul fondale, intaccati da alghe e muschi. Solo la punta del pinnacolo più alto del palazzo riusciva a scalfire la superficie del mare con la bassa marea, come una mano di un annegato che stia implorando aiuto al sole. Annegando, Upotalia aveva portato sul fondale tutte le sue ricchezze.

C’erano storie che venivano narrate nei villaggi di pescatori, quando le orecchie dell’Ordine non erano pronte ad ascoltare. Si diceva che le segrete del palazzo subacquee serbassero ancora ori, gemme, statue, cimeli provenienti da terre lontane. Ormai le sabbie si stavano chiudendo su queste ricchezze come il più geloso degli scrigni. Altri sostenevano, invece, che l’Ordine non si sarebbe mai lasciato sfuggire una tale possibilità di guadagno, e che avesse requisito tutte quelle bellezze prima di lasciare la lisca di Upotalia al suo triste destino.

Ciò che più infastidiva l’Ordine era il fatto che Upotalia costituisse la prova di un passato senza Ordine.

Ofis

I pescatori della costa sapevano di non potersi allontanare più di tanto dalla spiaggia, anche quando prendevano il largo. Era una legge imposta dall’Ordine con la scusa di voler evitare qualsiasi incidente in mare, di difendere, dunque, i propri cittadini. Tutti i navigatori conoscevano questo divieto, e lo rispettavano, poiché i pochi avventurieri che avevano cercato di superare il limite non erano più tornati dalle loro famiglie per raccontare che cosa avessero scoperto.

Il confine, in realtà, non era invisibile, ma era ben marcato nelle mappe del Regno: era un lungo serpente che correva parallelo alle coste, come un enorme mostro marino che riposasse appena più in là dell’orizzonte che si poteva ammirare dalla spiaggia. L’Ordine lo aveva chiamato Ofis. A vederlo sembrava un’enorme isolotto, lungo e stretto, dotato di colline scure. Quello che sulla mappa era segnato come una linea continua, nella realtà era frammezzato da aperture e sbocchi che permettessero al mare di entrare e defluire. Ogni porzione era comunque comunicanti grazie a dei tunnel subacquei progettati dagli ingegneri più abili del regno. Ofis era il centro tattico dell’armata voluta dall’Ordine.

Era proprio in quelle isole che venivano indirizzati gli sforzi psichici provenienti da Stileia, nonché le erbe più velenose e singolari coltivate a Blaste. Era qui che scienziati ed esperti si impegnavano per rendere ancora più potente e imbattibile l’Ordine, mettendo a punto difese che mai mente umana avrebbe concepito. Nel cuore delle isole avevano realizzato un alveare di stanze, celle, laboratori che venivano utilizzati per gli esperimenti o per nascondere aberrazioni ed errori che sarebbero stati dannosi per tutta la popolazione.

L’unico modo per accedere a queste strutture era dall’Isola Maggiore, che si trovava nelle fredde acque del Nord. Era l’unica che fosse visibile dalla costa, ma quelle terre erano disabitate, per cui la segretezza veniva garantita. Dall’Isola Maggiore si procedeva, poi, verso tutte le altre porzioni di Ofis grazie a tunnel e cunicoli. Niente era visibile dal mare per chi provenisse dall’entroterra, se non larghi fori, dai quali uscivano mortali fiamme pronte a ghermire quanti avessero disatteso la legge e, spinti dalla curiosità, avessero osato spingersi oltre il limite.

Sulla sponda opposta, invece, quella che si affacciava sulla monotona vastità dell’oceano, qualcosa si poteva vedere: una miriade di navi e imbarcazioni, alcune tanto enormi da poter ospitare due villaggi di pescatori, altre piccole, ma veloci come siluri. Ve ne erano anche altre, dall’aspetto esotico: se le prime, infatti, erano grigie, di metallo, dotate di armi e cannoni, queste erano fatte di legno, con vaste vele multicolori. Non erano navi dell’Ordine. Ofis era anche un porto: qui approdavano quelle misteriose barche, che provenivano da terre lontane, che non facevano parte della zona controllata dall’Ordine, cariche di ricchezze e prodotti sconosciuti alla popolazione e destinati esclusivamente alla Capitale.

Ofis era il bavaglio che impediva al Regno di parlare con il resto del mondo.

Stileia

Strano era lo spettacolo che un immaginario viaggiatore avrebbe potuto vedere a Stileia. Questo avventuriero avrebbe dovuto percorrere tutto l’entroterra del regno, passare per il deserto infuocato e per le zone d’ombra, per poi affrettarsi in vaste praterie disabitate che l’Ordine non aveva ancora adibito a una funzione. Meglio non soffermarsi in questi territori, poiché erano diventati la dimora di animali selvatici e di uomini inselvatichiti dalla paura e dalla solitudine. L’ultimo ostacolo era un vasto fiume che lambiva il confine invalicabile, in mezzo al quale si trovava un’isola. E quest’isola si chiamava Stileia.

A vederla da lontano sembrava coperta da un fitto bosco di alberi senza rami e senza foglie, ritti e distanziati con geometrica cura. Non era un prodotto del caso quello, ma di una mano e di una mente. Stileia era, infatti, l’isola delle mille colonne. Si diceva che la prima colonna fosse stata eretta da un saggio eremita, stanco di viaggiare per un mondo in continua mutazione sempre più sordo alle sue parole. Il vecchio si era quindi isolato fisicamente dalla terra e si era inerpicato sulla sua solitaria colonna, nutrito dalla carità dei vicini popoli. Ma era una leggenda di un tempo lontano, quando ancora le praterie erano costellate da villaggi, quando un uomo era libero di spostarsi e di decidere di trascorrere il resto della sua vita su una colonna.

Nessuno sapeva se fosse vera quella storia. Di certo, tra le mappe volute dall’ordine quell’isola aveva un nome e pure degli abitanti. Alla colonna iniziale, infatti, se ne aggiunsero altre. Al primo saggio, ne seguitavano nuovi. Se il precursore era un volontario, lo stesso, però, non si poteva dire dei suoi successori. I saggi arrivavano su mezzi dell’Ordine, scortati da una guardia che portava il volto nascosto da un passamontagna. I prescelti venivano poi assisi su una delle colonne che si erano liberate, o su una colonna nuova realizzata per l’occasione. Nella stessa occasione venivano portati i pochi viveri che quei vecchi richiedevano.

Il via vai di macchine era molto più sostenuto di quanto si penserebbe. A quanto pareva vivere a Stileia non era garanzia di una lunga vita. E a guardare gli anziani abitanti che se ne stavano seduti al posto dei capitelli se ne capiva il motivo: erano pallidi, sottili, come se venissero consumati da un qualche immane sforzo. Con gli occhi chiusi corrugavano la fronte, mentre gli angoli della bocca si piegavano tremando. Alla fine, uno a uno, come frutti troppo maturi crollavano a terra.

Erano i saggi pensatori, scelti tra tutti gli anziani per la loro innata forza psichica. Là, sulle colonne, convogliavano il loro sforzo per fini che solo l’Ordine conosceva. E forse neppure l’Ordine stesso era completamente cosciente di ciò che stava facendo. Sfruttando l’energia di quegli uomini, prosciugandoli dalla loro forza vitale, l’Ordine tentava di creare una protezione per il proprio regno che mai era stata realizzata. L’impossibile stava diventando possibile con quell’esperimento e con il sacrificio di vittime senza nome.

Stileia era un’arma in potenza. Una terribile arma che avrebbe annientato qualsiasi ribellione.