Menestrello

È facile crederlo un perditempo, da inserire senza alcun dubbio nella categoria degli sfaccendati buoni a nulla. È facile cadere nell’errore che essere un menestrello significhi oziare e raccontare fandonia nelle corti e nelle piazze. Tipi come lui non vengono certo accolti con uno sguardo di favore, ma alla fine tutti si accalcano per sentire le sue storie.

Che cosa sono le vite se non magnifiche costruzioni? Sfiderei chiunque a parlare della propria vita senza aggiungere piccoli abbellimenti o omettere particolari non piacevoli. Per quanto non piaccia ammetterlo, tutti hanno bisogno di storie, e i menestrelli sono pronti a soddisfare questa esigenza.

Allora avvicinatevi, venite e ascoltate cosa abbiamo da raccontare. Storie vere che vengono da terre lontane, storie inventate che sgorgano dalle profondità del cuore. Draghi ed eserciti fanno parte di una sola costruzione, di un castello che alla terra della verità uniscono le limpide acque dell’immaginazione.

Il mondo sembrerebbe un po’ più cupo senza i menestrelli, la morte non avrebbe senso, la parola sarebbe solo un mezzo di scambio, una vile moneta da usare con parsimonia. Davanti a un re e davanti al popolo, invece, prende vita un’altra realtà, forse più cruenta, forse più magnanima, di certo diversa dalla monotonia del quotidiano.

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Come un’eco

Sentire le voci non è mai un buon segno, lo sanno anche i bambini. Il buon segno è sentire quello che tutti gli altri percepiscono. In caso contrario, l’etichetta di pazzo viene applicata in velocità, e con la stessa velocità si crea un’area di sicurezza attorno al soggetto.

C’erano giorni, però, in cui sentiva una sorta di eco, una voce lontana che ripeteva e sussurrava disperata frammenti di parole nel tentativo di comunicare il suo amore, o la sua disperazione o entrambe fuse in un groviglio di dolore e di piacere.

Erano voci che provenivano da lontano, da tempi ormai remoti e dimenticati. Ripetevano insistenti la litania antica e spezzata di moniti e di preghiere, di perdita e di amori. Come Eco, anche loro erano condannati a essere voce senza corpo, anima senza materia. E come Eco vagavano, con la flebile speranza che qualcuno presti loro attenzione.

Menzogne

Certo che raccontare bugie è normale, tutti lo facciamo, soprattutto chi sostiene di non dire mai bugie. Omissioni, piccoli cambiamenti, miglioramenti, ritocchi rendono la vita un po’ meno noiosa e più interessante. La fantasia aiuta a sopravvivere.

Ma c’è chi della menzogna ha fatto il proprio regno, chi si ammanta di storie mirabolanti solo per dimostrare la propria superiorità. Una superiorità, però, che vive solamente nella propria mente e che cerca di imporre agli altri.

Il mondo è fatto di giochi di forza, qualcuno tira da una parte e un altro spinge dall’altra, e spesso si cerca di rompere gli equilibri per schiacciare l’avversario. E pur di primeggiare, si inventa. Si inventa e si diventa dei pavoni garruli sempre con qualche storia da pigolare.

E poco importa se le storie diventano di volta in volta sempre più inverosimili. Pur di non perdere la faccia, il bugiardo sguaina gli artigli, aggressivo, almeno finché non verrà sepolto dalle rovine del suo castello di menzogne.

Galleggiare

C’è un relitto che se ne va a spasso per le acque degli oceani. Una nave fantasma, dicono i marinai, ma i fantasmi non esistono. È solo un legno colpito da una fortuna non benevola.

Una volta doveva essere un maestoso veliero, ma si trattava di tempi lontani e ormai perduti. Un tempo quel relitto risuonava di voci, ma ora gli unici rumori udibili erano gli scricchiolii che avrebbero portato il legno a sprofondare nel nulla.

Quel relitto si è svuotato di uomini e merci, e si è riempito di storie, che trascina con fatica sulle onde capricciose di un mare non sempre benevolo. E quando arriverà il momento, quelle storie si trasformeranno il mille bolle trasportate dalle maree in acque lontane.

Deserto

Il popolo del deserto non era arido, aveva storie, raccontava di mondi e di altra gente, di creature e colori che sul vento e nel vento viaggiavano. E Jes conosceva quelle storie, le poteva leggere nelle increspature della sabbia, perché il vento disegna e racconta a chi sa leggere e ascoltare.

Molti ritengono che il deserto sia sinonimo di morte e di tristezza. Jes sapeva che non era vero, il deserto è uno scrigno, una muta ed enigmatica distesa di ricchezza. Jes sapeva e raccontava.

I suoi occhi vedevano stormi di uccelli solcare il cielo e tuffarsi nell’acqua dopo aver oscurato il solo. Sentiva i profumi di oli e legni bruciati per invocare dei muti e sorti. Sulla sua pelle percepiva il brivido di un freddo capace di solidificare anche l’aria.

Jes aveva visto il sole, ma i suoi occhi avevano avuto accesso a un universo senza fine.

Stileia

Strano era lo spettacolo che un immaginario viaggiatore avrebbe potuto vedere a Stileia. Questo avventuriero avrebbe dovuto percorrere tutto l’entroterra del regno, passare per il deserto infuocato e per le zone d’ombra, per poi affrettarsi in vaste praterie disabitate che l’Ordine non aveva ancora adibito a una funzione. Meglio non soffermarsi in questi territori, poiché erano diventati la dimora di animali selvatici e di uomini inselvatichiti dalla paura e dalla solitudine. L’ultimo ostacolo era un vasto fiume che lambiva il confine invalicabile, in mezzo al quale si trovava un’isola. E quest’isola si chiamava Stileia.

A vederla da lontano sembrava coperta da un fitto bosco di alberi senza rami e senza foglie, ritti e distanziati con geometrica cura. Non era un prodotto del caso quello, ma di una mano e di una mente. Stileia era, infatti, l’isola delle mille colonne. Si diceva che la prima colonna fosse stata eretta da un saggio eremita, stanco di viaggiare per un mondo in continua mutazione sempre più sordo alle sue parole. Il vecchio si era quindi isolato fisicamente dalla terra e si era inerpicato sulla sua solitaria colonna, nutrito dalla carità dei vicini popoli. Ma era una leggenda di un tempo lontano, quando ancora le praterie erano costellate da villaggi, quando un uomo era libero di spostarsi e di decidere di trascorrere il resto della sua vita su una colonna.

Nessuno sapeva se fosse vera quella storia. Di certo, tra le mappe volute dall’ordine quell’isola aveva un nome e pure degli abitanti. Alla colonna iniziale, infatti, se ne aggiunsero altre. Al primo saggio, ne seguitavano nuovi. Se il precursore era un volontario, lo stesso, però, non si poteva dire dei suoi successori. I saggi arrivavano su mezzi dell’Ordine, scortati da una guardia che portava il volto nascosto da un passamontagna. I prescelti venivano poi assisi su una delle colonne che si erano liberate, o su una colonna nuova realizzata per l’occasione. Nella stessa occasione venivano portati i pochi viveri che quei vecchi richiedevano.

Il via vai di macchine era molto più sostenuto di quanto si penserebbe. A quanto pareva vivere a Stileia non era garanzia di una lunga vita. E a guardare gli anziani abitanti che se ne stavano seduti al posto dei capitelli se ne capiva il motivo: erano pallidi, sottili, come se venissero consumati da un qualche immane sforzo. Con gli occhi chiusi corrugavano la fronte, mentre gli angoli della bocca si piegavano tremando. Alla fine, uno a uno, come frutti troppo maturi crollavano a terra.

Erano i saggi pensatori, scelti tra tutti gli anziani per la loro innata forza psichica. Là, sulle colonne, convogliavano il loro sforzo per fini che solo l’Ordine conosceva. E forse neppure l’Ordine stesso era completamente cosciente di ciò che stava facendo. Sfruttando l’energia di quegli uomini, prosciugandoli dalla loro forza vitale, l’Ordine tentava di creare una protezione per il proprio regno che mai era stata realizzata. L’impossibile stava diventando possibile con quell’esperimento e con il sacrificio di vittime senza nome.

Stileia era un’arma in potenza. Una terribile arma che avrebbe annientato qualsiasi ribellione.

Ponti

Ci sono racconti, voci, di un ponte non costruito da mani umani. Un ponte senza pietre e senza archi. La sua posizione non può essere segnata su nessuna carta.

Alcuni sostengono che sia opera di una qualche divinità, altri di un qualche demone, altri ancora che sia stato costruito dalla parole, dalla fantasia o dalla speranza.

Su un solo punto tutti sono concordi: il ponte deve portare da qualche parte, collegare due punti, rendere accessibile ciò che altrimenti non lo sarebbe.

Forse è l’accesso a qualche mondo sconosciuto, alla dimora degli dei. Un arco unico fatto di luce scomposta nei suoi mille colori. Impossibile da attraversare per qualsiasi uomo, ma non per un dio.

O forse è il varco da cui si insinuano i sogni, gli spettri, gli spiriti. Un esile dorso nero e invisibile che mette in comunicazione il mondo intangibile e quello corporeo. Un braccia tra la realtà e l’inconsistenza che permette all’impensabile di accadere.

È quella passerella fragile che pochi riescono a percorrere. Porta a un mondo parallelo e immenso, in cui sorgono città sconosciute, in cui abitano persone che qui non potresti mai incontrare. E in questa immensità si perde chi riesce ad accedervi, la esplora, osserva luoghi antichi e futuristici, creature mitologiche e animali mai visti. Apprende storie, conosce uomini, gnomi, giganti. E da questo mondo tornano, carichi di meraviglia e di voglia di raccontare.

O forse quel ponte non è unico. Si moltiplica, diventa per ognuno un ponte diverso per fuggire da questo vasto mondo a volte troppo angusto.

Senti?

Non senti il vento?

Sta sussurrando e racconta di terre lontane, sconosciute. Di gente che parla lingue mai sentite. Di vaste distese sabbiose, brulle, aride, in cui l’acqua riemerge come un miraggio, uno zaffiro contornato fra smeraldi, in un mare di desolazione. Senti il calore insopportabile del sole che splende in un cerchio perfetto e impietoso, guarda quella carovana di uomini vestiti di blu. Quasi riesci a percepire la sabbia cedevole sotto i piedi.

A, volte, invece, avvolge il mondo con le dita gelate del nord. Il respiro si fa tagliente e sottile, suoni gutturali degli abitanti dei ghiacci ti fanno sognare i giochi di luce di un’aurora boreale. Vorresti scivolare su lastre umide che una volta erano mare.

Poi percepisci un sentore di sale, l’odore salmastro di un mare lontano. Frammenti di onde trasportate sulla tua pelle. Puoi quasi sentire il rumore di una vela tesa, lo scricchiolio delle gomene.

E il fruscio di un’immensa foresta ti avvolge con il suo mistero. Occhi invisibili ti osservano da lontano, silenziosi. I loro sguardi ti avvolgono, si imprimono sulla tua carne. E vorresti perderti in questo verde labirinto fatto di sussurri e radici, di nodosi arbusti e di rami flessibili.

Mondi nascosti, arcani.

Senti nascere il desiderio di andare, di inseguire quelle storie, di vedere a chi appartenga quella risata rubata da vento.

Senti? Il vento ha risvegliato la tua anima nomade.

Giullare

Venite, avvicinatevi, fate in fretta, lo spettacolo sta per cominciare.

Io sono il giullare di corte, il cantastorie che allieta le serate dei grandi signori, con storie, racconti, gesta e sogni.

Io sono l’eterna maschera. Non sono certo bello, non ho potere né ricchezze, ma la mia voce ha il potere di creare mondi, resuscitare morti, commuovere i vivi, rendere vero il falso e far sembrare la realtà un gioco di fantasia.

Sono un creatore e un distruttore. Sono l’inganno, la menzogna. Ma voi chiedete di me, avete bisogno delle mie illusioni.

E qui ora state attenti, vi racconterò di un fatto ben strano. Starà a voi crederci o meno.

Ho saputo che in un villaggio non poi così lontano stanno succedendo eventi singolari. Gli uomini sembrano impazziti. Presi da frenesia corrono per la città senza guardare in faccia nessuno. Hanno sempre qualche urgenza e trascurano tutto ciò che non dia del guadagno. Per questo hanno costruito case,abbattuto il bosco, imprigionato e addomesticato gli animali.

Non conoscono i vicini, sospettano di tutto e di tutti.in ogni parola vedono una minaccia, in ogni azione un’offesa. Non c’è tempo neppure per aiutare chi è in difficoltà.

Hanno violato la loro terra, hanno costruito senza criterio. Più lontano dal centro grandi costruzioni destinati ai più umuli. Costruzioni uguali tra loro, abitate da persone stanche. Gli abitanti assomigliano alle loro dimore: sono tanti, poveri, trascurati. Nei loro occhi ben presto si spegne la fiamma che arde per un miglioramento.

All’interno le ricche abitazioni di grassi signori. Hanno tutto il desiderabile, e non solo. Persino il cibo è diverso.

Dicono a gran voce di vivere in un villaggio giusto, basato sull’uguaglianza, ma è evidente che si tratta di una mera menzogna.

Infine vi avverto: dicono che questa strana smania si stia diffondendo come un’epidemia nei centri vicini.

Quando non mi ascolterete con la stessa passione saprò che anche voi siete stati contagiati.

E con un inchino, metto fine alle mie parole.