Menestrello

È facile crederlo un perditempo, da inserire senza alcun dubbio nella categoria degli sfaccendati buoni a nulla. È facile cadere nell’errore che essere un menestrello significhi oziare e raccontare fandonia nelle corti e nelle piazze. Tipi come lui non vengono certo accolti con uno sguardo di favore, ma alla fine tutti si accalcano per sentire le sue storie.

Che cosa sono le vite se non magnifiche costruzioni? Sfiderei chiunque a parlare della propria vita senza aggiungere piccoli abbellimenti o omettere particolari non piacevoli. Per quanto non piaccia ammetterlo, tutti hanno bisogno di storie, e i menestrelli sono pronti a soddisfare questa esigenza.

Allora avvicinatevi, venite e ascoltate cosa abbiamo da raccontare. Storie vere che vengono da terre lontane, storie inventate che sgorgano dalle profondità del cuore. Draghi ed eserciti fanno parte di una sola costruzione, di un castello che alla terra della verità uniscono le limpide acque dell’immaginazione.

Il mondo sembrerebbe un po’ più cupo senza i menestrelli, la morte non avrebbe senso, la parola sarebbe solo un mezzo di scambio, una vile moneta da usare con parsimonia. Davanti a un re e davanti al popolo, invece, prende vita un’altra realtà, forse più cruenta, forse più magnanima, di certo diversa dalla monotonia del quotidiano.

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Regina dei ghiacci

Il paese era arroccato sul fianco di una montagna, uno di quei posti che sembrano essere nati come dispetto e sfida alla natura stessa. Una manciata di casa e un campanile si tenevano stretti alla roccia, come stambecchi che non si muoveva, impavidi nei gelidi inverni, in attesa che l’estate portasse un po’ di sole mite.

Marc era un’anima di quel paese, un abitate dalla pelle ruvida, dagli occhi chiari come un lago di montagna e il corpo forte da contrapporre a un ambiente aggressivo. Nella stagione più clemente se ne andava a scoprire le vette più alte della montagna che gli faceva da madre, sorella e anche da nemica, per poterla conoscere ancora di più.

Aveva scovato caverne che custodivano ancora i resti di qualche sfortunato animale, si era riflesso su laghetti che comparivano solo al disgelo, e aveva urlato all’immensità nel tentativo di far udire la sua voce al mondo intero. Lui da solo fronteggiava rocce antiche e aspre.

Si spinse fino ai ghiacciai, luogo sconsigliato da qualsiasi persona assennata, soprattutto in quei mesi in cui lastre di ghiaccio si staccavano con un rumore secco e roboante per dare vita a ruscelli freddi come il ghiaccio e del colore del cielo. Ma Marc non seguiva il senno, solo la curiosità e le leggende che raccontavano di antiche ninfe dei ghiacci che là avevano preso memoria. Magari era in cerco della giovane Eco, che per disperazione e per amore si era perse per i monti.

Marc la vide, non la ninfa Eco, ma quella che chiamò la regina dei ghiacci. Una fanciulla diafana, che da sotto la lastra dei ghiacci lo guardava con occhi di neve, avvolta dai filamenti argentei della sua chioma. Se ne innamorò, e ogni primavera tornava in quei posti per poterne godere della bellezza, finché un giorno non fece più ritorno al villaggio.

Nessuno vide mai la regina dei ghiacci, ma nessuno trovò neppure i resti del giovane, anche dopo il disgelo dell’anno successivo. Poteva succedere, sostenevano gli anziani. Secondo altri, invece, il giovane era fuggito, o forse aveva inseguito il suo sogno fatto di acqua e ghiaccio un po’ più in là, un po’ più lontano.

Deserto

Il popolo del deserto non era arido, aveva storie, raccontava di mondi e di altra gente, di creature e colori che sul vento e nel vento viaggiavano. E Jes conosceva quelle storie, le poteva leggere nelle increspature della sabbia, perché il vento disegna e racconta a chi sa leggere e ascoltare.

Molti ritengono che il deserto sia sinonimo di morte e di tristezza. Jes sapeva che non era vero, il deserto è uno scrigno, una muta ed enigmatica distesa di ricchezza. Jes sapeva e raccontava.

I suoi occhi vedevano stormi di uccelli solcare il cielo e tuffarsi nell’acqua dopo aver oscurato il solo. Sentiva i profumi di oli e legni bruciati per invocare dei muti e sorti. Sulla sua pelle percepiva il brivido di un freddo capace di solidificare anche l’aria.

Jes aveva visto il sole, ma i suoi occhi avevano avuto accesso a un universo senza fine.