Della città Faber non vide molto se non il porto e la strada che riusciva a intravvedere dalla finestra della carrozza. E da quello che vide, la città che sarebbe diventata la sua dimora era molto lontana dal suo villaggio. Il porto sembrava essere fatto della stessa spuma delle onde che si infrangevano sulla chiglia della nave e si apriva come un grande abbraccio candido ad accogliere i viaggiatori. Faber venne accompagnato da Nestor su una carrozza piccola, di legno intarsiato e mentre cercava di carpire qualche immagine del mondo di fuori, Nestor gli spiegò che quello che stava vedendo, sarebbe rimasto strettamente confidenziale.
“È forse una minaccia?”
“No” sorrise Nestor “Nessuno ti crederebbe, tanto vale non tentare neppure di raccontare. A meno che tu non rimanga. In ogni caso, non avrai molto da raccontare”.
“Cosa intendi?”
“Il tuo laboratorio sarà in una delle ali del palazzo regale, là ti porteremo gli ordini per le bambole, e là rimarrai. Il re non gradisce che uno straniero si aggiri per la città”.
“Che cosa avete contro gli stranieri?”
“Noi? Niente. Ma questa città ha vissuto troppe disgrazie da parte degli uomini come te. Vorremo evitare che la storia si ripetesse. Ipnia è una città che deve essere rispettata, poggia su un equilibrio instabile, un errore e potrebbe sprofondare in un incubo”:
“Un incubo. Non è sempre così? Si pensa di trovarsi in equilibrio e poi si sprofonda nelle tenebre di un incubo”.
Nestor lo guardò curioso: “il tuo compito e fare il tuo mestiere, e basta. Siamo arrivati. Scendi”.

