È mattina presto. Esattamente sono le 6.30. Mi trovo in stazione per prendere il treno delle 6.50 che mi porti a casa. Il binario di partenza è il 9, ma nel cercarlo scopro che si trova lontano dagli altri. Le indicazioni mi portano in un angolo della stazione, una specie di cunicolo vicino ad una zona a cui un cartello vieta l’ingresso. L’aspetto è quello di un’ala della stazione aggiunta in un secondo momento e non ancora del tutto ultimata.
Dopo essermi fermata un po’ perplessa, mi incammino con gli altri passeggeri lungo il corridoio. Non so bene come, ma infine mi ritrovo su un nastro mobile che prende sempre più velocità.
“Una passerella mobile, come negli aeroporti. Che efficienza” commento rivolgendomi a una ragazza vicino. Dietro di me due uomini chiaccherano tranquillamente.
Il nastro corre sempre più veloce. Come impazzito scorre veloce, superando strane scale di pietra grigia. A sinistra il fianco della montagna, a destra un abisso.
Continua la corsa. Curve improvvise spingono verso lo strapiombo, che sembra chiamarmi a sé. Un pensiero va alla mia vicina che si trovava pericolosamente vicino al bordo e che ora non vedo più. Eppure nessuno degli altri passeggeri ha dato segni di preoccupazione, nessun grido d’aiuto si è sentito.
“E nel passato, come facevano. Di certo, prima del nastro, qualcuno si era dovuto inerpicare per quelle scale”
Finalmente arriviamo ai binari. Nessuna banchina,nessun cartello. Solo i binari luccicanti sulla terra bruna.
Scopro con un certo dispiacere che il treno non è diretto, ma un “Express” che mi avrebbe portato a una tappa intermedia.
Suona la sveglia. A volte Morfeo è proprio strano.