Nella notte i pendolari si riducano al minimo. Ci sono due anime che popolano i treni notturni: chi non vede l’ora di raggiungere la sua destinazione e chi non ha una destinazione, ma si è semplicemente adagiato su un sedile e aspetta il capolinea. Di notte l’aria diventa diversa perché diversa è la luce degli scompartimenti. Fuori il mondo viene annullato da una cortina nera, mentre il treno corre sospeso nel buio, lontano dalla luce della città.
Maria appartiene al secondo tipo di passeggeri, quelli che non hanno idea di dove terminerà il loro viaggio. In tasca non ha alcun biglietto, ma di notte i controlli si fanno più blandi: nessuno osa chiedere il biglietto a un’anima errabonda. Maria guarda fuori dal finestrino, ma tutto ciò che vede è solo il suo volto inconsistente, che la guarda un spaurito e pallido.
In realtà Maria non vede e non guarda. La sua mente sta facendo delle capriole incomprensibili, che non ricorderà una volta tornata in sé. Non ricorda neppure il motivo per cui abbia cominciato a fare giravoltole. Forse da momento in cui ha fissato i suoi pallidi occhi azzurri su un mondo che sembrava andare alla deriva, che vagava come chi si è svegliato all’improvviso in una città sconosciuta.
Era salita sul treno solo perché non riusciva a reggersi in piedi. Sapeva che da qualche parte qualcuno la stava cercando, ma non si può rintracciare chi non vuole essere trovato. Ha solo una foto con sé: è quella di un ragazzo che gioca per terra con un cucciolo, entrambi biondi, entrambi più felici e inconsapevoli, entrambi innocenti e disarmati.
Maria non ha più sentito le risate di quel bambino.

