Passeggeri – Pt. 1 Maria

Nella notte i pendolari si riducano al minimo. Ci sono due anime che popolano i treni notturni: chi non vede l’ora di raggiungere la sua destinazione e chi non ha una destinazione, ma si è semplicemente adagiato su un sedile e aspetta il capolinea. Di notte l’aria diventa diversa perché diversa è la luce degli scompartimenti. Fuori il mondo viene annullato da una cortina nera, mentre il treno corre sospeso nel buio, lontano dalla luce della città.

Maria appartiene al secondo tipo di passeggeri, quelli che non hanno idea di dove terminerà il loro viaggio. In tasca non ha alcun biglietto, ma di notte i controlli si fanno più blandi: nessuno osa chiedere il biglietto a un’anima errabonda. Maria guarda fuori dal finestrino, ma tutto ciò che vede è solo il suo volto inconsistente, che la guarda un spaurito e pallido.

In realtà Maria non vede e non guarda. La sua mente sta facendo delle capriole incomprensibili, che non ricorderà una volta tornata in sé. Non ricorda neppure il motivo per cui abbia cominciato a fare giravoltole. Forse da momento in cui ha fissato i suoi pallidi occhi azzurri su un mondo che sembrava andare alla deriva, che vagava come chi si è svegliato all’improvviso in una città sconosciuta.

Era salita sul treno solo perché non riusciva a reggersi in piedi. Sapeva che da qualche parte qualcuno la stava cercando, ma non si può rintracciare chi non vuole essere trovato. Ha solo una foto con sé: è quella di un ragazzo che gioca per terra con un cucciolo, entrambi biondi, entrambi più felici e inconsapevoli, entrambi innocenti e disarmati.

Maria non ha più sentito le risate di quel bambino.

Voce del verbo pianificare

Negli ultimi tempi il tema della pianificazione è entrato a gamba tesa nella mia vita. Non penso di essere del tutto priva di capacità quando si tratta di pianificare, soprattutto quando si parla di lavoro: riesco sempre, bene o male, a rispettare i tempi e a consegnare quanto richiesto con un dignitoso anticipo. Per il resto della vita, però, la mia pianificazione è scheletrica, nel senso che mi limito a organizzare i compiti principali, o quelli più noiosi, lasciando il resto a variabili quali voglia, fantasia, e anche, perché no, al caso.

Un po’ di giorni fa, mi è stato suggerito di pianificare ogni singola ora della mia giornata, dall’alba al tramonto; in poche parole, mi hanno suggerito di dare il ben servito al caso, alla nostra cara Tuke.

Non saprei dire cosa mi abbia più infastidito, l’ammettere che la mia vita è un po’ disordinata e non al massimo dell’efficienza, o il sentirmi ridotta a una semplice macchina. Non metto in dubbio che si risparmierebbe tempo, che si ridurrebbe al minimo il pericolo di procrastinare, ma sarebbe tutto così noiso e prevedibile.

Eppure la Tuke non può essere messa da parte, è variabile e volubile, con una forza tale da poter scardinare qualsiasi pianificazione, qualsiasi tentativo di ricondurre tutto a caselle, pianificazioni.

La Tuke è libera, le griglie sono fatte di sbarre, esattamente come le prigioni.

Asso solitario

E così iniziò il gioco. Le carte vengono mescolate, tagliate, distribuite. Tutti attorno al tavolo trattengono il respiro mentre sbirciano ciò che il caso ha destinato loro.

C’è chi tira un sospiro di sollievo, chi maledice a denti stretti una dea bendata che non gli fa mai visita, chi si rassegna, chi finge che vada tutto bene e chi è deciso a sfidare il fato.

Le carte sono là. Silenziose, immobili, involontarie destinatarie di maledizioni e felicità. Sono tutte in disordine, alcune macchiate, altre piegate. Il fante di cuori dialoga con la regina di picche mentre il re dei fiori cerca di regnare su sette denari.

Tutte cercano un loro ordine, chiamano i vicini, vorrebbero finalmente ricostruire la propria dimora, ritrovare il seme da cui avevano avuto origine.

Ma il gioco prosegue. Carte scartate e carte raccolte. Carte rimpiante e carte desiderate. Infine la scommessa, la perdita, la vittoria.

Il gioco è finito. Per terra rimane un asso di denari. È rosso, nobile, prezioso. Ma è solo e dimenticato da tutti.