Filottete

Il mare infinito non parla. Tutte le creature che lo abitano hanno perso la voce e non si fanno vedere. L’isola è muta da quando gli altri se ne sono andati, lasciandomi qui a marcire assieme al mio dolore.

Se qualcosa cambia, si è condannati all’isolamento. La mia forza è stata abbattuta da una ferita, i miei amici sono stati sconfitti dall’orrore per la malattia, alla vista della realtà che potrebbe abbattersi su tutti loro, a seconda del desiderio del fato.

Il mio è stato esacerbato dall’eroe che eroe non voleva essere, e che eroe non è. Non si è fatto troppi scrupoli a privarmi di tutto, a lasciarmi su questa arena. Non attendo che la morte. Ma prima, all’orizzonte, comparirà anche lui, il sagace guerriero che con la voce vincerebbe mille battaglie, e con l’inganno sbaraglierebbe interi eserciti.

Non riesce a sopportare la sofferenza. Eppure anche lui dovrà patire mali e si ritroverà solo, nudo, abbandonato su una spiaggia che non conosce. Forse in quei momenti si ricorderà di Filottete, lo sfortunato eroe ferito in un incidente.

Perché il malato vi fa così paura? Cosa temete? Cosa temi Ulisse: forse di non tornare in patria? O di tornarvi mutato?

Tornerai, non solo in patria, ma qui. Tornerai dal mefitico eroe. Lo so. Qui con me ho l’arco senza il quale neppure le tue macchinazioni possono realizzarsi.

Annullamento

In un attimo tutto venne annullato: il rumore del traffico proveniente dalla strada, i passi in corridoio, il sibilo del fuoco in cucina, il parlottare dalla sala. Calò un silenzio innaturale, simile a quello che grava in una stanza perfettamente insonorizzata. Ma a essere insonorizzato è l’udito, è il cervello che si rifiuta di ascoltare, di anche solo sentire il trambusto della vita.

Si trattò di un attimo, una scheggia di solitudine in un mondo sovraffollato. Si chiuse la parentesi e si aprì un capitolo di sorrisi, frasi cortesi, battute spiritose. Il solito valzer grazioso, ma privo di vera sostanza che decora la vita di ogni giorno.

Quello spazio in cui tutto viene annullato rimane, però, sospeso nell’aria e nella mente, come un monito e come un desiderio pauroso.

Conturbante

Dioniso è conturbante.

È quella forza che spinge un ragazzo ad arrampicarsi su un abete per vedere ciò che non gli è permesso. Senza usare parole convince una regina a scappare nei boschi, una madre a smembrare la sua creatura. Fa innamorare ragazzi e fanciulle, indica una via tanto desiderata quanto proibita.

Dioniso è conturbante.

È uno specchio che svela una realtà più vera di quella che riflette. Mette a nudo, toglie le maschere e demolisce le corazze. Indica le paure e porge i piaceri. Rende selvatici gli animali addomesticati, spezza le catene e libera le belve. E il suo passaggio lascia il segno, a volte rosso come il vino e il sangue.

Ma cosa succede quando a essere conturbante non è un’antica divinità persa nel mito?

Dioniso era un dio isolato. Se ne andava in giro con il suo carro trainato da pantere e con i suoi satiri. Nessun dio dell’Olimpo lo accompagnava.

Ecco, l’elemento conturbante ne condivide il destino, viene isolato, diventa simbolo di quel qualcosa che si vorrebbe negare. La morte, la malattia, l’istinto. Poteri che si ritengono addomesticati, ma che sono pronti a esplodere in una danza folle e incontenibile da menade.

Niente pantere, niente satiri. Solo una scomoda verità.