Riflesso

Davvero sono io? Quella figura riflessa mi rappresenta?

La scorgo sul metallo dorato, plasmata in mille figure, deformata dal lungo serpente di Oceano, incrinata dalle città, quella in guerra e quella in pace. Mossa dai movimenti di un giovane ballerino.

Un manufatto stupendo, divino, dono di mia madre. Ma ora che lo guardo da vicino vedo anche me. Io, il possessore di questo scudo, sono diventato un suo strumento.

Mi rimanda la pallida immagine di un giovane uomo, avvenente, certo, ma con gli occhi opachi, spenti. Sono gli occhi di chi sa che la sua morte è vicina. Gli occhi di chi si è arreso al fato.

È stato deciso che non vivrò a lungo. Scontato per noi eroi.

È stato deciso che una freccia ingannatrice mi ucciderà. Scoccata da un vile e guidata da un dio.

È stato deciso.

Ho tentato di fuggire a questo volere, ma non è valso a nulla. Ho solo ucciso un padre. Ho solo mandato a morire un altro giovane. Il mio amato.

Va bene, mi piego al vostro volere. Dopotutto, perché resistere? Per chi scappare? Ho perso tutto. Sono solo. Mi è rimasta solo questa vuota gloria da difendere. Non tornerò a casa. Non canterò le gesta di altri eroi. Darò anche la mia vita per una questione inutile.

E sia. Morirò solo. Morirò da mortale.

Campi Elisi

Narrano di terre vaste e rigogliose, in cui crescono alberi di ogni tipo, sempre in fiore, sempre con i rami carichi di frutta, in qualsiasi mese dell’anno. In quel paese non esistono stagioni, al giorno non segue la notte, il tempo è cristalizzato.

Lì potrai trovare strani personaggi che riposano.

Un bel giovane stende le gambe mollemente mentre suona la cetra cantando leggende di altri tempi. Poco lontano un ragazzo lo ascolta, in silenzio, rapito, senza mai distogliere gli occhi. Il primo non può fare a meno di sorridere compiaciuto, mentre ricorda le gesta di eroi pronti a combattere in terre lontane solo per la gloria, per diventare a parole immortali. Al suo fianco, gettato a terra, uno scudo di metallo riflette la luce facendo invidia al sole stesso, mentre il giovinetto gioca ozioso con elmo.

Una donna possente li spia da lontano. Ha le braccia muscolose, lo sguardo limpido e duro. In seno porta ancora il rancore di una morte non voluta, di un oltraggio che non può essere vendicato.

Accanto al fiume limpido sospira un uomo dai capelli neri e ricci. È tranquillo, ma un velo di tristezza cala sugli occhi mentre rimira l’acqua. Gli mancano le onde, l’odore salmastro, il sale che tira la pelle, il suono dei flutti che si infrangono come sogni, che raccontano di gente sconosciuta, di terre lontane, di una casa che lo attende, di un’isola tanto amata quanto lontana.

Su una pietra sta seduta una donna velata, che culla un bimbo. Il destino, o un malvagio ordine, lo ha condannato a rimanere un infante per sempre. Nelle orecchie rieccheggia ancora il grido disperato della madre mentre lo allontanano a forza dal suo seno. Sulla sua pelle il sentore dell’aria che lo sferza, ma che non è capace di frenare la sua caduta. “Padre, dove sei?”.

Un poco in disparte il padre guarda la triste coppia, e in cuor suo si rammarica di non essere riuscito a dar loro un futuro. “Tu sei per me marito, padre e fratello”. Eppure si sentiva un semplice assassino incapace di difendere la sua famiglia, la sua città.

Un vecchio cerca di consolarlo, mentre gli cura le piaghe attorno alle caviglie e le ferite sulla schiena. Parla piano, mentre enumera il destino dei suoi numerosi figli.

Un energumeno muscoloso accarezza uno strano manto. Pensa ad un altro mantello, regalatogli dalla sua amata, ardente come la gelosia di lei, pensante come centinaia di fatiche, letale come un’idra che non può essere sconfitta.

Gli amati dagli dei, li chiamano. Uomini perduti, sofferenti, dal fato segnato. Amati dagli dei, dicono.