Sogno di un’illusione

Sarebbe stato un sogno singolare, pauroso, cruento, ma sarebbe stato solo un sogno. E sperava che quello fosse solo un sogno, che avesse chiuso gli occhi, nella sua piccola isola cullato dal suono delle onde, con la voce del figlio che si faceva sempre più lontana, mentre rincorreva i suoi sogni bambini.

Ma non era stato solo un sogno, ne era certo. Le sue mani erano sporche di sangue, sangue vero, i suoi occhi erano sporchi di disgrazie, le sue orecchie di suppliche e grida. Era stata una guerra di polvere e disperazione, sfiancante, senza fine. Con i suoi uomini si era infranto sulle mura di quella città maledetta, come le onde del mare si infrangono inutilmente sugli scogli. Avevano vinto, certo, ma con l’inganno. Avevano vinto nel giorno in cui la festa si era trasformato in mattanza. Il mare era rosso, la spiaggia, perfino la luna erano sanguigne, violate da quella brutalità.

Avevano trasformato quella guerra in un’illusione, le avevano dato un aspetto eroico. A scendere in campo non erano solo uomini, ma anche dei, con una forza sovraumana e con sentimenti che non potevano competere con quelli dei mortali. Era un inganno pure quello: non aveva mai visto alcun dio, solo morte, crudeltà, vendetta e la straordonaria sete di violenza di semplici umani. Ma questi non potevano essere considerati degli dei, o almeno si rifiutava di considerarli come tali.

In riva al mare, sotto gli occhi attenti di una fanciulla che non aveva paura, cercava di lavare via il sangue invisibile e le anime dannate che aveva strappato alla terra, nella speranza infantile che tutto fosse una mera illusione.

Nausicaa

Uno straniero che viene dal mare.

Molti sono stati i naufraghi gettati dalle onde impietose su queste spiagge. Ma nessuno come lui. Non sembrava un disperato, macilento, ma aveva qualcosa di regale. Gli occhi erano una calamita, profondi come il mare, tristi, enigmatici.

Le fanciulle che mi accompagnavano erano già fuggite. Io no, rimasi, stregata. E gli porsi le vesti. Lo accompagnai a palazzo, da mio padre, tra gli sguardi curiosi dei cittadini. Una principessa accompagnata da uno straniero suscita sempre domande indiscrete.

Anche il re ne fu affascinato. Lo accolse come un suo pari, gli offrì un banchetto, chiamò gli aedi che cominciarono a cantare storie terribili, di eroi che avevano combattuto e che si erano persi, senza più riuscire a riabbracciare i propri figli.

Lo straniero ne era scosso. E cominciò a raccontare. E davanti a me comparvero creature leggendarie, sirene, maghe, tremende creature monocole figlie del dio del mare, compagni avventati.

Davanti a me un mondo sconosciuto. Terre lontane. Bastava solo prendere il mare, passare quei limiti così stretti dell’isola.

Padre, non voglio sposare lo straniero. Padre, io voglio vedere,scoprire, vivere.

Penelope

Sono diventata simbolo di fedeltà. Eppure i miei sogni mi tradiscono.

Certo, non ho commesso atti scellerati, come la sfortunata Clitemnestra, ma anch’io ho avuto dei pensieri non adatti a come mi raffigurano.

Il mare è così rumoroso, parla, grida. E mi ha portato storie di avventure, di mostri monocoli, di inganni, di maghe affascinanti, dee solitarie, compagni poco avveduto e giovani figlie di re.

Il mio Odisseo si è perso tra le trame di questa storia così strana, così fitta che lo allontanava da me. Ogni volta che tessevo, un’avventura lo travolgeva. Ogni notte in cui distruggevo, il mare lo allontanava da me.

E ho temuto di averlo perso, per sempre.

Questi giovani che banchettano nel mio palazzo alla fine non mi dispiacciono nemmeno. Sono ragazzi, la gioventù migliore di quest’isola. I loro canti, i loro giochi riempiono le stanze che altrimenti sarebbero vuoti echi di un’antica felicità.

Lo so, non sono pensieri che dovrei formulare, eppure…

Eppure ero triste quando l’aquila impietosa uccise tutte le mie oche.

L’ultima sfida

Chiuse gli occhi.

Aveva visto troppe volte quello spettacolo per poter provare ancora ammirazione. Il canto, la dolce e ritmata musica continuavano a cullarlo, assieme a quel profumo tanto conosciuto quanto a volte odiato.

Avrebbe atteso ore fermo, così, in attesa, mentre il vento giocava con i suoi capelli canuti. Davanti a lui il suo peggior nemico, il suo alleato più prezioso, la sua vita, la sua morte.

Ed ecco, si trovava tra i flutti, sospinto dal vento. Le onde si infrangevano sulle gambe, lo spingevano ad avanzare. Sentiva il richiamo. Da un po’ di tempo gli giungeva flebile, timido, ma ora si era fatto ruggito.

Era la sfida del mare, del suo signore.

E capì.

Capì che era tempo di andare, di salutare quelle amate pietre, quell’isola tanto sognata e attesa. La patria rimpianta era diventata una prigione. L’orizzonte era così misterioso, pronto a essere esplorato.

E il mare chiamava. Con i suoi enigmi, con il suo carattere volubile.

Voleva di nuovo peccare, infrangere confini e divieti. Vedere terre sconosciute, sentire dialetti, essere chiamato ospite e straniero. Quella sterile terra lo aveva trattenuto a lungo, ma ora voleva tornare a rimpiangerla.

Aprì gli occhi. Il mare potente, vasto, era di fronte a lui. Un cavallo irrequieto che lo stava sfidando. Un’ultima epica impresa.

Avanzava nell’acqua spinto da un canto più affascinante di quello delle sirene. Gli raccontava di posti lontani e sconosciuti, di uomini da conoscere, di dei da rispettare, di mostri da annientare.

Quel mare maledetto lo stava facendo ancora, lo stava strappando dalla sua famiglia.

Ma lui procedeva, vecchio, stanco, privo di quelle forze che lo avevano sostenuto da giovane. Ma procedeva. Perché anche quella volta avrebbe vinto. Il dio del mare non avrebbe mai avuto la meglio.

Le acque spalancarono le fauci e lui vi entrò.

“Padre!”, “amore!”, “sire!”, “Odisseo!”. Ho tanti nomi, e nessun nome.

Mi dispiace, ma questa volta non tornerò.

Circe

Terribile dea dalla voce umana. Così mi chiamano, io, figlia di Elio. Vivo in un palazzo, lontana da tutti, relegata in un’isola, nel bel mezzo di un boschetto.

Nessuno sa che sono qui. O meglio, nessuno ha potuto raccontare al mondo che su questa isola a tutti vive una dea dai bei riccioli. Non ho commesso nefandezze come un’altra donna della mia famiglia, ma ho saputo comunque far tacere gli incauti viaggiatori.

Il bosco mi è amico, gli animali mi ascoltano e sono sempre festosi grazie ai miei farmaci. Sono abile con queste droghe: rendo le bestie simili agli umani, mentre faccio emergere dagli uomini l’aspetto più bestiale.

Non biasimatemi. Non chiamatemi strega crudele. Alla fine in tutti noi si celano forze animalesche che facciamo in modo di addomesticare e nascondere al mondo. A volte le camuffiamo, le presentiamo come se fossero civili, ma si tratta pur sempre di istinti.

Io offro loro di tornare ad uno stato brado, di vivere secondo le pulsioni più basse, senza preoccupazioni. Per alcuni il passaggio è più arduo, resistono. Per altri è molto semplice, si lasciano trasformare docilmente.

Gli ultimi viaggiatori sono lì, rinchiusi nel recinto a grufolare, a cercare ghiande per terra. Ho visto l’avidità dei loro cuori e anche la loro stanchezza. Si sono avvicinati furtivi. Solo uno è fuggito. Che vada.

E invece se ne sta avvicinando un altro. Sento che non è come gli altri. Lo so, gode del favore degli dei, porta con sé qualcosa di magico. I suoi occhi sono saggi, ma anche furbi e scaltri.

So chi sei, di te non ci si può fidare. Sei colui che viene dal mare, che combatte contro il mare. Le dee ti favoriscono. Osi fronteggiare noi, antiche creature divine.

È evidente che i tempi stanno cambiando. È ora che la nostra magia venga confinata nelle leggende.

Che venga, quindi. Che la recita cominci. Non sarò io, dea dalla voce umana, a oppormi al volere di Zeus.

Kalypso

Lo vado là, tra gli scogli, che guarda il mare. Desidera una mortale, e per questo rifugge l’immortalità.

Sogna una piccola isola di rocce, disdegnando i bei prati che offre questa terra.

Rimpiange un bimbo divenuto ormai uomo.

Pensavo di aver trovato finalmente qualcuno che avrebbe spezzato la solitudine che mi attanaglia.

Gli ho offerto tutto. Il mio corpo, i miei sentimenti, la mia dimora. Avrebbe potuto godere di limpidi ruscelli, di una fertile terra che regala i suoi frutti senza bisogno di lavorarla, di alberi frondosi che offrono carichi di frutti in qualsiasi periodi dell’anno.

Ma io la sento. Sento la voce del mare. Ogni giorno si fa più forte. Lo chiama a sé.

Il mio cuore è ora come la mia dimora: una grotta vasta, con sale e anfratti. Ma di dura e fredda pietra, vuota. Solo eco a volte viene a farmi compagnia, ripetendo senza tregua crudele i miei sospiri. Non sento ormai più il cinguettio mattutino, ma solo il silenzio di un vuoto incolmabile.

Me ne sto qua a tessere, copia divina di un’imperfetta umana che gode di un amore perfetto.

Sento anche te, messaggero. Ne sono consapevole, il giorno è arrivato. Il vento soffia più forte, il mare chiama con insistenza. Pure tu hai intrapreso un lungo viaggio.

Che gli alberi delle mie terre vengano abbattuti. Che la tela che tesso diventi vela.

Straniero. Mio amato. È ora. L’orizzonte ti inghiotterà. Sei libero, ma condanni me alla prigione della malinconia.

E a me cosa resta? Una fertile, generosa e stupenda terra che diventi dimora della mia solitudine. Un’immortalità che non conoscerà amore. Una bellezza mai elogiata.

Campi Elisi

Narrano di terre vaste e rigogliose, in cui crescono alberi di ogni tipo, sempre in fiore, sempre con i rami carichi di frutta, in qualsiasi mese dell’anno. In quel paese non esistono stagioni, al giorno non segue la notte, il tempo è cristalizzato.

Lì potrai trovare strani personaggi che riposano.

Un bel giovane stende le gambe mollemente mentre suona la cetra cantando leggende di altri tempi. Poco lontano un ragazzo lo ascolta, in silenzio, rapito, senza mai distogliere gli occhi. Il primo non può fare a meno di sorridere compiaciuto, mentre ricorda le gesta di eroi pronti a combattere in terre lontane solo per la gloria, per diventare a parole immortali. Al suo fianco, gettato a terra, uno scudo di metallo riflette la luce facendo invidia al sole stesso, mentre il giovinetto gioca ozioso con elmo.

Una donna possente li spia da lontano. Ha le braccia muscolose, lo sguardo limpido e duro. In seno porta ancora il rancore di una morte non voluta, di un oltraggio che non può essere vendicato.

Accanto al fiume limpido sospira un uomo dai capelli neri e ricci. È tranquillo, ma un velo di tristezza cala sugli occhi mentre rimira l’acqua. Gli mancano le onde, l’odore salmastro, il sale che tira la pelle, il suono dei flutti che si infrangono come sogni, che raccontano di gente sconosciuta, di terre lontane, di una casa che lo attende, di un’isola tanto amata quanto lontana.

Su una pietra sta seduta una donna velata, che culla un bimbo. Il destino, o un malvagio ordine, lo ha condannato a rimanere un infante per sempre. Nelle orecchie rieccheggia ancora il grido disperato della madre mentre lo allontanano a forza dal suo seno. Sulla sua pelle il sentore dell’aria che lo sferza, ma che non è capace di frenare la sua caduta. “Padre, dove sei?”.

Un poco in disparte il padre guarda la triste coppia, e in cuor suo si rammarica di non essere riuscito a dar loro un futuro. “Tu sei per me marito, padre e fratello”. Eppure si sentiva un semplice assassino incapace di difendere la sua famiglia, la sua città.

Un vecchio cerca di consolarlo, mentre gli cura le piaghe attorno alle caviglie e le ferite sulla schiena. Parla piano, mentre enumera il destino dei suoi numerosi figli.

Un energumeno muscoloso accarezza uno strano manto. Pensa ad un altro mantello, regalatogli dalla sua amata, ardente come la gelosia di lei, pensante come centinaia di fatiche, letale come un’idra che non può essere sconfitta.

Gli amati dagli dei, li chiamano. Uomini perduti, sofferenti, dal fato segnato. Amati dagli dei, dicono.