Foresta

Era andato nel mezzo di una foresta, dove la luce giocava con le fronde, il vento cantava tra i rami e la terra gorgogliava sommessamente. Cercava il silenzio, ma tutto attorno risuonava l’urlo discreto della vita. Era il silenzio migliore che potesse ottenere: non il vuoto che incute paura, ma il pieno pronto a offrire consolazione.

Se ne stava seduto per terra, con gli occhi chiusi e le orecchie spalancate, un leggero senso di smarrimento riempiva la testa. Percepiva il bruco che lavorava vicino alla formica, e le radici che creavano palazzi scheletrici nel sottosuolo. Captava il respiro di animali che lo fuggivano e allo stesso tempo ne erano attratti. Passi lontani, sibili vicini si alternavano a richiami volatili, confusi nel racconto che gli alberi si scambiavano.

Tutto aveva un senso, dall’insetto sconosciuto che si nascondeva nel suolo, ai lupi che cercavano una preda. Nulla era superfluo, nulla era scontato, ma ogni elemento aveva un posto e una funzione.

Tutto, tranne quello strano monaco seduto in silenzio. Se ne stava lì e cercava di capire quale fosse il suo posto in quella immensa ruota di vita.

Un trillo tra il cemento

Anche la luce dorata del sole diventava grigia quando si posava su quel labirinto intricato.

Alti palazzi di cemento cercavano di raggiungere il cielo, come dei titani pronti a sfidare le divinità. A guardarli venivano le vertigini. Costruzioni uguali, con finestre, poggioli, terrazze, in cui vivevano persone diverse, ma accomunate da esistenze simili.

Le strade erano fiumi solidi di scuro catrame, sulle quali correvano vetture rumorose e maleodoranti. Sempre scalpitanti, impazienti, scattanti, non avevano rispetto di nessuno. Una marea metallica che si incanalava in rivoli e si disperdeva tra i quartieri.

Fumo nero, pesante si innalzava dai comignoli, per poi ricadere sul mondo sottostante coprendolo con una patina unta. Anche i pochi alberi che crescevano stentati spuntando dal cemento ne erano ricoperti. Il verde delle foglie si andava attenuando, i rami cercavano sottili un raggio di luce.

Uomini e donne vestiti di grigio si aggiravano sicuri, senza guardare in faccia nessuno, lanciando un’occhiata veloce agli orologi e tenendo sempre in mano un telefono.

Il fiume che attraversava la città si lamentava, stretto com’era tra argini di cemento, costretto a seguire una via a lui conosciuta. Le acque una volta azzurre e verdi si erano incupite, avvelenate.

Un ponte vi si prontedeva al di sopra. Anch’esso scuro, di metallo, con freddi piloni e travi. All’improvviso, tra questo intrico minaccioso, si sentì un timido trillo d’uccello. Un passante alzò gli occhi per scorgerlo, senza successo.

Nello stesso momento, due mani poggiarono sul balcone un vaso di fiori gialli. Su di loro si posò benevolo uno spiraglio dorato di sole.

Prigione

Mi avete imprigionato, costretta in questo spazio angusto. Non ho altra scelta se non rimanere qui, chiusa in questo cerchio.

Cerco altri simili miei, ma non li trovo. Cresco, mi allungo, ma questo posto è troppo piccolo. A poco a poco costruisco sotto di me un labirinto di sottili e delicati capillari, che si incrociano fra loro, si annodano, assorbono, si nutrono.

A volte ciò che mi date non mi basta. Tuttavia non posso, non riesco a fuggire. Nessuno sente i miei aiuto.

Tendo le braccia verso il cielo, là dove non ho alcun limite. Però voi subito intervenite, mi rincomponete, mi ripulite, mi mettete di nuovo in ordine. Arrivate persino a togliermi i figli che voi considerate superflui.

Mi avvolgete per tenermi al caldo, perché la vostra egoistica stupidità ha deciso di farmi vivere in un luogo che mi è esteraneo. La vostra acqua è strana, il vostro cibo sintetico. Mi negate persino la compagnia degli insetti.

E io mi ribello. Infrango le mura in cui mi avete racchiuso, cerco ogni fessura, cresco, mi innalzo. Vi sfido in silenzio per ricordarvi che c’è una forza più potente di voi.

Finché non passano gli anni, e io non mi irrigidisco. I miei fiori si fanno più radi, le mi radici più stanche. Il sole non mi scalda, la linfa non mi sazia. È inutile che mi cambiate la prigione. Questa terra per me è ormai sterile.