Era andato nel mezzo di una foresta, dove la luce giocava con le fronde, il vento cantava tra i rami e la terra gorgogliava sommessamente. Cercava il silenzio, ma tutto attorno risuonava l’urlo discreto della vita. Era il silenzio migliore che potesse ottenere: non il vuoto che incute paura, ma il pieno pronto a offrire consolazione.
Se ne stava seduto per terra, con gli occhi chiusi e le orecchie spalancate, un leggero senso di smarrimento riempiva la testa. Percepiva il bruco che lavorava vicino alla formica, e le radici che creavano palazzi scheletrici nel sottosuolo. Captava il respiro di animali che lo fuggivano e allo stesso tempo ne erano attratti. Passi lontani, sibili vicini si alternavano a richiami volatili, confusi nel racconto che gli alberi si scambiavano.
Tutto aveva un senso, dall’insetto sconosciuto che si nascondeva nel suolo, ai lupi che cercavano una preda. Nulla era superfluo, nulla era scontato, ma ogni elemento aveva un posto e una funzione.
Tutto, tranne quello strano monaco seduto in silenzio. Se ne stava lì e cercava di capire quale fosse il suo posto in quella immensa ruota di vita.
