Condominio n. 132 – Pt. 1

Parasenia era una città con talmente tanti abitanti, che le case singole erano state dichiarate fuori legge, requisite e trasformate in altrettanti condomini, molto più efficienti dal punto di vista abitativo. Vista da lontano, Parasenia sembrava un enorme oceano di mattoni, pietra e cristallo, che si muoveva lentamente come un pachiderma. Le città mutano, secondo i loro tempi, e Parasenia non era da meno.

Il mondo di Parasenia era gravato dallo stesso problema. Troppi abitanti in troppo poco spazio, ma nessun angolo, nessun agglomerato presente sulla faccia della terra poteva vantare un Condominio 132.

Per questione di ordine, ogni condominio era stato numerato. Con il passare del tempo, le ristrutturazioni, i cambiamenti, gli ingrandimenti avevano creato un certo disordine nei numeri, per cui il 132 si trovava nel mezzo del 10.458 e del 37.723. Come suggerisce il numero a sole tre cifre, il 132 era uno dei condomini più vecchi dell’intera enorme città.

O meglio. Era il più orgogliosamente antico condominio. E i suoi condomini ne andavano fieri.

Giorni di festa

Questi sono giorni di festa, luci, allegria e sorrisi. Per gli altri. Non ho mai particolarmente apprezzato l’ultimo mese dell’anno. È una fine che costringe a riflettere, ma non sempre quello che mostra lo specchio è soddisfacente.

È tempo di tirare le fila, come un enorme ragno al centro di una tela sfilacciata e piena di voragini: pochi insetti e molta fatica. Probabilmente è tempo di cambiare ragnatela, di ricominciare, questa volta facendo le scelte giuste.

Eppure qualche insetto si trova, anche se pungente come la derisione. E il ragno ha una fame insaziabile.

Dicono che chiusa una porta, si apra un portone, peccato che non specifichino dove si apra questa entrata.

Imparare a volare

Lo consideravano uno sciocco, un perdigiorno di professione, sognatore nel tempo libero. Tom rientrava a pieno titolo nella pletora di chi non sa come seguire il flusso maestro, e cerca la propria via con il rischio di perdersi tra l’erba alta.

Il più grande desiderio di Tom era imparare a volare. Fin da bambino covava in cuore il segno di vedere il cielo da vicino e osservare il suo mondo da una prospettiva unica. Se avesse detto di voler diventare ricco o famoso, il clamore sarebbe stato inesistente. Ma l’idea di volare era per tutti un sintomo di follia.

Tom sapeva che tutto era meccanica, che l’aria riusciva a sostenere interi stormi e che, con le giuste precauzioni il suo sogno avrebbe spiccato il volo. Studiò in ogni momento una possibile soluzione e alla fine realizzò un piano. E con il piano comparve anche un sorriso da tempo volato via.

Iniziò a nutrirsi con piccoli bocconi di miglio e semi. Per volare bisognava essere il più leggeri possibile. Continuò con lo studio delle lingue volatili, confermando i sospetti di follia. E infine costruì le ali.

Alcuni giurano di averlo visto volare alto nel cielo. Altri sostennero di averlo visto precipitare. Gli occhi sanno essere miopi.

Ghirlande di Natale – Pt. 7 Fine

Il problema era serio. Due feste da salvare lo stesso giorno, e poco tempo a disposizione. Il problema era estremamente serio. E solo due gnomi dalla testa dura come una roccia e due folletti più rumorosi di una mandria di bufali infuriato avrebbero potuto risolvere la soluzione. I punti da chiave erano tre: trovare il povero capo di Furt e Candy, trovare le renne (“sempre che non siano diventate la vostra cena” osservò cinico Dwarf), ricompensare gli gnomi con luci e glitter, colori e pitture fosforescenti. Klag sotto sotto adorava tutto ciò che fosse minimamente appariscente.

Si divisero. I folletti non potevano certo introdursi nella loro casa dopo essere stati esiliati, quindi Dwarf e Klag partirono alla volta di quella fornace luminosa, pronti ad arrimpere con la scusa di voler chiedere i danni per lo scioglimento locale delle nevi. I folletti si sarebbero occupati, invece, delle renne, armati di carote, mele e dolcetti tanto amati da quegli animali.

L’entrata di Klag e Dwarf fu spettacolare. Dwarf atterrò un folletto con un grugnito. Si sa, gli gnomi hanno problemi di socializzazione e, se si agitano, possono diventare pericolosi. Al folletto successivo ci pensò Klag. Lo innondò di parole, proteste, esempi, lamentele, storie, aneddoti, richieste, singulti, improperi, maledizioni e tanto altro per qualche oretta.

Approfittando della abilità della moglie, Dwarf si intrufolò nella casa. Immaginate una macchia nera, pelosa e sbuffante nel regno dei colori e delle luci. Ecco, quello era Dwarf. Cercò nelle stanze dei dolci, ma non trovò nemmeno una caramella, frugò tra le caselle dei regali, ma non scovò neppure un trenino, scese negli anfratti della scala dei biglietti, ma non vide una sola cartolina d’auguri. Allora setacciò le stanze dei folletti, ma quasi tutte erano abbandonate e spente come un parcogiochi dopo l’orario di chiusura. Strisciò nelle cantine, e qui ebbe più fortuna: trovò il caveau di cui parlava Candy e una stanza chiusa a chiave da cui proveniva un singulto.

“Signor gnomo. Come mai da queste parti?” I guai per Dwarf sembravano essere cominciati. A parlare era stato uno Spirito.

Furt e Candy furono decisamente più fortunati. Le renne erano semplicemente fuggite. Sono animali sensibili, e avevano captato un certo odorino di arrosto di renna dagli Spiriti. Ai due folletti bastò agitare un dolcetto e chiamarle per nome, e subito accorsero i fedeli destrieri seguiti dai folletti superstiti.

“Se li mangiano!” Squittì uno di loro. “Le renne?” Chiese Candy. “Ma no, i folletti! Si saranno anche mangiati Babbo”. “Ma no” lo tranquilizzò un altro “troppo vecchio per essere mangiato”. E la non molto allegra combricola con le renne golose se ne tornarono alla tana.

Ma la tana era occupata da “Babbo!” Urlarono i folletti. Il loro capo era stato recuperato magistralmente da Dwarf e in poco tempo. La lotta con lo Spirito non era stata facile, ma non ho ancora conosciuto nessuno di più forte e pericoloso di uno gnomo contrariato. E Dwarf era molto contrariato. Lo Spirito, invece, era molto ammaccato.

“È ora di partire, siamo in ritardo” disse Babbo.

“Non se parla” intervennero Dwarf e Klag. “La nostra ricompensa. E in più un aiuto a sistemare la tana, o da qui non uscirà nessuno”.

“Ah ah ah. Ti devo ben di più di queste sciocchezze. Non so come tu abbia fatto, ma hai sconfitto a mani nude gli Spiriti della Notte, creature ingannatrici e mutanti”.

“Creature deboli e fragili” grugnì Dwarf.

Babbo e i folletti furono di parola. Alzarono una barriera per evitare di disperdere calore inutile, ristrutturarono la tana e innondarono la stupita Klag di gingilli e luci, di fili dorati e argentati. Le ghirlande di Dwarf divennero elementi fondamentali nel villaggio dei folletti. Per quanto Dwarf mantenesse il suo carattere scontroso, rese più gentili le ghirlande, che erano sempre scure, ma tempestate di gemme come le notti più preziose.

Furt e Candy divennero assidui frequentatori della tana, tra i borbottii di Dwarf e i fiumi di parole di Klag. Babbo divenne un ospito prezioso, sempre pronto ad augurare a tutti un sincero

Buon Natale.

Ghirlande di Natale – Pt. 6

I folletti non chiedono mai aiuto. Sono creature allegre e operose, che non si stancano mai, ma sono anche tipetti orgogliosi, che non ammettono le proprie debolezze. Dwarf conosceva questa loro caratteristica, come Klag, che però, era più propensa ad aiutare di quanto lo fosse suo marito.

“Se non ci dici come, smilzo, ci è difficile aiutarvi” disse Klag mentre faceva scivolare due grosse tazze piene di liquido fumante non identificato. Candy guardò il contenuto e se ne tenne lontana.

“Non è veleno. E voi avete l’aspetto di essere più morti che vivi” osservò Dwarf mentre ingurgitava la tisana.

Furt rimase stupefatto dal sapore deciso e allegro di quella bevanda, Candy ne bevve un lungo sorso apprezzando il sapore aromatico della liquirizia. E con una nuova energia raccontarono ciò che avevano visto.

Dwarf rise: “siete proprio tonti. Tutti sanno che il vostro dirigente è un’invenzione, una pubblicità, una geniale trovata che gira in slitta e renne. La nostra è una vera festa, con base storiche”.

Candy si inalberò: “È il nostro Natale. E fino a pochi mesi fa non c’era di certo una macchina al suo posto, ma un signore in carne e ossa. Da quando sono entrati gli Spiriti, tutto è cambiato”.

“Spiriti?” Chiese curiosa Klag.

“Sì” spiegò Furt. “Si sono presentati una settimana fa come Spiriti del Natale, ma non emanavano felicità. In realtà non emanavano nulla, come se stessero nascondendo qualcosa”.

“Visti” grugnì Dwarf. “Piccole creature trasparenti. Hanno distrutto il sottobosco a Ovest”.

“E vogliono distruggere il Natale. Le renne sono scomparse ieri e i regali sono stati deposti in un sotterraneo” disse sconsolata Candy.

“E tu come fai a saperlo?” Chiese Furt.

“Ci sono folletti più curiosi di te, Furt”

“In ogni caso” intervenne Klag “noi vi aiuteremo a salvare il vostro natale, se voi ci aiurete a celebrare la festa della luce”.

E l’affare fu concluso. Tra i grugniti contrariati di Dwarf.

Ghirlande di Natale – Pt. 5

Il litigio di Dwarf e Klag era, in realtà, di vecchia data. I due gnomi discutevano se festeggiare o meno la Festa della Luce, anche conosciuta come Natale. Il che significava rendere un po’ più allegre le ghirlande che Dwarf realizzava, desiderio espresso a suon di sbuffi e urla da parte della dolce Klag. Ma Dwarf non era da meno per dolcezza: con grugniti e pestando i piedi per terra, si rifiutava categoricamente di apportare alcuna modifica ai suoi capolavori.

Per convincere uno gnomo cocciuto non c’è nulla di meglio di una gnoma caparbia che decide di annuncire uno sciopero del cibo. E uno gnomo affamato è uno gnomo domato, come dice un famoso detto.

Dwarf alla fine si era deciso, arrendendosi ai borbottii dello stomaco, a chiedere un aiuto a quei fastidiosi folletti capaci di modificare tanto magistralmente la ghirlanda che aveva appeso con una colla super forte all’uscio. Rassegnato aprì la propria porta e si trovò faccia a faccia con due bestioline vestite di rosso e verde, dall’aria spaventata.

“Chi siete? Che volete? Cosa fate? Teppisti, mascalzoni”.

Ma sordi ai suoi borbottii Furt e Candy si intrufolarono nella tana, implorando di chiudere subito la porta.

“Ma a che pensi Dwarf? Bastava chiedere qualche vernice, un po’ di luci e colori. Perché questi due sono a casa nostra” protestò Klag.

“Io non ho invitato nessuno. Tu, piuttosto, cosa hai combinato? “

“Signori gnomi…” cercò di intromettersi Candy.

“Gnuf” sbuffò Dwarf.

“Abbiamo bisogno del vostro aiuto” concluse Furt.

Ghirlande di Natale – Pt. 4

Esatto, quel natale sarebbe stato diverso, per una scoperta di Furt e per un battibecco tra Dwarf e Klag.

Ma andiamo con ordine, cronologico, ovvio, non di importanza. Un giorno Furt, qualche settimana prima del fatidico giorno, aprì senza avvisare la porta dello studio del suo principiante e, quello che vide lo lasciò senza parole, anche se solo per pochi minuti.

“Non capisci Candy: non esiste!” Continuava a urlare lo sconvolto Furt.

“Ma chi Furt?” Cercava di capire la perplessa Candy.

“Il nostro boss. È strano. Sono entrato senza biussare, e ho visto degli esserini che montavano il capo. Le gambe sono di metallo, la pancia di morbida gommapiuma e la testa è vuota come una zucca”.

“Stai delirando. Non è che hai mangiato troppe caramelle?”

Furt trascinò Candy all’esterno, si arrampicarono su una scaletta di liquirizia e sbirciarono nello studio del loro dirigente. Candy sussultò, e non solo perché scoprí che Furt aveva ragione, ma anche perché i suoi capelli rosa acceso furono individuati dai meccanici. Di conseguenza, gli spiritelli esiliarono Furt e Candy dal villaggio, ricorrendoli con lame rotanti di schegge di zucchero.

Passiamo ora a Klag e Dwarf.

Ghirlande di Natale – Pt. 3

I dispetti tra gli gnomi e i folletti non mancavano, anche se il grasso abitante del villaggio luminoso non scendeva mai nella mischia. A dire il vero,più che mischia erano dispettucci di poco conto: una lanterna gigante che proiettava fiocchi di neve per un raggio di mezzo chilometri deposta davanti all’uscio di Dwarf e di Klag, una girlanda di rovi e spine attaccata indelebilmente sulla porta d’entrata, qualche etto di caramelle buttato giù dal comignolo della casa, una decina di cavi della luce tranciati di netto. Nulla di pericoloso o mortale.

Gnomi e folletti non volevano far del male, dopotutto. Entrambe le categorie lavoravano senza tregua, solo in due direzioni diverse. Inoltre Dwarf e Klag non odiavano il natale. Dopotutto si trattava del giorno della luce e nulla è più prezioso della luce per delle creature della notte. E Furt aveva scoperto che le ghirlanda inamovibile, se cosparsa d’oro faceva la sua ottima figura.

In conclusione, si può dire che la tradizione di natale degli gnomi e dei folletti prevedesse la guerra e lo scambio di dispiaceri.

Ma quell’anno accadde qualcosa di diverso.

E scoprí di essere una…scimmia

Le certezze nella vita sono poche. Se questa frase fosse un oggetto, sarebbe usurato, smunto, logoro e malconcio per il suo utilizzo. Tuttavia non si può negare che sia una verità. Le vere certezze, quelle montagne che svettano all’orizzonte senza mai mutare aspetto o posizione, sono così poche da far dubitare della loro vera esistenza.

Eppure Piteco aveva una certezza, quella di essere un uomo. Insomma, era evidente: possedeva due gambe, due braccia, mani con tanto di pollici opponibili, e tutto ciò che un uomo potesse desiderare. Inoltre parlava, costruiva, rideva, faceva ogni attività considerata tipica di un qualsiasi essere umano.

Potete immaginare la sorpresa e il disappunto quando Piteco realizzò che, dopo 40 anni di onorata carriera da essere umano, non era più un uomo, bensì una scimmia.

Non sono scoperte che vanno prese alla leggera. Il crollo di una montagna di quelle dimensioni causa una distruzione tale da sconvolgere la mente dello sventurato. Piteco non impazzí, cosa lodevole, ma si limitò a chiudersi in casa e trasformarla il gabbia.

Ma come fece Piteco a scoprire di essere una scimmia? Non certo dalla coda, ovvio: non è possibile che ne nasca una da un giorno all’altro

Il segnale fu il carattere. Era sempre in movimento, non riusciva a fermarsi e le idee che balzavano in testa erano delle più disparate. Ora voleva fare paracadutismo, ora visitare l’Antartide, ora comporre un carme elegiaco. Sua moglie non riusciva a trattenerlo. Senza contare gli scherzi che faceva. Certo, non era malizioso, e non faceva male a nessuno, ma le sue battute e i suoi motteggi gli causarono una netta diminuzione di amici.

Ma la prova certa arrivò una sera, quando la moglie sbottò: “Piteco, sei proprio una scimmia”.

Piteco non si perse d’animo. Magari un giorno sarebbe diventato tigre.